Rivista il mulino

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Barriere, cemento, filo spinato
Non c’è più tempo
, September 21, 2015

Dopo avere considerato per decenni il Muro di Berlino come simbolo dell’arretratezza culturale e ideologica, oggi scopriamo che l’Europa in cui abbiamo creduto è piena di barriere, filo spinato e cemento armato.

La strada compiuta dai primi accordi del dopoguerra verso una vera unione politica è tanta, forse non è mai stata sottolineata a sufficienza e ha sofferto dello stile così poco amichevole uscito dalle scrivanie di cristallo di Bruxelles. Tuttavia, il senso di appartenenza a un’idea davvero larga e comune, culturale ancor prima che politica, scompare di fronte ai drammi umanitari prodotti dalle nostre frontiere stato-nazionali.

Che fine ha fatto l’Europa unita che avevamo immaginato di poter realizzare, seppure poco alla volta? I due punti di riferimento che ci hanno permesso di sentirci parte di una entità più grande, non solo geografica, in certi momenti quasi di una comunità – Schengen e la moneta unica – sono a rischio. Ogni giorno emergono fratture e disconnessioni gravi, con alcuni Paesi membri sempre meno disponibili a ragionare in termini di politiche comuni.

Eppure negli anni gli appelli alla necessità di una maggiore integrazione non sono mancati. Ma sottovalutando le conseguenze del populismo e lasciando incompiuta la riunificazione europea post-’89, siamo arrivati alla situazione attuale.

Con i muri e le barriere ottieni anche una rimozione culturale dell’altro. Alla fine della guerra fredda, infatti, quando l’Europa si è ricomposta abbiamo fatto una fatica tremenda a ritrovarci. Basti pensare alle modalità con cui si è ottenuto l’allargamento dell’Ue: sono serviti cinque anni solo per formulare i criteri di Copenaghen, vale a dire una promessa vaga e scontata di integrazione europea, mentre da decenni i Paesi centroeuropei attendevano il loro “ritorno in Europa”. 

Quel caro, vecchio Labour
, September 14, 2015

Per spiegare la novità della politica britannica conviene fare qualche passo indietro, ritornando al 15 giugno scorso. Sono passate alcune settimane da quando è iniziata la campagna per eleggere il nuovo leader del Labour, ed ecco che un semisconosciuto parlamentare che si chiama Jeremy Corbyn viene scelto come candidato da un manipolo di parlamentari che appartengono all’ala sinistra del partito. Una candidatura di testimonianza? L’ultimo arrivato nella competizione per succedere a Ed Miliband è un backbencher che non ha esperienze di governo, e all’apparenza non si cura troppo della propria immagine. Dalle prime foto che appaiono sulla stampa internazionale si direbbe che abbia l’aspetto di uno di quei signori inglesi che vanno a godersi la pensione in Spagna o in Portogallo. Altro che Cool Britannia! Per partecipare alla consultazione aperta ai non iscritti (ebbene sì, anche a Westminster fanno le primarie) il meschino ha perfino bisogno di ottenere il sostegno di ben quindici parlamentari che non appartengono alla sinistra, ma mostrandosi fedeli alle tradizioni sportive d’oltremanica, offrono generosamente il proprio voto per “allargare il dibattito”. Insomma questo Corbyn sembra proprio l’odd man out, la volpe zoppa che ben presto verrà sbranata dalla muta scatenata dai media sulle tracce del gruppo da cui potrebbe un giorno venir fuori il prossimo Primo ministro del Regno Unito.

Passano alcune settimane, siamo al 15 luglio, e arriva la prima sorpresa. Unite, il sindacato che è anche il più importante finanziatore del Labour, annuncia il proprio sostegno per Corbyn. Seguito a ruota da altre organizzazioni dei lavoratori, come Cwu e Unison.

Senato, servirebbe un po’ di memoria
, September 7, 2015

Lasciando da parte le sciocchezze su una riforma del Senato che metterebbe addirittura a rischio la democrazia, ci possiamo prendere il lusso di una riflessione controcorrente. Perché su un tema tanto delicato è mancata innanzitutto, anche da parte di personaggi che dovrebbero essere qualificati, la consapevolezza di quale fosse il nucleo della questione.

Basterebbe avere letto gli atti della nostra Assemblea Costituente, per sapere che all’origine della formazione di una “seconda Camera” c’era il tema classico di trovare un sistema di “rappresentanza” che fosse diverso dalla rappresentanza delle opinioni e dei programmi che si esprimono attraverso la selezione di un personale politico imperniato su di essi. Allora ciò avveniva attraverso i partiti. Questa diversa rappresentanza, scartata l’ipotesi di farla risiedere nella rappresentanza dei corpi sociali organizzati (la reminiscenza del corporativismo fascista non deponeva a favore), fu individuata negli enti locali. La prima proposta prevedeva infatti un Senato eletto per un terzo dalle Assemblee Regionali (ancora da istituire all’epoca) e per due terzi dai consigli comunali. Attraverso un lungo e travagliato dibattito, alla fine questo impianto fu abbandonato. In fondo la gran parte dei costituenti, che erano uomini di partito, volevano una seconda Camera in cui fosse possibile tentare contromosse verso l’egemonia politica che si pensava si sarebbe affermata nella prima. I liberali e i loro alleati spinsero per avere la differenza di rappresentanza basata invece che sulla proporzionale, sul collegio uninominale. Pensavano che così sarebbe stato loro possibile aggirare il dominio proporzionalistico che la Dc esercitava su quello che pensavano fosse storicamente il loro elettorato tradizionale. Il Pci, e in specie Togliatti, sposò con un tatticismo repentino questa tesi, convinto anch’esso che ciò potesse al Sud nuocere alla Dc e al Nord consentire la vecchia politica dei “blocchi” almeno laddove i comunisti erano abbastanza forti. 

Migranti per forza
, August 31, 2015

La vicenda degli insegnanti meridionali che dovranno trasferirsi al Nord per ottenere finalmente un posto di ruolo ha suscitato polemiche dai toni spesso esasperati e iperbolici. È stata anche pretesto, per alcuni, per ribadire un principio ritenuto ovvio. Certo, si è detto, di fronte ad alcuni casi personali possiamo dispiacerci, specie quando coinvolgono persone già attempate, ma bisogna comunque che ci abituiamo all’idea che la mobilità territoriale - cioè la migrazione - specie se interna a uno stesso Paese, è un fatto fisiologico, come sanno le migliaia di giovani che sono già partiti o si apprestano a partire verso nuovi lidi. Questi inviti alla normalizzazione dei fenomeni migratori – al di là del loro uso comunque improprio nella vicenda in questione – ci dovrebbero preoccupare. Sono entrati a far parte del senso comune, ma non dovrebbero esserlo.

In realtà, le migrazioni non sono un fenomeno fisiologico. Sono quasi sempre esito di cambiamenti strutturali profondi dell’economia interna e internazionale, che a loro volta quasi sempre procedono e sono sostenuti da scelte politiche e da condizioni risalenti di squilibrio economico e sociale. L’incremento drammatico della migrazione (legale e soprattutto illegale) dal Messico agli Stati Uniti negli ultimi vent’anni, tanto per fare un esempio noto e accertato, è diretta conseguenza degli accordi Nafta del 1994, che con il libero scambio fra Messico e Stati Uniti hanno portato all’invasione di granoturco sussidiato sui mercati messicani e all’insediamento di industrie che hanno causato danni ambientali irreversibili e affossato le economie locali. I flussi di "lavoratori distaccati" (posted workers) sbalzati da una regione all’altra dell’Europa sono stati l’esito di una normativa in deroga alle tutele e ai livelli salariali stabiliti a livello nazionale. Per fare un esempio più vicino a noi, il saldo migratorio negativo di molte regioni del Sud denunciato anche nel recente rapporto Svimez è frutto di una storia fin troppo nota di cattiva amministrazione dello sviluppo del Mezzogiorno, che continua nel presente ed è ulteriormente aggravata dagli esiti della crisi economica attuale. 

Vacanze (molto) diseguali
, August 3, 2015

Ad agosto, quando solitamente si va in vacanza, le disuguaglianze di condizioni di vita tra le famiglie italiane, e tra queste e quelle dei Paesi forti dell’Europa, si palesano nel modo più evidente. Basterebbe un giro per le periferie delle città del Nord, i centri storici decaduti del Mezzogiorno, le campagne e le aree interne spopolate della intera penisola per farsi un’idea di quanti restano a casa. Anziani accaldati e sofferenti, lavoratori senza ferie, giovani stagionali, bambini spesso in sovrappeso si accalcano intorno a luoghi improvvisati di refrigerio o di svago a buon mercato, talvolta in località turistiche dove ben altre sono le opportunità di cui godono gli occasionali frequentatori, italiani e stranieri.

Nel 2014, secondo la rilevazione realizzata dall’Istat nell’ambito della indagine europea sui redditi e le condizioni di vita (SILC-Statistics on Income and Living Conditions), metà (49,2%) delle famiglie italiane non ha potuto trascorrere una settimana di vacanze lontano da casa, contro un terzo dell’Inghilterra, un quarto della Francia e ancor meno della Germania. In aggiunta a ciò, dal 2008 ad oggi – gli anni segnati dalla recessione economica – l’incidenza percentuale delle famiglie italiane che non si è mai spostata è aumentata di ben dieci punti percentuali.