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Renzi e Valls: le voci di una nuova sinistra?
, April 22, 2014

Matteo Renzi, da qualche tempo, suscita molta curiosità e interesse. Per la sua giovane età, per il suo stile, per la sua popolarità. È identificato come il salvatore dell’Italia, ma anche, talvolta, dell’Europa, per non dire della sinistra. Ora tocca a Manuel Valls, nominato primo ministro francese dal presidente Hollande dopo la disfatta socialista alle amministrative del 23 e 30 marzo scorsi, attirare l’attenzione dei media e degli osservatori. Ma quali sono i punti in comune e le differenze tra i due uomini politici?

Entrambi sono dei virtuosi della comunicazione, a proprio agio tanto in televisione quanto nelle occasioni pubbliche o sui social network: sono dei leader pienamente in sintonia con la democrazia del pubblico. Si mostrano determinati, decisi ad agire, risoluti, a volte rudi e persino un po’ autoritari, ma in linea con l’aspirazione di molti loro connazionali di disporre di un capitano che indichi loro la rotta. Entrambi appaiono svincolati dalle ideologie e pronti a spiazzare la propria parte politica per lanciare riforme in favore delle imprese, del lavoro e del potere di acquisto dei salari più bassi. Intendono inoltre ridurre la spesa pubblica agendo sui costi della politica. Entrambi si scontrano con resistenze all’interno del loro partito e della loro maggioranza parlamentare, che contano di aggirare, tuttavia, facendo leva sulla popolarità di cui godono nell’opinione pubblica. Entrambi, infine, hanno la singolare capacità di attirare la simpatia degli elettori di orientamento diverso dal loro.

Dietro alla definizione delle attuali politiche monetarie si nasconde un interesse di classe?
Le oligarchie e il denaro
, April 14, 2014

Gli «econonerd» attendono sempre con trepidazione la nuova edizione del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Non tanto per le previsioni, quanto per i capitoli di analisi economica, sempre interessanti e stimolanti. Anche l’ultima edizione del rapporto non fa eccezione. In particolare, il terzo capitolo – pur se è presentato come un'analisi dei trend dei tassi di interesse reali (aggiustati per l’inflazione) – espone di fatto argomenti convincenti a favore dell’aumento degli obiettivi di inflazione al di sopra del 2%, il valore di riferimento attuale nei Paesi industrializzati.

È una conclusione coerente con le altre ricerche del Fondo. Il mese scorso, il blog dell’Fmi – ebbene sì, il Fmi ha un blog – ha discusso dei problemi creati dalla bassa inflazione, che è devastante quasi quanto una manifesta deflazione. Una delle precedenti edizioni del World Economic Outlook ha analizzato l’esperienza storica del debito elevato, rilevando che i Paesi disposti a lasciare che l’inflazione erodesse il loro debito (tra cui gli Stati Uniti) se la sono passata molto meglio di quelli che (ad esempio la Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale) si sono arroccati all’ortodossia monetaria e fiscale.

Tuttavia, risulta evidente che il Fondo non sente di poter affermare apertamente ciò che le sue analisi suggeriscono con chiarezza. Al contrario, il rapporto ricorre a eufemismi che preservano la possibilità di negare l’evidenza: l’analisi «potrebbe avere implicazioni per un appropriato quadro di politica monetaria».

Ma che cosa rende impronunciabile l’ovvio? Innanzitutto la potenza dell’opinione dominante. Ma poiché quest’ultima non viene dal nulla, sono sempre più convinto che la nostra incapacità di affrontare l’elevata disoccupazione abbia molto a che fare con gli interessi di classe.

Vediamo in primo luogo gli argomenti a favore di una maggiore inflazione.

Per molti non è difficile comprendere che un livello dei prezzi decrescente è una cosa negativa (nessuno vuole diventare come il Giappone, che ha combattuto con la deflazione sin dagli anni Novanta). Ciò che si fa più fatica a capire è che non esiste una linea rossa in corrispondenza dello zero: un’economia con un tasso di inflazione allo 0,5% avrà molti degli stessi problemi di un’economia con una deflazione dello 0,5%. È questo il senso dell’avvertimento del Fondo monetario internazionale: a causa della bassa inflazione l’Europa corre il rischio di una stagnazione sul modello di quella giapponese, anche se, letteralmente, non c’è (ancora) deflazione.

Un’inflazione moderata è utile a molti scopi. È positiva per i debitori – e quindi per l’economia nel suo complesso, quando lo stock esistente di debito frena la crescita e la creazione di posti di lavoro. Incoraggia le persone a spendere piuttosto che a tenere fermo il denaro – un’altra buona cosa in un’economia depressa. E può servire come una sorta di lubrificante economico, facilitando l’aggiustamento di prezzi e salari a fronte di una domanda variabile.

Ma qual è il tasso di inflazione adeguato?

Tre visioni sull'Europa
, April 7, 2014

Il dibattito italiano sui temi europei appare monco. E, indipendentemente da quelle che sono le idee di ognuno di noi, non è una buona cosa.

In Europa si confrontano tre grandi visioni, variamente rappresentate da schieramenti e partiti politici e quindi presenti come offerta alle prossime elezioni. Come ben noto, c’è una forte e crescente tendenza euroscettica (o antieuropea). Molti pensano che l’integrazione comunitaria sia andata troppo in là, in particolare con la costruzione della moneta unica, e che sia opportuno avere meno Europa e tornare a più forti sovranità nazionali. Ad essa si contrappone una visione che si potrebbe definire eurorealista. Le regole europee sono il frutto di un lungo e complesso processo decisionale comune. Sono giuste; comunque, non si possono più cambiare. I profondi problemi – in primo luogo di disoccupazione – che si registrano in tanti Paesi comunitari non sono conseguenza di queste regole, ma di politiche nazionali sbagliate, innanzitutto per quanto riguarda spesa, deficit e debito pubblico. Inutile lamentarsi; anzi, l’Europa ci aiuta. Ci costringe, attraverso il suo “vincolo estero”, a cambiare i nostri Paesi. Come dice il nostro nuovo presidente del Consiglio, il debito pubblico italiano va ridotto innanzitutto per i nostri figli, e non solo perché l’Europa ce lo chiede. C’è infine una terza visione, forse definibile euroriformatrice.

Il manager, il precario e il rancore che cresce
, March 31, 2014

Da quanti anni sentiamo parlare di questione giovanile? Tutti i dati di cui disponiamo indicano che essere giovani nel nostro Paese è sempre più complicato. La difficoltà di trovare un’occupazione che premi un determinato percorso di studi è stata via via sostituita dalla difficoltà di trovare un lavoro stabile tout court, anche per via della concorrenza che viene dall’immigrazione. Puntare sull’ambiziosa idea di mettere su famiglia sembra in molti casi impossibile, ma nel frattempo i media, con un atteggiamento misto tra critica efficientista e simpatica comprensione mammesca, sottolineano l’alta percentuale di giovani italiani che tardano a staccarsi dalla famiglia di origine: comunque fanno, fanno male. Alcuni si lamentano di non riuscire a trovare un lavoro, ma in realtà “non si adattano”. Altri si lamentano di trovare soltanto lavori precari e malpagati, ma in realtà dovrebbero “baciarsi i gomiti” perché la crisi colpisce tutti. Per decenni i demografi hanno avvertito che l’invecchiamento della popolazione era contenuto a stento dalle nuove generazioni di immigrati. E una società sempre più vecchia a un certo punto avrebbe avuto conseguenze drammatiche.

Nel frattempo trascorrevano i decenni, e la rilevanza sociale di una popolazione anziana si tramutava poco alla volta in rilevanza politica. I sindacati dei pensionati prendevano il posto nel cuore dei partiti dei sindacati dei lavoratori, e la giusta e doverosa tutela di una serena vecchiaia diventava la prima preoccupazione per molte azioni di governo sparse sul territorio, di comune in comune.

La politica saprà risanare se stessa?
, March 24, 2014

A Matteo Renzi non mancano certo il coraggio e la disinvoltura per esprimere le proprie idee. Si tratta, come è già stato osservato, di un nuovo modo di comunicare; ma forse è “nuovo” solo qui da noi, dove alla chiarezza delle parole da parte dei politici non siamo troppo abituati. Si sa che la chiarezza in politica è un’arma a doppio taglio: piace molto alla gente comune, che ama la favola di Andersen perché spezza il coro conformista sui bei vestiti dell’imperatore dicendo semplicemente “ma il re non ha niente addosso!”. Così ha detto Renzi di fronte a molti “bei vestiti” inesistenti di vecchie glorie del suo stesso partito, senza tralasciare arroganze e vanti di potenti lobby e organizzazioni. Tuttavia parlare chiaro presenta lo svantaggio di non poter più tornare indietro, senza perdere la faccia (per chi alla propria “faccia” ci tiene, almeno un po’). E ciò finisce per urtare e intimorire i tanti più o meno piccoli “imperatori” e feudatari del nostro Paese, che tutto accettano fuorché di vedere tagliati i propri privilegi.

È per questo che il premier raccoglie consenso in quella parte di Italia che non ne può più di aspettare riforme che non arrivano (da chi non trova lavoro a chi vorrebbe costruire un’impresa, ma trova sul suo cammino ogni sorta di ostacoli), mentre è osteggiato e atteso al varco da un’altra parte, politicamente trasversale, scettica sulla possibilità che le parole si traducano in fatti o, al contrario, timorosa proprio che ciò avvenga.

Renzi per primo sa che è questo il piano su cui si gioca la faccia, la realizzazione concreta delle promesse a livello italiano assai più che europeo. La sua credibilità dipende da quanto saprà fare nel portare a termine alcune riforme inderogabili. In primo luogo, com’è lui stesso a sostenere, uno dei problemi cruciali da affrontare e risolvere è modificare un apparato statale tanto elefantiaco quanto inefficiente.