Rivista il mulino

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L'ora della verità
, February 24, 2014

Per Matteo Renzi ha inizio la fase più dura. Sin qui si è rivelato un formidabile animale politico, in linea con le attese di tanti italiani non solo di centrosinistra, mostrandosi capace di rispondere perfettamente alla loro richiesta di un uomo nuovo. I tanti epiteti cui ricorrono gli analisti o i giornalisti per cercare di definirlo rispecchiano l’originalità che egli rappresenta: «l’erede a sinistra di Berlusconi», «il leader post-berlusconiano», «post-ideologico», «antipolitico», «populista», «outsider», «genio della comunicazione, dell’immagine, dei media» – e la lista non finisce qui. Renzi infatti si è dimostrato anche un «killer», cacciando una larga parte della vecchia guardia del Partito democratico, e un abile manovratore: non ha in effetti esitato a fare il contrario di quanto annunciava a proposito del governo Letta, ricorrendo a metodi degni dei costumi della Prima Repubblica (la stessa che, come gli piace ricordare, non ha conosciuto direttamente).

Ora però il «mago» della politica si trova obbligato a imparare in fretta a fare il «tecnico» della politica, possibilmente senza rinunciare alle caratteristiche che sono state alla base del suo successo. Renzi ha annunciato un ambizioso programma di riforme a scadenze mensili, correndo in questo modo il rischio di venire rapidamente smentito dalla realtà. Perché l’uomo frettoloso che è dovrà imparare a gestire un governo, trattare con la sua maggioranza, imporsi all’amministrazione, lavorare con il presidente della Repubblica, negoziare con le parti sociali e i sindacati, prendere in considerazione i vincoli economici, discutere con l’Unione europea. In breve, non potrà più, semplicemente, fare comunicazione ma dovrà agire nel reale: in altri termini, fare politica in una situazione di responsabilità. 

Bestiario fiorentino
, February 17, 2014

Bisogna che il principe sia volpe per riconoscere le trappole, e leone per difendersi dai lupi, scriveva Niccolò Machiavelli. Ma era un ottimista. Come sappiamo, il capo politico si fa volpe per tenderle lui, le trappole, e leone per aggredire gli avversari, non per difendersene. Si parva licet componere magnis, se è lecito confrontare quel che è piccolo, anzi minimo, con quel che è grande, questo è avvenuto e avviene nel caso della caduta di Enrico Letta e dell’ascesa di Matteo Renzi.

Comunque si giudichi il sindaco Smart – che lo si paragoni a Pico della Mirandola, come fa il sarto di lusso Roberto Cavalli, certo che si tratti di uno di quei geni che a Firenze nascono ogni 500 anni, o che lo si consideri uno dei tanti convinti d’essere geni –, comunque la si pensi, dunque, non si può negare che della volpe e del leone Renzi abbia gusti e modi. Basta ricordare quante volte e con quale baldanza ha giurato di non pensarci proprio, alla presidenza del Consiglio. Non è nel mio interesse, ha simulato da vecchia volpe ancora pochi giorni prima del ribaltone. E non è nell’interesse degli italiani, ha aggiunto. Intanto, si dava da fare come un leone in direzione ostinata e contraria.

D’altra parte, ostinato e contrario ama rappresentarsi nella messa in scena della politica. Lo ha fatto quando assicurava di stare con Marchionne, senza se e senza ma. E lo ha fatto molto più di recente, quando ha stretto il patto per la riforma elettorale con l’allora fu Silvio Berlusconi. Certo non unico nelle file del Pd, ha deciso che resuscitarlo era nel suo interesse (e chi se ne frega di quello del Paese). E da leone non ha esitato a farlo, senza ascoltare ragioni. D’altra parte, da volpe pare l’abbia fatto con un'arrière-pensée, per un fine nascosto: togliere al caimano l’arma della demonizzazione comunista del Pd. E infatti il caimano ha dichiarato poi (venerdì 14 febbraio, a crisi aperta) che di Renzi ha stima. Non è un comunista, ha detto. Ed è sembrato che intendesse: lo conosco bene. Chissà che, nel medio periodo, tutto questo non consenta al Pd una campagna acquisti elettorale a destra.

Oltre l'austerità
, February 10, 2014

Colpisce lo scarto fra le tensioni profonde che stanno percorrendo l’Europa e la pervicacia nel non voler modificare, nemmeno su piccoli aspetti, l’impostazione delle politiche comunitarie di austerità.

La crisi sta incidendo a fondo sulla società europea. Lo vediamo bene in Italia. Grazie ad esempio ai più recenti dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie, condotta dalla Banca d’Italia, abbiamo la conferma di come non sia uguale per tutti, e colpisca in misura decisamente maggiore le fasce più deboli della popolazione. Non è difficile individuarne le cause: la mancanza di lavoro stabile e regolare, insieme alla forte riduzione degli ultimi anni dei già modesti interventi di carattere sociale e alle misure sulla fiscalità che hanno premiato i più abbienti a danno dei meno abbienti (riduzione della tassazione sul patrimonio immobiliare). Si sta creando una fascia di popolazione a rischio, sulle cui modalità di adattamento e sopravvivenza ben poco sappiamo. Ancora, i dati confermano un progressivo “scivolamento” verso il basso delle classi medie, alle prese con difficoltà a mantenere un tenore di vita consolidato: alle difficoltà del lavoro dipendente (primi fra tutti, gli insegnanti), già visibili da molti anni, si sono aggiunte quelle del lavoro indipendente (primi fra tutti, i commercianti). Crescono molto le disuguaglianze. Quali ferite stanno apportando queste dinamiche alla coesione sociale interna ai Paesi, in Italia e in Europa? Questa fondamentale domanda rimane senza risposta.

La crisi sta provocando crescenti rigurgiti di egoismo e nazionalismo. Quietatesi in Italia le tensioni secessionistiche (con il crollo, etico e politico, della Lega Nord), sono ben vive innanzitutto in Spagna (Catalogna) e nel Regno Unito (Scozia). In particolare, le conseguenze del possibile referendum scozzese potrebbero andare ben oltre quel Paese, aprendo una pagina del tutto nuova in Europa. Si rafforzano – come ben noto – partiti e movimenti populisti e nazionalisti che potrebbero, con il voto di maggio, incidere significativamente sul prossimo Parlamento. In Italia si fa a gara a prendere posizioni antieuropee e anti-euro, per intercettare il vasto voto di protesta: assai vasto, come già abbiamo visto nelle ultime elezioni. Colpisce il risultato del referendum svizzero di ieri: in un Paese solo sfiorato dalla crisi e con un’economia ben solida, per la prima volta si registra una maggioranza di votanti favorevoli a una proposta xenofoba. 

Più poveri
, February 3, 2014

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, all’inizio del 2004, pubblicammo sul numero 412 del “Mulino” un blocco di articoli che, significativamente, intitolammo “ceti medi e crisi nera”. Colpisce rileggere i titoli dei pezzi che componevano quella sezione monografica: “Quasi poveri e vulnerabili”, “Prezzi, redditi e impoverimento delle famiglie”, “Le mani vuote. Una società con più costi e meno sussidi”, “Il lavoro nascosto e i conti che non tornano”. In quelle pagine si evidenziava come i contratti sociali delle democrazie del secondo dopoguerra, orientati a migliorare le condizioni di vita e le possibilità di consumo alla ricerca di una distribuzione più equa dello sviluppo economico, fossero entrati in crisi. E come a risentirne fossero, soprattutto, le fasce di cittadinanza né troppo povere, né troppo ricche; ma sempre più vulnerabili. Quell’insieme di popolazione che nella seconda metà del secolo scorso ha visto crescere i propri consumi e le proprie possibilità di accumulazione patrimoniale.

Del resto, ci si era accorti già da tempo che il modello di stratificazione sociale che tendeva a restringere le differenze sociali e ad ampliare sensibilmente le categorie situate nel mezzo della scala sociale non reggeva più. Da allora, fette sempre più consistenti della popolazione italiana si sono trovate a dovere affrontare la insanabile contraddizione tra i costi da sostenere in tempi di crisi economica e un livello di qualità della vita considerato, a torto, irrinunciabile.

Dal quel numero del “Mulino” di dieci anni fa si sono rincorse interpretazioni che hanno addossato l’intero fardello delle responsabilità di volta in volta a questa o quella parte politica, all’euro, all’Europa, alla crisi internazionale. E sono state via via riformulate vecchie ricette politiche, in larga parte di stampo populista, volte a catturare il consenso di chi, anno dopo anno, percepiva il progressivo peggioramento della propria condizione sociale. Poi è arrivata la Grande Crisi, quella che hanno visto tutti, e ha reso ancora più impervie le strade su cui corre la vita di chi appartiene, o è convinto di appartenere, al ceto medio. Anche in questo caso è importante ragionare della percezione che ciascuno ha delle proprie condizioni di vita. Ci vengono utili i risultati di uno studio condotto da Demos, cui rimandiamo per i dettagli. Qui ci preme richiamare quanto Ilvo Diamanti sottolinea proprio oggi: vale a dire il progressivo e rapido peggioramento percepito da chi otto anni fa si sentiva “classe media” e oggi è invece convinto di avere sceso un gradino nella scala sociale. Una percezione, tra l’altro, che non vede forti differenze tra Nord e Sud, a dispetto dei dati che in molti altri ambiti indicano un Paese profondamente diviso in due.

Mentre la crisi economica dava le prime avvisaglie e poi esplodeva, che cosa è stato fatto dalla nostra classe dirigente che oggi si trova intrappolata nel circolo vizioso di un modello fallimentare? Quali responsabilità rispetto alle ridottissime previsioni di crescita per il 2014 deve accollarsi in proprio la classe imprenditoriale che oggi strepita e si lamenta? A chi, sul fronte del pubblico, vanno ascritte le responsabilità della nomina di Mastrapasqua a capo dell’Inps, l’ente che da solo assorbe un terzo dell’intera spesa pubblica italiana? E, infine, quali proposte politiche di stampo realmente riformatore sono arrivate al corpo elettorale in questi ultimi dieci anni? 

I giovani dell’età di mezzo
, January 27, 2014

La generazione dei quarantenni urge alle porte del Paese, rivendica una presenza in politica, nelle professioni, nella cultura, nell’università. Offuscata, ignorata, paternalisticamente blandita  dalla generazione dei padri/madri, è  invecchiata “in panchina”, come recita il sottotitolo autoironico del  pamphlet di Andrea Scanzi, che di questa “generazione di mezzo” è un rappresentante noto.

Quando Enrico Letta ha proclamato che il 2013 sarebbe stato l’anno della “svolta generazionale”, non pensava solo a se stesso (nato nel 1966), ma ad altri attuali protagonisti della vita politica italiana, come Angelino Alfano (nato nel 1970) e, soprattutto, Matteo Renzi, il più giovane (nato nel 1975), che della “rottamazione”, ossia del ricambio generazionale, usando i termini neutri della demografia, o dell’uccisione del padre, usando quelli emotivamente forti della psicanalisi, ha fatto il suo primo cavallo di battaglia.

Che il nostro sia stato e sia ancora un Paese gerontocratico, oltreché maschile (nelle banche, nelle imprese, nell’Università e in quasi tutte le organizzazioni che contano) è ampiamente dimostrato dai dati sfornati dagli istituti di statistica nazionali ed europei e non occorre ritornarci sopra. Fanno bene quindi i giovani, in particolare quelli che da un bel po’ hanno varcato la “linea d’ombra”, a chiedere a gran voce un cambiamento. Il problema non è certo questo: hanno ragioni da vendere. Il problema è che tutti - adolescenti, giovani, meno giovani, anziani, vecchi -  vogliono, quasi agognano a questo cambiamento, desiderano smuovere la palude in cui da vent’anni come italiani siamo immersi fino al collo.  

L’idea che non funziona è che dietro i quarantenni e quasi-quarantenni, cresciuti negli anni Ottanta, tra la cupezza del terrorismo, la calda protezione della famiglia, e il mondo guasto là fuori, con le ideologie rottamate ben prima degli ideologi, senza poter rielaborare ed eventualmente contestare una memoria storica che la generazione dei padri (che è poi quella “mitica” del ’68) non è stata capace di trasmettere, ci sia davvero una “generazione”, ossia qualcosa di più di un insieme eterogeneo e disperso di coetanei o quasi-coetanei. La generazione, come la conoscono i sociologi, fin dai tempi del famoso testo di Karl Mannheim del 1928 (Il problema delle generazioni), non è definita dal mero dato biologico, il succedersi di vita e morte, la casualità dell’essere venuti al mondo negli stessi anni.

La generazione va ben oltre il mero dato anagrafico. Infatti non tutti coloro che hanno la stessa età fanno parte di una  generazione, perché per farne parte è necessario che si crei un’“unità di generazione”, un legame stretto, che implica un senso di appartenenza, una reazione comune e un comune orientamento rispetto ai particolari eventi e alle  esperienze storiche vissute. La generazione, nei termini indicati da Mannheim, diventa una sorta di soggetto collettivo con una identità, stili di pensiero, modi di agire e di rapportarsi al mondo specifici, irripetibili, come specifiche e irripetibili sono le esperienze storiche rilevanti che li hanno formati (guerre, rivoluzioni, movimenti collettivi).

I giovani dell’età di mezzo, non posseggono nessuna di queste caratteristiche. Individualisti, perché questi sono i valori dominanti, si affannano per essere riconosciuti. Giusto. Ma lo possono essere dagli altri e da se stessi con molta più fatica di quella che, nel bene e nel male, è stata l’unica generazione del dopoguerra: la generazione del ’68. Non avendo una visione del mondo e della società che li accomuni, né un linguaggio e uno stile di vita condivisi, si devono accontentare di competere con i più giovani e i più vecchi per mostrare il loro valore, singolarmente, senza scorciatoie generazionali. Hanno il compito della prova. Renzi questo lo sa benissimo. Ma attenzione, come recita il titolo del libro prima citato, preso a prestito da una canzone di Ligabue, “Non è tempo per noi”. Aggiungo: è tempo per tutti quelli che hanno idee e vogliono impegnarsi : “E il solo fatto di specchiarci in Ligabue – dice ironicamente Scanzi – fa capire che abbiamo sbagliato pure i Battisti di riferimento”.