Rivista il mulino

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la nota
Guerra alla povertà e guerra ai poveri
, June 15, 2015

La crisi economica e l’arrivo in Italia di donne, bambini e giovani uomini in fuga da guerre, conflitti e da condizioni di vita insostenibili nei campi profughi di Paesi di confine hanno modificato profondamente la composizione della povertà italiana. Quest’ultima era costituita in larga misura da famiglie povere con figli minori in cui sono presenti entrambi i genitori, caratterizzate da uno squilibrio tra entrate familiari – redditi da lavoro modesti e discontinui e trasferimenti monetari altrettanto modesti e discontinui – e residenti per due terzi nel Mezzogiorno. Non che questo tipo di povertà vada scomparendo, anzi, essa esce acuita dalla crisi economica e dai processi di arretramento dei sistemi di Welfare, che hanno sottoposto le famiglie italiane a un sovraccarico di aspettative di cura in presenza di una riduzione delle occasioni di lavoro finanche nella economia irregolare. Sono queste le famiglie che sono state in larga parte interessate dai fenomeni di “nuova migrazione”, i quali, come è messo in luce da Monica Santoro nel numero in uscita del “Mulino”, portano con sé il rischio di riprodurre nei Paesi di arrivo le stesse condizioni di povertà, precarietà occupazionale e scarsa protezione dalle quali si era cercato di fuggire. E sono queste stesse famiglie, e soprattutto le giovani coppie, ad aver adottato consumi sempre più parsimoniosi, come documentano due ricerche richiamate nello stesso numero.

Ascesa e declino del multiculturalismo
, June 8, 2015

Alla fine del secolo scorso il multiculturalismo sembrava rappresentare una delle linee guida per la regolazione della politica e della vita sociale nel mondo occidentale. We Are All Multiculturalists Now intitolava un fortunato saggio di Nathan Glazer del 1997 che sottolineava la vittoria del pensiero e delle politiche multiculturalicome diffusa condivisione della necessità di attenzione verso le minoranze e di riconoscimento dei loro valori e delle loro tradizioni. Con l’inizio del nuovo millennio la reputazione del multiculturalismo cambia rapidamente. A partire dagli attentati dell’11 settembre 2001, per arrivare agli attentati odierni, all’ascesa dell’Isis, ai continui sbarchi di immigrati e rifugiati sulle nostre coste, tutto ciò ha contribuito a rimettere in discussione in modo radicale le basi logiche e morali di una politica multiculturale.

Una delle critiche più significative è l’accusa di aver contribuito a trasformare le differenze in diversità, cioè di aver reso le specificità e le plurali forme di esperienza e di pensiero che caratterizzano ogni collettività umana delle distinzioni assolute, monolitiche e immutabili.

L’ideale di rispetto e di riconoscimento delle differenze si è tramutato in un normativismo affrettato che porta a congelare le differenze di gruppo. Una visione reificata della differenza, della cultura e dell’identità trasforma questi costrutti sociali in oggetti finiti, entità stabili, qualcosa che si possiede, che è necessario custodire da contaminazioni in modo che non si deteriori modificandosi.

Un partito in franchise
, June 3, 2015

Quanto era possibile dire sulle regionali e sul loro valore previsivo – sulle indicazioni che è possibile trarne per i futuri sviluppi del nostro sistema politico e soprattutto su quelle che sarebbe sbagliato voler leggere in esse – è già stato detto nei migliori commenti sui giornali di ieri: segnalo soprattutto D’Alimonte, Palmerini e Ricolfi sul «Sole - 24 ore», Orsina sulla «Stampa», Diamanti e Folli su «Repubblica», Calise sul «Mattino». Sempre con riferimento ai futuri sviluppi del sistema politico e avendo in mente i risultati delle regionali, mi limito a un solo problema, il rapporto tra partito (o schieramento) nazionale e partiti (o schieramenti) locali, quelli che si confrontano nelle elezioni comunali o regionali. E per fortuna che non ci sono più quelle provinciali.

Ovviamente, a parità di condizioni, in sistemi elettorali maggioritari perde il partito o lo schieramento che si presenta diviso rispetto a quello che si presenta unito: bastava ascoltare ieri sera i penosi arzigogoli in contrario di Cofferati nella trasmissione di Formigli su La7 – nessun rammarico per aver fatto perdere il Pd in Liguria – per convincersi di questa regola elementare. Lo schieramento di centrodestra parte oggi profondamente diviso e non si vede ancora sotto quale bandiera potrà unirsi in tempo per le elezioni del 2018. L’unica componente in crescita è quella xenofoba e antieuropea, la Lega di Salvini; le altre (da quanto resta in Forza Italia, a Fitto, ai “renziani”, al governo e fuori) per ora non hanno un leader unificante ed elettoralmente affascinante. Insomma, non esiste uno straccio di leader, come premessa a uno straccio di partito, e temo che questa situazione durerà a lungo: persino Brunetta, il più incattivito contro il patto del Nazareno, non credo sia disposto a mettersi con (o meglio, sotto) Salvini. I problemi dell’area di centrodestra sono dunque più gravi di quelli del centrosinistra e non consentono di discutere il problema che volevo affrontare –i rapporti tra centro e periferia del partito. Questi presuppongono che un partito con un centro e una periferia esista, e ciò ormai è vero solo per il Pd.

Da molto tempo ormai il Pd ha smesso di essere una “ditta” unificata e organizzata gerarchicamente. Specie nel Mezzogiorno, ma anche in altre regioni, i rapporti tra le élite politiche locali e la direzione nazionale non sono più alimentati da quello spirito di appartenenza, condivisione ideologica,

Ecoreati, esegesi di una non-notizia
, May 25, 2015

Una notizia che non fa notizia è ancora una notizia? Una riforma attesa da vent’anni, richiesta da mezzo mondo, che adegua la legislazione italiana a quella dei Paesi più sviluppati, e che viene approvata dal Parlamento a larghissima maggioranza, senza scontri fra parlamentari, senza denunce di fine della democrazia, senza dibattiti infiniti sui talk, senza neppure una richiesta di dimissioni del ministro Alfano, non dovrebbe essere, di questi tempi, un evento così eccezionale, tipo il postino che morde il cane, che anche se non facesse notizia di suo, dovrebbe farla per questa sola ragione? E invece, schiacciata fra riforma della scuola e approvazione del decreto anticorruzione, è passata quasi inosservata.

La settimana scorsa il Senato ha approvato la legge che trasforma l’inquinamento ambientale da semplice contravvenzione a vero e proprio reato, con pene detentive che arrivano sino a quindici anni. La legge reca la firma di Ermete Realacci (Pd), Serena Pellegrino (Sel) e Salvatore Micillo (M5S), ed è passata con il voto dei rispettivi gruppi. Entra così nel codice penale il nuovo Titolo VI-bis, intitolato Dei delitti contro l’ambiente:

Due fatti e un'ipotesi sul Mezzogiorno
, May 18, 2015

Fatto numero 1: negli ultimi anni il Mezzogiorno è stato investito in pieno dalla crisi economica (che per intensità e durata ha ormai superato quella degli Anni Trenta); più che il resto del Paese; e con conseguenze economiche, sociali e civili che potrebbero durare molto a lungo nel futuro, con ripercussioni sulla crescita e sulla coesione dell’intera Italia.

Fatto numero 2: questo è accaduto anche perché l’azione di politica economica non contrasta la crisi; anzi, le politiche dell’austerità hanno colpito il Sud più del resto d’Italia. Le politiche di sviluppo e coesione territoriale, con il governo Renzi, hanno poi raggiunto i minimi storici (dal 2 aprile non c’è nemmeno più un responsabile che se ne occupi); come Belusconi nel 2008-11, Renzi usa le risorse destinate per lo sviluppo del Sud come un “bancomat” per finanziare altre priorità (come fatto con la Legge di Stabilità, che ha sottratto 3,5 miliardi al Fondo Sviluppo e Coesione per destinarli alla decontribuzione in tutto il paese).

Questi due fatti sono evidenti nei numeri (della prima questione si occupa l’Economist in edicola), anche se quasi del tutto ignoti ai normali cittadini. Da essi scaturisce una interessante domanda: perché avviene il fatto 2 in presenza del fatto 1, e nessuno protesta o chiede di fare altrimenti?

La circostanza che i fatti siano “sommersi” certamente conta; ma la principale risposta è che un maggiore equilibrio territoriale nelle politiche di tassazione e di spesa, un ridisegno dei servizi pubblici che ne aumenti efficienza e qualità a vantaggio di tutti i cittadini italiani, e una strategia (e concreti interventi) per lo sviluppo delle aree più deboli, non interessano più a nessuno; in particolare a chi ha un qualche potere di fare qualcosa.