Rivista il mulino

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la nota
«il Mulino» 6/2014
, December 4, 2014

La crisi della democrazia è un’industria in crescita, direbbero gli economisti, a giudicare da quanto se ne scrive. Una crisi più intensa di quelle che questa forma di governo periodicamente ha conosciuto? E perché? Il saggio d’apertura di Francesco Tuccari è una guida densa ed efficace alle ragioni profonde della crisi attuale; ad esso sono utili complementi l’articolo sul ritorno della diseguaglianza di Melloni e Soci, nella rubrica «l’anno scorso a Marienbad», e la recensione di Magali Sarfatti Larson all’importante libro di Block e Somers su The Power of Market Fundamentalism, una critica polanyiana al fondamentalismo di mercato. Nonché «la Lettura del Mulino», di cui diremo in conclusione.

La rubrica «il caso italiano» spazia dai fondamenti del Welfare, analizzati tramite la difficile categoria dei «beni comuni» (Saraceno) alle misure di contrasto della povertà, e in particolare alla Sia, il sostegno all’inclusione attiva (Peragine e Luongo); dalle diverse forme di partecipazione dei lavoratori all’impresa (Trento e Mattei) all’argomento politico del giorno, la leadership innovativa (quantomeno nella sinistra) di Matteo Renzi (Salvati). Una nota su questo. Le idee espresse dal direttore trovano solo un parziale consenso nel comitato direttivo della rivista, immaginarsi al di fuori di esso: su argomenti così scottanti era difficile attendersi un esito diverso. Ma «il Mulino» verrebbe meno al suo compito se non buttasse, ogni tanto e garbatamente, dei pesanti sassi nello stagno: le onde da questi smosse si rifrangeranno nel prossimo numero. Consistente è la sezione «insegnare e imparare» – che può essere letta come «imparare a insegnare» e «insegnare a imparare» – a testimonianza dell’impegno che «il Mulino» da sempre dedica alla scuola. Neppure menziono i nomi degli autori dei sei saggi, ricchissimi di riflessioni e informazioni: il nostro auspicio è di coinvolgere anche non esperti in una discussione cruciale per lo sviluppo civile del nostro Paese.

«il Mulino» 5/2014
, October 24, 2014

Parlare di Pax Americana per un secolo che contiene le due guerre mondiali – come titola il suo saggio d’apertura J.H.H. Weiler – spinge il sense of humor ai confini del macabro. Ma che cosa l’autore intenda per «Pax» si chiarisce subito: non assenza di guerre, ma unquadro relativamente stabile e prevedibile di rapporti di forza internazionali. È questo che sta crollando, e non sono good news per noi europei. Europei che sono alle prese con l’irresolubile problema della loro Unione, con «l’Europa necessaria» ma molto, molto difficile: in questa rubrica Piergiorgio Gawronski se la prende con uno dei suoi snodi centrali, la Banca, e Macroeconomicus ne tempera l’impeto polemico. Che cosa potrebbe fare Draghi di più di quello che fa, dati i limiti stringenti del suo mandato? Non stanno nell’insieme i difetti strutturali dell’Unione e dell’Eurozona? E non ricade soprattutto sui capi di stato e sui politici in genere la responsabilità
di non volervi porre rimedio?

Sempre restando al di fuori del nostro beneamato Paese, nella «finestra sul mondo» presentiamo due saggi. Uno (primo autore Moreno Bertoldi) riguarda quanto si può dire oggi degli sviluppi a
due anni delle principali economie mondiali, Stati Uniti, Giappone e Cina, analizzati dal punto di vista dell’altra grande economia mondiale, L’Europa, pur azzoppata dai problemi di cui dicevamo. L’altro è un chiarissimo quadro (politico, sociale, economico e istituzionale) della Spagna di oggi, la Spagna del nuovo Borbone, Felipe VI, tratteggiato da un grande ispanista, Alfonso Botti. E, visto che siamo all’estero, aggiungiamo il «macinalibro», dedicato da Marica
Tolomelli a un’importante ricerca antropologica (Didier Fassin) sul comportamento della polizia francese nelle banlieues parigine: parla anche a noi.

«il Mulino» 4/2014
, September 18, 2014

I lettori avranno tra le mani la rivista dopo le ferie estive, mentre questo editoriale viene scritto prima: ci auguriamo che il clima sarà allora cambiato, perché quello che si percepisce adesso, e trapela da questo numero, non è certo entusiasmante. Partiamo dalla «finestra sul mondo»: Acconcia sull’Egitto, Petrillo sulla Serbia, Landi sull’India ci raccontano di Paesi importanti in cui la democrazia fa fatica ad attecchire o svilupparsi. Corruzione, populismo, nazionalismo estremo sono caratteri endemici che sembrano aggravarsi più che recedere. Mentre veniva rappresentata come una felice e sorprendente eccezione, l’India è ora minacciata da un radicale rovesciamento di élite politiche, anche se Landi si sforza di trovare una stretta via d’uscita al successo elettorale di Modi e del Bjp. A questi articoli va poi aggiunto un contributo significativo che abbiamo tratto dal nostro «archivio»: uno scritto personale e ancora attualissimo, commovente e discutibile, di Aldo Zargani sul conflitto israelo-palestinese, straordinario nel rappresentare la coazione a ripetere alla quale questo infelice pezzo di mondo sembra condannato. Con un simile panorama che si intravvede da questa «finestra sul mondo», il modo in cui gli Stati Uniti hanno affrontato la vicenda Snowden e i problemi che essa pone – il faticoso bilanciamento fra privacy e sicurezza e fra trasparenza e segretezza quando uno Stato
affronta momenti difficili per la sicurezza nazionale – sembra quasi un punto luminoso, anche se Mutti ne pone in rilievo le molte ambiguità. Ma almeno negli Stati Uniti il governo discute di questi temi e fa proposte. E in Italia?

Anche in questo numero «il caso italiano» appare tanto ricco quanto eterogeneo (Morrone sulle riforme istituzionali, Bettini sull’università, Piras sulla scuola, Lo Surdo sui conservatori, Mete sull’esperienza siciliana dell’associazione «Addiopizzo», Bianchetti e
Sampieri su nuove modalità dell’abitare, dipingono quadri di luci e molte ombre). E vedranno ombre, temo, i sindacalisti italiani che leggeranno il bel pezzo di Pirone sul rapporto tra Marchionne e il sindacato americano dell’auto:

«il Mulino» 3/2014
, July 28, 2014

Iniziamo questo numero con una chicca, il saggio in cui Avishai Margalit continua il suo colloquio ideale con Isaiah Berlin: leggibilissimo, commovente, radicale. I temi sono l’ebraismo, il sionismo, Israele. Ma la tesi è originale e profonda, e fa riflettere se si pensa all’Europa e all’assenza di un demos europeo: la vera libertà si può esercitare solo quando «ci si sente a casa», nel proprio Paese.

Europa appunto, nostra croce e delizia: non potevamo abbandonarla dopo le elezioni e continueremo a tornarci. Al voto per il rinnovo del Parlamento europeo dedichiamo sei articoli importanti (Baldini, Caiani, Dastoli, Reynié, Tuorto, Valbruzzi-Vignati), alcuni dei quali sono riflessioni significative sul populismo. Ma all’Europa si riferisce anche il saggio di Davide Antonioli e Paolo Pini, rivolto al tema sul quale l’Unione ha fallito, la crescita e l’occupazione. E anche il confronto tra Franca D’Agostini e Maurizio Ferrera, che prende spunto da un ampio intervento dello stesso Ferrera pubblicato sul primo numero di quest’anno (L’Europa in trappola: come uscirne?).

Il «caso italiano» tocca un insieme di temi presenti nel dibattito pubblico del nostro Paese, importanti e attuali. A cominciare dall’articolo di Emanuela Ceva e Maria Paola Ferretti sull’obiezione di coscienza dei medici all’interruzione di gravidanza: l’analisi è spietata e le conclusioni molto dure. Sulle difficoltà di uscita dalla crisi in cui versiamo la riflessione di uno dei nostri migliori economisti, Carlo D’Adda, è chiara, equilibrata e proprio per questo preoccupante. La ricorrente questione del sovraffollamento delle carceri – e di provvedimenti di amnistia per tamponarlo – è affrontata da Gabriele Della Morte in un quadro di grande ampiezza e spessore. Su scuola e valutazione degli studenti, uno dei nostri temi classici, pubblichiamo le riflessioni, serie e oneste, di Paolo Sestito, ex presidente dell’Invalsi, che faranno discutere. E infine uno dei temi della ricerca di Pasquale Colloca e Piergiorgio Corbetta sugli elettori del Movimento 5 Stelle alle politiche del 2013 – sono di destra o di sinistra? –, cui va aggiunta, nella rubrica «Cattaneo ricerca», l’analisi del voto di provenienza grillina nel ballottaggio alle elezioni comunali di Roma e nelle regionali in Sardegna, dove i 5 Stelle non presentavano candidati propri.

Il silenzio dell’Europa
, July 21, 2014

Dunque il Consiglio europeo che si è riunito a Bruxelles lo scorso 16 luglio non è arrivato a una decisione completa e definitiva sulla composizione della prossima Commissione e, com’è noto, sulla nomina dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (Pesc). È una pessima notizia per molte ragioni, non ultima il fatto, come ha sottolineato Romano Prodi, che in questo modo si ritarda di molto l’effettiva entrata in ruolo del semestre a guida italiana. Una volta designati, infatti, i commissari dovranno passare il vaglio del Parlamento. Con buona probabilità almeno qualcuno di loro non passerà l’esame parlamentare, e a quel punto sarà necessario un nuovo confronto. Dunque, ci saranno istituzioni funzionanti solo in autunno e difficilmente prima di fine ottobre potrà esserci un nuovo Consiglio in grado di prendere decisioni effettive. Il semestre italiano di cui tanto si è parlato nelle scorse settimane rischia dunque di subire una lunga preparazione e di durare nei fatti meno del previsto.

In particolare, e comprensibilmente, nei giorni scorsi l’attenzione si è incentrata proprio sulla decisione di rinviare di un mese e mezzo la nomina del sostituto di Lady Ashton, l’uscente ministro degli Esteri europeo che lascia l’incarico senza avere certo brillato per incisività. La decisione con la quale il capo del governo italiano ha cercato di imporre il suo ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha per ora avuto soprattutto come esito negativo questa dilazione, in un momento in cui la scena geopolitica internazionale appare profondamente scossa a non troppi chilometri di distanza dai palazzi di Strasburgo e Bruxelles. L’aggravarsi della crisi Ucraina, che ha avuto il suo apice mediatico nell’abbattimento di un aereo civile con quasi 300 persone a bordo, e l’avvio delle operazioni di terra da parte dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza costituiscono due momenti di grave turbolenza nella difficilissima tenuta degli equilibri internazionali. Secondo molti osservatori, del resto, era molto difficile che il nome di Mogherini potesse passare indenne dal vaglio di alcune cancellerie dell’Est, Lituania e Polonia in testa, dopo che proprio il ministro degli Esteri italiano il 7 luglio, e dunque a semestre avviato, aveva pensato bene di andare in visita ufficiale al Cremlino per garantire l’appoggio dell’Italia (e dell’Europa?) al gasdotto South Stream. Un progetto molto importante per Eni, che vede la partecipazione tra gli altri di Gazprom e che, prevedendo la costruzione di una linea che colleghi direttamente Russia ed Unione europea attraverso il Mar Nero e i Balcani, non passerebbe sul territorio ucraino.