Rivista il mulino

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la nota
Al supermarket delle riforme
, March 9, 2015

C’è qualche piccolo segnale positivo nell’economia italiana, prodotto prevalentemente da cause esterne (prezzo del petrolio, cambio debole dell’euro, azione della Bce). D’altra parte, è da fuori confine che sono venuti tanti nostri guai recenti, ed è bene che da fuori confine venga qualche sollievo. Prendiamone atto, ma tuttavia senza gioire troppo. Il passo della ripresa è ancora debolissimo e soprattutto incerto; la distanza da recuperare, ad esempio in termini di posti di lavoro, ancora enorme; le cause, politiche ed economiche, della depressione europea e italiana sono ancora lì. Non è, con certezza, l’inizio di una vigorosa ripresa.

Ma un miglioramento, per quanto piccolo, aiuta: ricostruisce un po’ di fiducia; chissà se può provocare una ripresa di consumi e investimenti. Di più: può far riflettere sul nostro futuro senza l’assillo del brevissimo termine. E proprio questo ci serve: l’Italia non è solo vittima della depressione europea e delle folli politiche dell’austerità permanente che si stanno seguendo; è anche vittima di sue proprie debolezze e incertezze, ben visibili già almeno da inizio secolo, prima che la crisi internazionale e poi europea ci coinvolgesse.

Qui arriviamo su un terreno un po’ sconnesso: non c’è quasi aspetto della vita collettiva su cui non si annunci un processo di riforma. “Riforma” è diventata una parola magica, onnipresente; anche se a dir la verità il suo significato si è assai trasformato rispetto all’uso corrente nel passato; è diventato sinonimo di cambiamento in sé, senza che a volte ne siano chiare le motivazioni profonde, le finalità, le conseguenze distributive e sulla vita dei cittadini. Senza che siano chiare priorità e almeno qualche tratto di un disegno di una società e di un’economia che si vuole costruire; di un’Italia a cui si vuole arrivare.

Una democrazia capace di decidere
, March 5, 2015

Gli antirenziani della sinistra Pd dovrebbero anzitutto mettersi d’accordo con se stessi. Perché è difficile far quadrare le loro critiche contro “un Parlamento di nominati” con quelle contro Renzi dittatore, che mortifica il Parlamento impedendogli di discutere a fondo le proposte elaborate dal governo. Se il gruppo parlamentare Pd non è un’espressione della società civile – degli elettori di sinistra, nel caso – autonoma e indipendente dalle “nomine” del partito, per quale motivo, in Parlamento, esso dovrebbe avere la precedenza sulle decisioni di un governo guidato dal leader del partito, e legittimate da una stragrande maggioranza negli organi direttivi del partito stesso? Perché preferire i “nominati” al “nominante”?

Per favore, dicano come stanno realmente le cose: che, nonostante le pseudo primarie, in questo Parlamento i parlamentari erano stati nominati dalla precedente leadership del partito, prima della rivoluzione renziana. Dopo la rivoluzione una buona parte di essi si è accodata al carro del vincitore – per opportunismo o per genuino mutamento di convinzioni, qui non rileva – ma ne è restata una parte consistente che si oppone frontalmente a Renzi e agli orientamenti del suo governo: questa parte contrasta la legislazione che il governo sta cercando di far passare, continuando in Parlamento la battaglia che ha perso nel partito. Una battaglia politica, non una battaglia su sacri principi costituzionali che devono essere da tutti condivisi. Una battaglia non diversa – anche se motivata da idee politiche opposte – da quella che conducono Brunetta o la Meloni o Salvini o Grillo: anch’essi accusano Renzi di tendenze cesaristiche, di essere un dittatore. Proprio come la sinistra del Pd. 

Ai lettori
, March 2, 2015

Quando, nel febbraio del 2009, decidemmo di affiancare alla rivista su carta la rivista sul web in molti storsero il naso. “Il Mulino” c’è dal 1951 e per la stragrande maggioranza della sua vita non ha avuto bisogno di internet. Ciò nonostante, alcuni facinorosi pensarono che fosse necessaria una presenza anche nella grande Rete che tutti ci avviluppa: così nacque rivistailmulino.it.

Da allora sono trascorsi sei anni. Ma è un secolo, per come è cambiato il mondo dell’informazione. “Il Mulino” continua a essere la rivista capostipite di tutto il gruppo, che oggi pubblica 65 testate, ha un editore dalla forte presenza nel dibattito culturale, un Istituto di ricerca come il Cattaneo, indiscusso riferimento nella ricerca politica, una Biblioteca. A fronte di tale onorevole “blasone”, questa rivista è come sempre del tutto autonoma, la sua proprietà è interamente nelle mani di un gruppo di novanta intellettuali che sono soci del Mulino. Non ricorre ad “aiuti” esterni, di alcun tipo, e, tanto per abbondare in retorica, è parecchio fiera di tale autonomia. E proprio per questo, fierezza a parte, può contare solo su risorse assai limitate. È davvero un limite? Potrebbe esserlo. Ma cercheremo di girarlo a nostro favore.

Riavviando dopo qualche mese di stand-by questo sito web, non vi proponiamo un sito graficamente sfavillante, pieno di immagini, gallerie, video e altri peraltro utili strumenti della modernità 3.0. Scegliamo invece di puntare sulla qualità dei contenuti, da un lato certi di avere ancora un pubblico che sa goderne e, dall’altro, sicuri di poter contare su un parco autori unico nel suo genere in Italia.

«il Mulino» 6/2014
, December 4, 2014

La crisi della democrazia è un’industria in crescita, direbbero gli economisti, a giudicare da quanto se ne scrive. Una crisi più intensa di quelle che questa forma di governo periodicamente ha conosciuto? E perché? Il saggio d’apertura di Francesco Tuccari è una guida densa ed efficace alle ragioni profonde della crisi attuale; ad esso sono utili complementi l’articolo sul ritorno della diseguaglianza di Melloni e Soci, nella rubrica «l’anno scorso a Marienbad», e la recensione di Magali Sarfatti Larson all’importante libro di Block e Somers su The Power of Market Fundamentalism, una critica polanyiana al fondamentalismo di mercato. Nonché «la Lettura del Mulino», di cui diremo in conclusione.

La rubrica «il caso italiano» spazia dai fondamenti del Welfare, analizzati tramite la difficile categoria dei «beni comuni» (Saraceno) alle misure di contrasto della povertà, e in particolare alla Sia, il sostegno all’inclusione attiva (Peragine e Luongo); dalle diverse forme di partecipazione dei lavoratori all’impresa (Trento e Mattei) all’argomento politico del giorno, la leadership innovativa (quantomeno nella sinistra) di Matteo Renzi (Salvati). Una nota su questo. Le idee espresse dal direttore trovano solo un parziale consenso nel comitato direttivo della rivista, immaginarsi al di fuori di esso: su argomenti così scottanti era difficile attendersi un esito diverso. Ma «il Mulino» verrebbe meno al suo compito se non buttasse, ogni tanto e garbatamente, dei pesanti sassi nello stagno: le onde da questi smosse si rifrangeranno nel prossimo numero. Consistente è la sezione «insegnare e imparare» – che può essere letta come «imparare a insegnare» e «insegnare a imparare» – a testimonianza dell’impegno che «il Mulino» da sempre dedica alla scuola. Neppure menziono i nomi degli autori dei sei saggi, ricchissimi di riflessioni e informazioni: il nostro auspicio è di coinvolgere anche non esperti in una discussione cruciale per lo sviluppo civile del nostro Paese.

«il Mulino» 5/2014
, October 24, 2014

Parlare di Pax Americana per un secolo che contiene le due guerre mondiali – come titola il suo saggio d’apertura J.H.H. Weiler – spinge il sense of humor ai confini del macabro. Ma che cosa l’autore intenda per «Pax» si chiarisce subito: non assenza di guerre, ma unquadro relativamente stabile e prevedibile di rapporti di forza internazionali. È questo che sta crollando, e non sono good news per noi europei. Europei che sono alle prese con l’irresolubile problema della loro Unione, con «l’Europa necessaria» ma molto, molto difficile: in questa rubrica Piergiorgio Gawronski se la prende con uno dei suoi snodi centrali, la Banca, e Macroeconomicus ne tempera l’impeto polemico. Che cosa potrebbe fare Draghi di più di quello che fa, dati i limiti stringenti del suo mandato? Non stanno nell’insieme i difetti strutturali dell’Unione e dell’Eurozona? E non ricade soprattutto sui capi di stato e sui politici in genere la responsabilità
di non volervi porre rimedio?

Sempre restando al di fuori del nostro beneamato Paese, nella «finestra sul mondo» presentiamo due saggi. Uno (primo autore Moreno Bertoldi) riguarda quanto si può dire oggi degli sviluppi a
due anni delle principali economie mondiali, Stati Uniti, Giappone e Cina, analizzati dal punto di vista dell’altra grande economia mondiale, L’Europa, pur azzoppata dai problemi di cui dicevamo. L’altro è un chiarissimo quadro (politico, sociale, economico e istituzionale) della Spagna di oggi, la Spagna del nuovo Borbone, Felipe VI, tratteggiato da un grande ispanista, Alfonso Botti. E, visto che siamo all’estero, aggiungiamo il «macinalibro», dedicato da Marica
Tolomelli a un’importante ricerca antropologica (Didier Fassin) sul comportamento della polizia francese nelle banlieues parigine: parla anche a noi.