Rivista il mulino

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la nota
La macchina della paura
, May 15, 2017

Ci sono i fatti, e poi c’è la percezione dei fatti. E nelle questioni relative alla sicurezza a contare sembra essere la percezione dei fatti. Prendiamo il caso del cosiddetto «ampliamento» della legittima difesa. Quali sono i fatti?

Nel 2015, anno cui risalgono le statistiche più recenti, sono stati rimandati a giudizio per eccesso di legittima difesa 136 cittadini, poi prosciolti nel 90% dei casi. Dov’è l’allarme sociale? Dov’è il vuoto legislativo? Eppure, la Camera ha legiferato, e con clamore. Leghisti e affini avrebbero voluto sancire la «presunzione assoluta di innocenza» per gli sparatori casalinghi. Insomma, avrebbero voluto sancire un sacrosanto diritto all’eccesso di legittima difesa (un caso evidente di analfabetismo giuridico). Sentendosi scavalcata a destra, la maggioranza ha tergiversato e ha prodotto un testo tragicomico. Ma ci siamo abituati (meno male che il Senato c’è, ha detto Pietro Grasso). Ci stupisce invece che un ramo del Parlamento abbia scelto di perder tempo discutendo una riforma inutile, almeno quanto ai fatti.

Ma lasciamo i fatti, e torniamo alla loro percezione. Ed è qui che la troviamo, l’utilità delle nuove norme sulla legittima difesa. È la stessa utilità che da ben più di vent’anni guida le scelte politiche. È la stessa utilità che dall’inizio degli anni Novanta si è fatta padrona del nostro immaginario, e che ha segnato e segna le fortune di partiti e movimenti, in primo luogo dei loro leader. Iniziata con la Lega, e con il suo uso programmatico della paura a fini di consenso, la politica della percezione è presto diventata prassi dominante, non solo a destra. È la paura, è la sua percezione sociale costruita dalla macchina mediatica della paura, che decide della politica (di quel poco che la finanza e l’economia lasciano alla politica).

>> viaggio in Italia
Il racconto di un Paese difficile
, May 6, 2017

Ormai da diversi anni l’Italia vive uno dei periodi più sofferti della sua storia. Anche da prima della grande crisi, redditi e benessere non aumentano più; la società appare frammentata, disillusa, pessimista; la politica incapace di offrire prospettive, visioni solide di più lungo periodo. Si ha l’impressione che le grandi promesse scaturite dai cambiamenti degli ultimi anni del secolo scorso siano state tradite. Si parla sempre più non solo di crisi, ma di declino. Emerge la nostalgia del bel tempo andato.

Ma le cose stanno davvero così? È davvero il nostro un Paese che ha smarrito risorse e progetti per un possibile rilancio? Che giace apatico nell’attesa di eventi salvifici? Capace solo di produrre inguardabili risse da cortile televisive? Difficile a dirsi. Per un paradosso dei nostri tempi, più ogni giorno ci ritroviamo sommersi da numeri sull’economia, la società, la politica, più abbiamo una visione sfocata dell’Italia. Frutto della crisi è anche l’incapacità di analizzarci e studiarci davvero per quel che siamo. Di capire quella che è davvero l’Italia di oggi, al di là di ciò che appare dalle modeste rappresentazioni di cui disponiamo. Di «come stanno» gli italiani; di quel che pensano e sperano.

Primarie, ma con giudizio
, May 4, 2017

Le «primarie» sono un aspetto importante della breve storia dell’Ulivo e del Partito democratico. Chiarisco subito che mi atterrò all’uso, improprio rispetto al modello americano, di chiamare primarie anche consultazioni che non hanno come obiettivo quello di scegliere il candidato di un partito o di una coalizione a una carica istituzionale (in Italia: sindaco, presidente di regione, presidente del Consiglio): consultazioni aperte a non iscritti per scegliere cariche di partito sono spesso chiamate impropriamente primarie e anche a queste mi riferisco. Insomma, l’aspetto sul quale volevo fissare l’attenzione è l’apertura o la chiusura del «selettorato», come i politologi chiamano i partecipanti all’elezione, più che non la natura della cariche per le quali le primarie  sono convocate.

Fisso l’attenzione su quest’aspetto per sottolineare che l’uso delle primarie è strettamente legato alla crisi della tradizionale democrazia del «partito-associazione», nella quale i soci (gli iscritti) eleggono a maggioranza e a cascata gli organi dirigenti: dai segretari di circolo sino alla direzione nazionale, da questa alla segreteria e da ultimo al segretario. Questo modello di democrazia – con la crisi del partito ideologico di massa, espressione di stabili fratture storiche – non funziona più: non assicura oggi che un partito si dia organi interni e candidati a cariche istituzionali attraenti per gli stessi elettori che simpatizzano con le politiche sostenute dal partito e con i suoi orientamenti ideologici. Gli iscritti – i soci – sono pochi, sempre di meno; i simpatizzanti sono potenzialmente assai più numerosi. Gli iscritti sono appassionati di politica, diversi dai simpatizzanti che se ne occupano occasionalmente. Gli iscritti sono spesso eredi di vecchie divisioni culturali, di correnti e fazioni radicate nel passato, e rischiano di non avvedersi di quanto stia mutando la società alla quale si rivolgono.

A proposito degli entusiasmi per l'affermazione di Macron al primo turno
Macron e Tocqueville
, April 26, 2017

L’affermazione di Emmanuel Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi è stata salutata con soddisfazione da diversi governi europei, e dai vertici delle istituzioni comunitarie. La convinzione comune è che nelle prossime settimane il giovane ex ministro delle Finanze riuscirà a raccogliere il consenso necessario per battere la candidata della destra estrema, Marine Le Pen, e assicurarsi così l’elezione all’Eliseo. La vittoria di Macron, che buona parte degli osservatori danno oggi come molto probabile, viene interpretata come una sconfitta delle tendenze anti-europee e un segnale di speranza per il futuro. Con lui alla guida del Paese, si dice, il pericolo di una liquefazione del nucleo storico del progetto europeo sarebbe sventato.

Tutto bene dunque? A costo di fare la figura del guastafeste, vorrei manifestare alcune perplessità. Dovute non alla preoccupazione, che pure è stata espressa da qualcuno, che Marine Le Pen riesca a intercettare di qui al secondo turno una quantità di voti tale da battere Macron. Per quanto non impossibile, l’ipotesi della rimonta mi sembra infatti poco probabile. A moderare il mio entusiasmo sono piuttosto alcuni elementi di fondo della situazione politica francese, e più in generale europea, che mi fanno dubitare che un eventuale successo del candidato pro-europeo alle elezioni presidenziali francesi possa segnare l’inizio della fine di questa lunga «stagione del nostro scontento». Un prima ragione di perplessità viene dal fatto che la vittoria di Macron è resa possibile anche dalla crisi profonda, forse finale, del Partito socialista, e dalle difficoltà incontrate dalla principale formazione moderata, i Repubblicani, a trovare un candidato fino in fondo credibile. Pur essendo stato ministro in un governo a guida socialista, e avendo dato il proprio nome a provvedimenti importanti, come la legge sul mercato del lavoro, egli ha scommesso sulla disarticolazione dello schema intorno al quale ha ruotato la politica francese negli ultimi decenni. Fondando un proprio movimento, i cui contorni culturali sono peraltro piuttosto vaghi, ma sembrano collocarlo comunque nella tradizione del neo-liberalismo, Macron ha deciso di assecondare le richieste di rinnovamento della politica. Rimane da vedere se questa promessa sarà mantenuta nell’ultima fase della campagna elettorale, e poi, in caso di sua ascesa alla presidenza, nella battaglia decisiva delle elezioni politiche. Qualche segnale emerso in queste ore spinge a dubitarne. Se i Socialisti sembrano allo sbando, i Repubblicani hanno invece, in modo netto e convinto, deciso di appoggiare la sua battaglia. Qualora tale sostegno prendesse le forme di una vera e propria alleanza politica, Macron potrebbe perdere una parte dell’attrattiva che nel primo turno gli veniva dall’essere un candidato fuori dal sistema dei partiti

Politici, tecnici e tifoserie
, April 18, 2017

È tornata in campo, tiepidamente, la storia della contrapposizione fra politici e tecnici, a volte con la solita citazione della frase attribuita a De Gasperi: «Il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». A prescindere dal fatto che in quella frase si parla di statisti e non di tecnici, in tutto questo dibattito c’è una bella quota di ipocrisia (e passi), ma soprattutto una sottovalutazione dei termini complessivi del problema.

Partiamo da una constatazione semplice: lo statista guarderà senz’altro al futuro, ma se poi perde le elezioni non lo costruisce. De Gasperi ne era perfettamente consapevole e infatti fece molte azioni anche decisamente «politiche» per non perdere l’amplissimo consenso che si era costruito con un partito come la Dc postbellica, che volle, nonostante opposizioni interne, un partito pigliatutto.

Il problema, allora, non è la presunta contrapposizione che esisterebbe fra politici (leggasi: uomini di partito) e tecnici (leggasi: persone che antepongono o dovrebbero anteporre la loro credibilità professionale alla ricerca del consenso). Ciò che divide le due categorie non è una diversa logica, ma un diverso percorso di analisi dei problemi in campo. Parliamo naturalmente del caso in cui da una parte e dall’altra ci siano gli strumenti e le capacità per affrontare questi percorsi, il che, nell’uno e nell’altro caso, spesso non succede.

La questione di fondo è la possibilità o meno di mettere il Paese davanti alle responsabilità che derivano dalla situazione in cui si trova. Il cosiddetto tecnico pensa in genere che sia poco sensato mistificare la durezza dei problemi, visto che prima o poi essa si imporrà da sola. Il cosiddetto politico pensa invece che la pubblica opinione in generale non sia in grado di misurarsi con una realtà sgradevole e che dunque sia opportuno fargliela accettare come la famosa pillola, cioè rivestita di un bel po' di zucchero.