Rivista il mulino

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Il Medioriente esplode
, July 7, 2014

Il Medioriente esplode. Il conflitto siriano e la guerra civile irachena decompongono un quadro  geopolitico che potrebbe presto vedere tracciati nuovi confini. La confessionalizzazione dei conflitti, in primo luogo quello infraislamico tra sunniti e sciiti, che vede protagonisti non solo  attori locali, regimi e oppositori, ma anche transnazionali, come i gruppi jihadisti e le potenze confessionali  protettrici, Arabia Saudita e Turchia per i sunniti, Iran per gli sciiti, non si lascia ridurre alle esigenze della Realpolitik. Il fattore identitario si sovrappone, dilatandolo, a quello nazionale. Quello in corso in Medioriente sembra il tentativo di dare forma ad assetti territoriali omogenei: su base etnica, confessionale, ideologica. Producendo una omologazione che pare rendere impossibile l'esistenza di società plurali.

In Siria il governo di Damasco ha riconquistato parte del controllo del territorio. Grazie al sostegno iraniano e degli Hezbollah, ai divergenti interessi di Ankara e Ryad, divise da ambizioni egemoniche e dal giudizio sui Fratelli Musulmani, ma anche alla convinzione della comunità internazionale che il trionfo in campo sunnita delle milizie jihadiste sarebbe peggiore della permanenza di Assad al potere. In Iraq l'avanzata dell'Isis, che controlla buona parte delle province sunnite, dando voce anche a chi non è islamista ma si batte contro un vendicativo potere sciita, manda in soffitta quel che rimane dello Stato unitario. Con i curdi che approfittano per rilanciare il sogno, contagioso, dell'indipendenza del Kurdistan.

Il futuro è qui (e noi non siamo pronti)
, July 1, 2014

Le università del nostro Paese stanno cambiando a causa di interventi legislativi e di innovazioni istituzionali. Allo stato attuale, l’impatto maggiore sulla vita quotidiana di docenti e ricercatori l’ha avuto la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione della ricerca (Anvur), cui la legislazione introdotta negli ultimi anni attribuisce competenze molteplici, che riguardano la valutazione della ricerca in senso stretto, ma si estendono anche al reclutamento e alla didattica. Chiunque frequenti l’ambiente accademico è al corrente delle vivaci polemiche che l’operato dell’Anvur ha scatenato. Un passaggio cruciale come dovrebbe essere quello di introdurre forme di accountability in un settore tradizionalmente geloso della propria autonomia è diventato purtroppo il fattore scatenante di una battaglia ideologica in cui non pochi hanno impiegato toni degni di miglior causa.

Alcuni aspetti discutibili nel disegno istituzionale dell’agenzia (che in molti casi opera di fatto come un organismo di policy, oltre che come un controllore), e non pochi errori che probabilmente si potevano evitare, hanno offerto il destro a chi voleva negare del tutto la legittimità della valutazione per mettere in discussione il principio stesso su cui essa si fonda.

Cento, non più di cento
, June 23, 2014

La carica dei cento senatori è un bel segnale. Il progetto iniziale di Matteo Renzi non poteva tenere. Un Senato destinato a essere senza identità, perché sommatoria indistinta di soggetti eterogenei, senza una chiara portata rappresentativa, si avvia ad avere finalmente una forma e un senso. La seconda Camera conterrà in tutto cento senatori, dei quali la stragrande maggioranza sarà espressione delle regioni, una piccola parte dei sindaci, e solo cinque nominati dal presidente della Repubblica. Nonostante rimanga del tutto inutile l’antiquata presenza di “ottimati” indicati dal Colle, aver cambiato nettamente i rapporti di forza tra regioni e comuni, a vantaggio delle prime, serve per dare al nuovo Senato un volto coerente con l’obiettivo della riforma costituzionale voluta dal governo.

Superare il bicameralismo paritario è un’esigenza storica e politica. L’Italia resta un unicum nel costituzionalismo liberaldemocratico, la cui spiegazione era tutta legata alla divisione del mondo in due blocchi, e alla parallela divisione italica tra democristiani e comunisti. Un Parlamento con due Camere identiche è un monstre dal punto di vista del processo decisionale: perché ogni decisione deve scontare il rischio di superare due discussioni estenuanti, magari in consessi privi della medesima maggioranza politica (com’è accaduto, da ultimo, l’indomani delle elezioni del 2013). Ma un Parlamento che rappresenta in due Camere lo stesso elettorato nazionale è un ossimoro dal punto di vista dello Stato regionale: in tutti i Paesi a struttura decentrata, le regioni (non i comuni) sono rappresentate nella seconda Camera, per assicurare il principio di divisione dei poteri anche in senso verticale, ossia tra lo Stato centrale e le autonomie territoriali, come ci hanno insegnato i padri fondatori degli Stati Uniti d’America.

Renzimania
, June 16, 2014

Uno strano fenomeno si sta diffondendo in Italia e in diversi Paesi europei. È la renzimania. In Italia, Matteo Renzi, che per un anno o due ha suscitato reazioni contrastate, tra l'approvazione e il rifiuto, ora provoca un entusiasmo ampiamente condiviso nel suo partito, ma anche nei media, nel mondo imprenditoriale e nella classe politica, naturalmente con l'eccezione dei berlusconiani e dei simpatizzanti della Lega Nord. La "moda Renzi" è iniziata dopo la sua vittoria alle primarie del Pd nel 2013 e – superato il disagio dovuto al modo in cui l'ex sindaco di Firenze aveva contribuito a defenestrare Enrico Letta da Palazzo Chigi – si è rafforzata dopo la sua nomina a presidente del Consiglio. Ma, soprattutto, ha trovato conferma con il successo personale raccolto alle elezioni europee: per rendersene conto basta leggere i giornali o ascoltare le conversazioni della gente.

Ho constatato di persona questa generalizzata curiosità nei suoi confronti al recente Festival dell’Economia di Trento. L'annuncio a sorpresa dell'arrivo del presidente del Consiglio ha messo in fibrillazione i presenti. Non bastava darsi da fare per ascoltarlo: bisognava vederlo, sentirlo, toccarlo. Si è così potuto misurare sul campo l'effetto del suo potere carismatico.

A proposito delle politiche per il lavoro del governo Renzi
L'Italia cambia verso?
, June 9, 2014

In Italia il 2014 è iniziato con il tema del lavoro al centro dell’agenda politica. Il Jobs Act annunciato già a gennaio si fondava su quattro pilastri: 1) riduzione del cuneo fiscale; 2) politica industriale per il manifatturiero italiano e il made in Italy; 3) ricomposizione del mercato del lavoro tramite il contratto di lavoro a tutele progressive; 4) semplificazione delle norme sul lavoro.

Erano pilastri importanti e di buon auspicio per realizzare il cambio di verso annunciato. Ma dopo 90 giorni di governo Renzi, che cosa è rimasto di quell’annuncio? 

Il primo pilastro è contrassegnato dal cartello “lavori in corso”. Il bonus degli 80 euro è appunto un bonus, non strutturale, e dalle coperture incerte. Dovrà divenire strutturale con la legge di stabilità del prossimo autunno. La riduzione dell’Irap è prevista nell’ordine del 10%, ma anche in tal caso non vi certezza sulle coperture. Tuttavia, sono passi significativi realizzati. Non avranno però effetti economici significativi nel breve periodo, come lo stesso Def2014 certifica.

Il secondo pilastro è stato purtroppo presto abbandonato, a meno che non si ritenga che politica industriale sia sinonimo di privatizzazioni. Vi è necessità invece di politica industriale pubblica per i settori strategici, sia tradizionali/maturi sia innovativi, per realizzare innovazioni nei processi e nei prodotti, nell’organizzazione e qualità del lavoro, in tecnologie verdi e conoscenza, quali fattori cardine per contrastare la stagnazione della produttività che frena sia la competitività delle imprese sia le retribuzioni dei lavoratori.

Il terzo pilastro è stato depotenziato e rinviato al disegno di legge delega, che, una volta approvata dal Parlamento, troverà attuazione forse nel 2015. Sarebbe stato auspicabile che con l’introduzione del contratto a tutele progressive si segnasse una discontinuità rispetto al passato, andando verso una radicale eliminazione del supermarket delle forme contrattuali per indurre le imprese a investire in capitale cognitivo e in innovazione organizzativa.