Rivista il mulino

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la nota
Crozza senza antidoti
, December 23, 2015

Non c’è eroe per il suo cameriere, diceva Hegel, e non c’è grand’uomo se visto attraverso il buco della serratura. In un Paese democratico, il punto di vista del cameriere è legittimo come quello di chiunque altro e guardare attraverso il buco della serratura può sgonfiare borie e alterigie, può «umanizzare» personaggi pubblici. E c’è sempre un grande ascolto per chi utilizza bene – divertendo – punti di vista che livellano, che avvicinano i potenti ai deboli, i noti agli ignoti, che aiutano a temperare l’invidia sociale («allora sono come noi, o peggio di noi»). Satira? La satira è un genere letterario e teatrale di grande tradizione, coltivato sin dall’antica Grecia, e assai efficace per combattere governanti o persone in condizioni di potere. Satira è politica. Ma – mi domando – è satira l’esercizio sistematico dell’irrisione a tutto campo, la presa in giro di personaggi il cui comune denominatore è solo quello di essere noti al grande pubblico della televisione?

Razzi, un nessuno, è accostato a papa Francesco, Renzi a Bersani, Salvini a Grillo. Nelle mani di un attore e imitatore straordinario come Crozza ne escono bozzetti che talora fanno sbellicare dalle risa anche un vecchio intellettuale pessimista come me. Ma poi il pessimismo riprende il sopravvento. Lasciamo da parte Razzi – non a caso il bozzetto più azzeccato – ma Francesco sta conducendo una battaglia drammatica nella Chiesa cattolica, e gli altri sono portatori di tesi politiche maledettamente serie, piacciano o no: farebbe una bella differenza per il benessere e la civiltà del nostro Paese se ne dovesse prevalere una contro le altre (scegliete a vostro gradimento). Bersani e Renzi rappresentano due concezioni della sinistra che si stanno combattendo duramente, Grillo ha dato stura a un travolgente movimento di indignazione collettiva («via tutti», todos ladrones), Salvini è il rappresentante italiano di un regresso al nazionalismo che sta attraversando l’intera Europa. Di questo si tratta.

Argini al populismo
, December 21, 2015

L’anno politico si chiude con due eventi che, in modi diversi, evocano il populismo – un oggetto classico della nostra riflessione. I risultati delle elezioni regionali francesi e la tormentata elezione dei tre giudici della Consulta italiana ci ricordano che i movimenti populisti non sono più una presenza occasionale, determinata da crisi economiche, ondate migratorie, attacchi terroristici. Piuttosto, sono lo sfondo di un paesaggio democratico terremotato da mediatizzazione e personalizzazione della politica, ineguaglianze crescenti, proletarizzazione dei ceti medi, fine del bipolarismo, e simili. Gli stessi eventi, d’altra parte, mostrano anche i limiti della deriva populista. Limiti interni: i populisti non possono stringere alleanze senza tradire le motivazioni anti-casta del proprio elettorato. Ma soprattutto limiti esterni: argini istituzionali.

In Francia, la mobilitazione repubblicana non sarebbe forse bastata a fermare il Front National senza un doppio turno che costringe alla convergenza al centro e taglia le ali estremiste: specie se si tratta di populisti di destra, che sfondano in provincia e nelle banlieue ma che non raggiungono il 10 per cento a Parigi. Poi, naturalmente, c’è doppio turno e doppio turno, proprio come c’è populismo e populismo. Viene da chiedersi, ad esempio, se il doppio turno funzioni sempre e contro tutti i populismi: anche contro quello del Movimento 5 Stelle, più trasversale di quello dell’Fn? Anche il doppio turno dell’Italicum, che rischia di sommare al ballottaggio i populismi grillino e leghista invece di eliderli, conferendo ai vincitori una maggioranza parlamentare spropositata?

In Italia, l’elezione dei tre giudici costituzionali mancanti alla trentaduesima votazione, con il contributo decisivo del Movimento 5 Stelle, suggerisce considerazioni analoghe. Le altissime maggioranze richieste per eleggere i giudici costituzionali – che nel 2016  dovranno comunque occuparsi dell’Italicum – hanno funzionato. I grillini sono stati costretti ad accordarsi con i dem, scontando i prevedibili maldipancia sulla rete, a stento tacitati dalla mozione di sfiducia anti-Boschi. 

Le conseguenze di scelte politiche scellerate per la formazione universitaria in Italia
L'università cambia. In peggio
, December 14, 2015

L’università italiana ha conosciuto negli ultimi setti anni straordinari cambiamenti: in molti casi, assai preoccupanti. Ha intrapreso un cammino in direzione assai diversa da quello compiuto negli ultimi decenni. Se ne dà una dettagliata ricostruzione nel Rapporto della Fondazione Res, curato da chi scrive, presentato giovedì scorso e di cui è disponibile online un’ampia sintesi. Tre fra i principali cambiamenti.

Uno. È diventata molto più piccola. Ha perso circa un quinto della sua dimensione in termini di studenti, docenti, personale non docente, corsi, finanziamento. Ha così seguito una direzione opposta a quella di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che stanno potenziando la propria istruzione superiore. Per di più, il percorso si è avviato a partire da una dimensione dell’università italiana già molto più contenuta rispetto ai Paesi comparabili. Non sorprende che l’Italia sia ultima fra i 28 Paesi dell’Unione europea per percentuale di giovani (30-34 anni) laureati. 

Due. Sembra essere ritornata a un carattere più classista. Per ciò che è possibile vedere, stanno rinunciando all’università molti giovani delle famiglie meno abbienti, provenienti dai diplomi più deboli (tecnici) e dai territori meno ricchi. Questo a causa sia di un aumento delle tasse universitarie (oltre il 50% in termini reali) che non ha paragoni se non nel caso inglese, e che colloca l’Italia ai primissimi posti fra i Paesi comparabili dell’Europa continentale

Numeri impressionanti di cui si parla troppo poco in un Paese ricco come il nostro
Bambini senza
, December 7, 2015

L’ultimo Rapporto annuale di Save the Children è un pugno nello stomaco. L’effetto su chi legge non è dovuto solo alla denuncia sociale che lo sorregge, e neanche alle belle immagini e alle storie riportate. C’è questo, ma anche molto di più. Il rapporto è frutto di un lavoro ben fatto e del tutto originale di documentazione sulla condizione dei minori in Italia che mostra come in questo caso, drammaticamente, coincidono visibilità sociale – ciò che attrae maggiormente l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica e suscita una reazione emotiva – e incidenza statistica – quanto (e dove) il fenomeno è effettivamente diffuso. Trentuno bambini morti per mano della mafia in Sicilia negli ultimi quattro anni sono un dato statistico rilevante che però parla anche ai nostri cuori. Due milioni di bambini poveri chiamano in causa la nostra idea di giustizia sociale anche per la grandezza del numero.

L’effetto pugno nello stomaco non si deve solo a questo. Il Rapporto ci fa toccare con mano cosa significa essere un bambino povero senza indulgere nel miserabilismo. Ci ricorda che in Italia vivono circa due milioni di minori in condizione di povertà relativa (con un reddito cioè al di sotto di 1.700 euro per una famiglia di quattro persone): sono uno su cinque. Nel Mezzogiorno diventano uno su tre, in Calabria uno su due. Il 7% dei bambini non riesce a festeggiare il suo compleanno e a invitare amici per giocare e mangiare insieme. Oltre il 10% dei minori (il 16% nel Mezzogiorno) non può partecipare a gite scolastiche o a eventi a pagamento organizzati dalle scuole, l’11% (il 15% nel Mezzogiorno) non dispone di uno spazio adeguato per studiare. 

Lavoro: parametri vecchi e parole feticcio
, November 30, 2015

«Chi non vuole discutere lo dica»: il giorno dopo le sue dichiarazioni, Giuliano Poletti reagisce alle critiche che avevano destato le sue parole di venerdì a proposito dello “sganciamento” delle retribuzioni dall’orario di lavoro. Innanzitutto tra i sindacati, ma non solo. Nell’intervista rilasciata ieri a «Il Sole 24 Ore», Poletti sostiene di non accettare “le distorsioni e le banalizzazioni”. Né le une né le altre fanno bene al dibattito, men che meno se si parla di occupazione. Ma occorrerebbe evitare il rischio proprio a partire da chi ha una veste istituzionale. Si dà il caso che, indipendentemente dalla sede in cui le parole vengono pronunciate, un ministro resti, sempre e comunque, tale. E se un ministro del Lavoro afferma pubblicamente che «l’orario di lavoro è un parametro vecchio» non può poi credere che ciò non scateni qualche reazione.

Polemiche a parte, ancora una volta la categoria chiave invocata nell’immaginare nuovi criteri di retribuzione è «flessibilità». Una parola trasformata negli anni in una sorta di vero e proprio feticcio della – troppo spesso presunta – modernizzazione del lavoro. Parlare, come fa Poletti, di «cambiamento del mondo del lavoro che incorpora sempre più elementi di responsabilità, motivazione e partecipazione attiva» può essere utile (e molto) solo a patto che non lo si faccia a senso unico, impostando il ragionamento e i presupposti di nuove forme contrattuali legati in primo luogo alla responsabilità e all’atteggiamento del lavoratore e tralasciando invece di considerare, quasi sempre, le dinamiche aziendali che responsabilità e motivazione dovrebbero promuovere.

Tuttavia, in un contesto fatto di dati economici che stentano a confermare i primi, tiepidi segnali di ottimismo (anche, secondo il ministro dell’Economia Padoan, a causa del rischio terrorismo) e in assenza di qualsivoglia riscontro sugli auspicati benefici effetti del Jobs act – per i quali, evidentemente, bisognerà attendere