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Fake news e democrazia
, November 27, 2017

Si è accesa in questi giorni anche in Italia la polemica sulle fake news diffuse in Rete e sui social media, e su quanto sia importante la loro influenza sulla politica e sugli esiti elettorali. La questione ha attraversato e scosso diverse democrazie occidentali negli ultimi tempi. È stata ed è ancora dibattuta negli Stati Uniti dopo le ultime elezioni presidenziali, è stata sollevata in Gran Bretagna nel dopo-Brexit e in occasione dell’ultima tornata elettorale, è emersa di recente in Spagna dopo gli incresciosi fatti catalani. In tutti questi casi la preoccupazione esplicita è che la Rete e i social siano campo di manovra per speculazioni mediatiche che diffondono ad arte, e con tecniche sempre più raffinate, notizie false mirate a influenzare pesantemente l’orientamento e i sentimenti del pubblico democratico, condizionando così l’esito delle consultazioni elettorali e il clima politico e sociale dei Paesi colpiti. L’effetto delle fake news, infatti, non sarebbe solo quello di influenzare il voto, ma anche di fomentare l’odio e il conflitto sociale, portando a una destabilizzazione del sistema politico. Su tutti questi sospetti aleggia l’ombra dei “russi”, e della loro pluridecennale tradizione di disinformatzia come tecnica di sfiancamento delle democrazie occidentali.

In realtà, a ben vedere, per spiegare le fake news non ci sarebbe bisogno di alcun complotto del governo russo, dal momento che a quanto pare si tratta di un’industria decisamente redditizia, nella quale peraltro giocare fuori casa può essere più remunerativo e sicuro che farlo nel proprio Paese. Ma questo, in un certo senso, rende il problema solo più preoccupante e spinoso.

Lo spazio di una foto
, November 20, 2017

Al centro dell’immagine diramata a inizio novembre dall’agenzia Reuters vi è una profuga Rohingya, in fuga dalle persecuzioni birmane, che tenta di attraversare il fiume Naf, al confine tra Myanmar e Bangladesh. In basso a sinistra s’intravede una macchina fotografica appoggiata a terra. E un braccio possente di colore bianco in mezzo a un groviglio di esili braccia scure che tentano di tirare la donna fuori dal fango che sta per inghiottirla. La macchina fotografica e il braccio sono di un fotografo che in quella circostanza ha ritenuto più urgente e utile aiutare la donna, al limite delle sue forze, anziché documentarne la probabile morte. Grazie a una schiera di fotografi e fotografe appassionati e coraggiosi, in questi anni di grandi migrazioni forzate è stato possibile raccontare l’indicibile.

Il piccolo Alan Kurdi riverso senza vita sulla spiaggia, gli orfani nigeriani sopravvissuti al naufragio che si stringono in un abbraccio disperato, il giovane uomo che tenta di mettere in salvo il figlio attraverso il filo spinato sono protagonisti di immagini che sono possenti non solo per il turbamento che trasmettono, ma anche per la qualità dell’inquadratura. Chiamano in causa l’umanità del fotografo, ma anche la sua professionalità. Eppure, ci dice quel braccio che tira fuori la donna, in alcune circostanze essere testimoni del nostro tempo è un compito eticamente molto più complesso, che non riguarda solo il nostro modo di osservare gli avvenimenti e la nostra abilità nel descriverli, ma anche di viverli. 

Se si rompe il sistema-Paese
, November 13, 2017

La politica italiana non è più sull’orlo di una crisi di nervi: ormai c’è entrata in pieno. Basti considerare i tormenti relativi alle elezioni siciliane: anziché continuare a domandarsi se si possano considerare l’anteprima di quanto succederà a marzo, limitandosi in questo caso alle profezie su chi vincerà le elezioni, converrebbe fare qualche ragionamento pacato su alcune tendenze di fondo.

Innanzitutto sul fenomeno dell’astensionismo. Ridurlo a una questione sicula è piuttosto improprio, visto che alle regionali emiliane del novembre 2014 votò il 37,1% degli aventi diritto e che alle amministrative del giugno scorso al primo turno in pochissimi casi si andò oltre il 40% (e sorvoliamo sul caso di Ostia). Adesso naturalmente tutti, dai 5 Stelle alla sinistra-sinistra fino alla Lega, si affannano a ripetere che ci penseranno loro a richiamare alle urne il gregge disperso. Nessuno, però, che spieghi come mai ne erano convinti anche prima di domenica 5 novembre, ma poi siano stati smentiti alla prova dei fatti.

In realtà un astensionismo così ampio testimonia il distacco dalla politica di quote importanti anche di cittadini informati, che non credono più al significato di scegliere i rappresentanti: vuoi perché una parte pensa che chiunque vinca non cambierà molto, tanto più o meno tutti sono vincolati a fare quel poco che è possibile; vuoi perché un’altra parte pensa che siano tutti egualmente incapaci e poco raccomandabili.

Quel che vediamo è che i partiti sono pochissimo disposti a farsi carico davvero del sistema-Paese e rimangono inchiodati alle rispettive retoriche consolidate, ormai espresse più in formule rituali da negromanti che in ragionamenti che invitino a entrare dialetticamente nel merito di quel che si propone.

Un algoritmo ci seppellirà?
, November 6, 2017

Pochi giorni fa gli avvocati di Facebook, Twitter e Google sono stati interrogati dal Senato degli Stati Uniti per spiegare come abbiano potuto non accorgersi della presenza sulle loro piattaforme di propaganda politica occulta. Quella, in particolare, che sembra essere stata finanziata da account russi durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2016 che, giusto un anno fa, ha portato alla vittoria di Donald Trump.

Un nuovo capitolo del cosiddetto «Russiagate» si è così aperto. Facebook, infatti, avrebbe ricavato una cifra superiore ai 100.000 dollari dalla vendita di spazi pubblicitari ad account fake legati a server russi. Il periodo interessato è quello che va dalla discesa in campo di Trump (maggio 2015) al maggio di quest’anno. Gli account coinvolti avrebbero pubblicato post che, pur non riferendosi in maniera esplicita al voto, trattavano, orientando l’opinione del lettore, contenuti oggetto della campagna elettorale: omofobia, xenofobia e politiche migratorie, diritto a possedere armi per difendersi da sé.

Stando a quanto pubblicato dal “New York Times”, oltre 3.000 spazi pubblicitari sulle bacheche degli utenti di Facebook sarebbero stati acquistati da account fake legati alla Russia, raggiungendo 126 milioni di utenti del social di Mark Zuckerberg. A questi andrebbero aggiunti oltre 131.000 messaggi su Twitter e più di 1.000 video caricati su YouTube. Dietro questa vera e propria campagna si celerebbero organizzazioni riconducibili alla Internet Research Agency di San Pietroburgo.

A un anno dalla elezione, Trump non sa ancora distinguere politica e puro esercizio di potere
The disrupter
, October 30, 2017

A pensare male qualche volta ci si azzecca, diceva qualcuno. Forse Trump, annunciando il rispetto della scadenza del 26 ottobre 2017 per la messa a disposizione dei documenti desecretati concernenti l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, sperava di distrarre l’opinione pubblica americana con il ghiotto boccone di uno dei misteri più discussi della storia americana. In nome della trasparenza, infatti, ha autorizzato la pubblicazione di circa 2.800 documenti, in ottemperanza a una legge approvata nel 1992, durante la presidenza di George H.W. Bush, dopo il clamore seguito al film di Oliver Stone, JFK. Come è noto, il film ventilava la tesi secondo la quale l’assassinio del presidente diventato una vera e propria icona nel Novecento fosse il frutto di una vasta cospirazione che coinvolgeva la Cia, l’Fbi e le forze armate.

In realtà, il desiderio di Trump di «togliere il velo», come ha dichiarato, si è dovuto piegare alle esigenze di sicurezza nazionale. «Non ho scelta», ha continuato Trump, il re delle teorie cospirative più fantasiose – dalla nascita kenyota di Obama alle accuse all’ex presidente di aver messo microspie alla Trump Tower, dall’appoggio dato a chi mette in relazione l’uso di vaccini con l’autismo fino a insinuare il dubbio che il giudice della Corte suprema Anthony Scalia non sia deceduto per morte naturale, e così via. I documenti disponibili sul sito dei National Archives per il momento non sembrano però introdurre novità significative. Nuovi dettagli e particolari dovranno essere vagliati dall’indagine storiografica e opportunamente contestualizzati. Certo è che la decisione di Trump di accettare le richieste della Cia e dell'Fbi di rimandare, almeno per il momento, di sei mesi la pubblicazione di altri 300 documenti dà ulteriore alimento a chi si nutre di teorie cospirazioniste e paventa il complotto a scapito del popolo e del suo diritto a conoscere la verità.