Rivista il mulino

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la nota
Ripensare subito l'Europa
, July 6, 2015

Siamo in terre incognite. Gravide di rischi, anche estremi: come quello di tornare indietro di decenni sulla strada della costruzione europea. Ma anche di una nuova speranza, rafforzata dal risultato di ieri. Ho sostenuto con convinzione le ragioni del “no” al referendum greco, nell’ambito di una dialettica come sempre ricca e costruttiva all’interno del comitato di direzione di questa rivista. Per un principale motivo: perché l’Europa costruita negli ultimi anni non funziona (come ho provato ad argomentare più compiutamente qui). Non riesce a risanare i suoi squilibri, a investire sulla crescita, a evitare nuove, profonde, fratture fra i suoi cittadini. Perseverare con la cieca austerità degli ultimi anni avrebbe solo distrutto ancor più la Grecia.Ma il punto è questo: l’Europa è sul baratro, indipendentemente dalle vicende elleniche. Ed è una gran fortuna che lo shock sia arrivato da un Paese con cittadini e governo che desiderano fortemente restare nell’Europa e nell’euro e non dai tanti, crescenti, movimenti nazionalisti e antieuropei. Siamo a un punto di svolta a cui saremmo comunque, prima o poi, arrivati.

Ora si aprono giornate decisive, su tanti di quei fronti che è persino impossibile ricordarli.  

Il tramonto di un mito
, June 29, 2015

Tanti miti della nostra giovinezza sono tramontati, ma gli avvenimenti degli ultimi mesi ne hanno compromesso uno che aveva segnato più di una stagione: il mito europeista.

Pensare che l’Unione europea possa essere attualmente lo specchio dei sogni degli europeisti degli anni che arrivano fino agli anni Ottanta del secolo scorso è impossibile. Il plateale fallimento nella ricerca di una politica comune e sensata a fronte di un fenomeno storico come le immigrazioni di massa dall’ex Terzo mondo dimostra che nell’Ue non esiste né una cultura politica comune, né una leadership autentica capace di imporsi agli Stati membri. Se ci si aggiunge l’incredibile gestione della vicenda greca non ci si può che confermare in questa convinzione. La crisi di oggi ha, certamente, origini relativamente lontane. La prima è stata la disinvolta politica di allargamento che generava dalla fretta di sottrarre gli ex satelliti sovietici a ogni ipotesi di risucchio in una rinascita della vocazione imperiale russa. Quel compito andava di pari passo con la trasformazione della Nato, ma alla fine è diventato una politica a sostegno di questa senza riuscire ad andare molto più in là, almeno nella maggioranza dei casi.

Se il migrante scegliesse il Paese
, June 22, 2015

Il sistema di "quote" in discussione in queste settimane, che prevede la distribuzione dei richiedenti asilo e protezione internazionale fra i Paesi dell'Unione europea, è ispirato a un principio di condivisione degli oneri che risponde a criteri di equità e giusta cooperazione che dovrebbero apparire ovvi. La ferma opposizione di molti Stati membri dell'Unione nei confronti di questo piano è espressione non solo di una deriva antiumanitaria e xenofoba, ma anche di un disimpegno evidente nei confronti sia della piena realizzazione politica dell'Unione sia degli ideali ispiratori del progetto europeo.

Tuttavia, nel formulare politiche comuni di accoglienza ai profughi, l'equa ripartizione dei flussi non è l'unico principio che potrebbe e dovrebbe essere preso in considerazione. Un altro principio fondamentale è quello in base al quale i profughi dovrebbero avere voce nella scelta del Paese in cui presentare la richiesta di asilo o protezione e dal quale ricevere accoglienza. La discussione di questi giorni e il dibattito pubblico in generale sono ben lontani dal contemplare questa possibilità. Se ne possono immaginare diverse ragioni. Innanzitutto, è facile essere indotti a pensare che i "profughi", per definizione, siano persone senza risorse e senza progetti, animate dal mero istinto di sopravvivenza e dall'unico proposito di fuggire dai pericoli e dalle sofferenze cui andrebbero incontro se restassero nei Paesi di origine.

Guerra alla povertà e guerra ai poveri
, June 15, 2015

La crisi economica e l’arrivo in Italia di donne, bambini e giovani uomini in fuga da guerre, conflitti e da condizioni di vita insostenibili nei campi profughi di Paesi di confine hanno modificato profondamente la composizione della povertà italiana. Quest’ultima era costituita in larga misura da famiglie povere con figli minori in cui sono presenti entrambi i genitori, caratterizzate da uno squilibrio tra entrate familiari – redditi da lavoro modesti e discontinui e trasferimenti monetari altrettanto modesti e discontinui – e residenti per due terzi nel Mezzogiorno. Non che questo tipo di povertà vada scomparendo, anzi, essa esce acuita dalla crisi economica e dai processi di arretramento dei sistemi di Welfare, che hanno sottoposto le famiglie italiane a un sovraccarico di aspettative di cura in presenza di una riduzione delle occasioni di lavoro finanche nella economia irregolare. Sono queste le famiglie che sono state in larga parte interessate dai fenomeni di “nuova migrazione”, i quali, come è messo in luce da Monica Santoro nel numero in uscita del “Mulino”, portano con sé il rischio di riprodurre nei Paesi di arrivo le stesse condizioni di povertà, precarietà occupazionale e scarsa protezione dalle quali si era cercato di fuggire. E sono queste stesse famiglie, e soprattutto le giovani coppie, ad aver adottato consumi sempre più parsimoniosi, come documentano due ricerche richiamate nello stesso numero.

Ascesa e declino del multiculturalismo
, June 8, 2015

Alla fine del secolo scorso il multiculturalismo sembrava rappresentare una delle linee guida per la regolazione della politica e della vita sociale nel mondo occidentale. We Are All Multiculturalists Now intitolava un fortunato saggio di Nathan Glazer del 1997 che sottolineava la vittoria del pensiero e delle politiche multiculturalicome diffusa condivisione della necessità di attenzione verso le minoranze e di riconoscimento dei loro valori e delle loro tradizioni. Con l’inizio del nuovo millennio la reputazione del multiculturalismo cambia rapidamente. A partire dagli attentati dell’11 settembre 2001, per arrivare agli attentati odierni, all’ascesa dell’Isis, ai continui sbarchi di immigrati e rifugiati sulle nostre coste, tutto ciò ha contribuito a rimettere in discussione in modo radicale le basi logiche e morali di una politica multiculturale.

Una delle critiche più significative è l’accusa di aver contribuito a trasformare le differenze in diversità, cioè di aver reso le specificità e le plurali forme di esperienza e di pensiero che caratterizzano ogni collettività umana delle distinzioni assolute, monolitiche e immutabili.

L’ideale di rispetto e di riconoscimento delle differenze si è tramutato in un normativismo affrettato che porta a congelare le differenze di gruppo. Una visione reificata della differenza, della cultura e dell’identità trasforma questi costrutti sociali in oggetti finiti, entità stabili, qualcosa che si possiede, che è necessario custodire da contaminazioni in modo che non si deteriori modificandosi.