Rivista il mulino

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Lavoro: parametri vecchi e parole feticcio
, November 30, 2015

«Chi non vuole discutere lo dica»: il giorno dopo le sue dichiarazioni, Giuliano Poletti reagisce alle critiche che avevano destato le sue parole di venerdì a proposito dello “sganciamento” delle retribuzioni dall’orario di lavoro. Innanzitutto tra i sindacati, ma non solo. Nell’intervista rilasciata ieri a «Il Sole 24 Ore», Poletti sostiene di non accettare “le distorsioni e le banalizzazioni”. Né le une né le altre fanno bene al dibattito, men che meno se si parla di occupazione. Ma occorrerebbe evitare il rischio proprio a partire da chi ha una veste istituzionale. Si dà il caso che, indipendentemente dalla sede in cui le parole vengono pronunciate, un ministro resti, sempre e comunque, tale. E se un ministro del Lavoro afferma pubblicamente che «l’orario di lavoro è un parametro vecchio» non può poi credere che ciò non scateni qualche reazione.

Polemiche a parte, ancora una volta la categoria chiave invocata nell’immaginare nuovi criteri di retribuzione è «flessibilità». Una parola trasformata negli anni in una sorta di vero e proprio feticcio della – troppo spesso presunta – modernizzazione del lavoro. Parlare, come fa Poletti, di «cambiamento del mondo del lavoro che incorpora sempre più elementi di responsabilità, motivazione e partecipazione attiva» può essere utile (e molto) solo a patto che non lo si faccia a senso unico, impostando il ragionamento e i presupposti di nuove forme contrattuali legati in primo luogo alla responsabilità e all’atteggiamento del lavoratore e tralasciando invece di considerare, quasi sempre, le dinamiche aziendali che responsabilità e motivazione dovrebbero promuovere.

Tuttavia, in un contesto fatto di dati economici che stentano a confermare i primi, tiepidi segnali di ottimismo (anche, secondo il ministro dell’Economia Padoan, a causa del rischio terrorismo) e in assenza di qualsivoglia riscontro sugli auspicati benefici effetti del Jobs act – per i quali, evidentemente, bisognerà attendere

In una prospettiva di guerra
, November 23, 2015

Nella settimana che è trascorsa da quando si è tenuta la seduta congiunta del Parlamento francese a Versailles abbiamo assistito a una drammatica sequenza di accadimenti che ha confermato una  sensazione diffusa: gli attacchi avvenuti a Parigi potrebbero segnare una svolta nella politica di sicurezza non solo della Francia, ma anche di diversi altri Paesi. Nel suo discorso davanti ai parlamentari il presidente Hollande ha annunciato le linee generali di una serie di interventi, alcuni dei quali, come l’estensione dello stato di emergenza, sono già stati attuati, e altri lo saranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La risposta della Francia si muove essenzialmente in due direzioni. Dal punto di vista interno, si annuncia un ampliamento dei poteri dell’esecutivo in circostanze in cui ci siano pericoli rilevanti per la sicurezza del Paese. Dal punto di vista esterno, c’è un aumento significativo dell’impegno militare francese nell’azione di contrasto delle forze dell’Isis in Siria, con un’intensificazione dei bombardamenti che dovrebbero diventare ancora più incisivi in seguito all’arrivo, nei prossimi giorni, della portaerei Charles De Gaulle a largo delle coste siriane. Tutto ciò nel contesto di una frenetica attività diplomatica volta a mettere insieme un’ampia coalizione militare, che comprenda i paesi dell’Unione europea e si estenda fino agli Stati Uniti e alla Russia, per annientare la minaccia costituita dall’Isis. Gli eventi di queste ultime ore a Bruxelles, e quelli dei giorni scorsi in Mali, fanno ritenere che questo orientamento di fondo della politica francese non è destinato a cambiare. La Francia, ha detto Hollande, è in guerra.

Ecco perché gli attacchi di Parigi potrebbero rappresentare uno spartiacque per la coscienza europea. Segnando un’inversione di tendenza rispetto al processo di edificazione, sul continente europeo, di quello che lo storico statunitense James Sheehan ha chiamato “the civilian state”.

L’Europa dopo la strage di Parigi
, November 16, 2015

La solidarietà è scontata, ma è anche un sentimento di circostanza. Cosa significa infatti solidarietà in una Unione europea indebolita da tensioni interne, priva di una leadership autorevole, attratta sempre dalle sirene del sovranismo? Queste sono le domande all’indomani della strage di Parigi.

Al vertice del G20 in Turchia, l’Europa si è presentata coi suoi capi di Stato, anche se c’erano, come di rito, i vertici dell’Unione europea. Cosa questi ultimi possano offrire di più e di diverso che illudersi di coordinare almeno un poco i loro riottosi condomini non è chiaro. Bruxelles ha un gigantesco apparato burocratico, ha uffici che si occupano di tutto, ma quando c’è da operare non è in grado di farlo. È una sgradevole verità, ma bisognerà pur prenderne atto.

Sul delicatissimo scacchiere mediorientale i grandi Paesi del nostro continente si muovono in ordine sparso, ciascuno per sé. I medi e i piccoli non solo non si muovono, ma non fanno neppure l’intendenza, quella che secondo Napoleone poi seguirà. Anche senza arrivare al complicato panorama siriano, si può vedere benissimo che in Africa una politica europea si fatica a trovarla, vuoi che si parli dell’Africa mediterranea (e basterebbe il caso del Libano, per non dire delle primavere arabe), vuoi che si parli di quella subsahariana (e qui tanto per ricordare ci sono Mali, Niger, Somalia, per tacere della Nigeria alle prese con Boko Haram).

Molta confusione intorno ai vaccini
, November 9, 2015

Nella maggior parte dei Paesi occidentali in questi ultimi anni si è verificato un calo preoccupante delle vaccinazioni infantili, che ha portato in alcuni casi al riemergere di malattie che sembravano pressoché debellate o la cui incidenza era stata fortemente ridotta. Sulla base di dati allarmanti, negli Stati Uniti ne è derivato un ampio dibattito, ora divampato anche in Europa, i cui termini e le cui ragioni sono ben documentati nell’articolo di Sofia Francescutto sull’ultimo numero del «Mulino».

Anche in Italia, nel biennio scorso, si è registrato un calo delle vaccinazioni fonte di motivata preoccupazione, cui si aggiunge un ulteriore elemento di sconforto, dato dal tono del dibattito pubblico. Il nuovo Piano nazionale per la prevenzione vaccinale 2016-18 ha scatenato allarmismi e accese reazioni all’ipotesi di pesanti sanzioni sia per i medici che sconsigliano o non incoraggiano le vaccinazioni, sia per i bambini non vaccinati, per i quali si è parlato insistentemente di esclusione dalla scuola e dagli asili. Allarmismi non ingiustificati, dal momento che illustri luminari e rappresentanti delle istituzioni si erano affrettati a dare il proprio avallo a entrambe le misure, salvo poi essere sconfessati dalla ministra Lorenzin, che ha negato che il Piano (almeno per ora) possa prevedere nulla del genere.

L'Isee e gli "scrocconi del Welfare"
, November 2, 2015

Il 1° gennaio 2015 è entrato in vigore un nuovo sistema di calcolo dell’Isee, l’indicatore della condizione economica equivalente – introdotto per la prima volta in Italia nel 1998 – tramite il quale viene regolamentato l’accesso a prestazioni di Welfare locali come asili nido, mense scolastiche, servizi socio-sanitari domiciliari e residenziali. Questo strumento accoglie in gran parte le innovazioni introdotte con la legge n. 214 del 2011, a seguito di un processo molto lungo e complesso di mediazione politica. Tra i principali cambiamenti vi è l’adozione di una definizione più ampia di reddito disponibile che include anche gli assegni familiari, le borse di studio, gli assegni sociali, le indennità di accompagnamento e le pensioni di invalidità. In aggiunta a ciò la riforma attribuisce un maggior peso alla componente patrimoniale, introduce una differenziazione dell’Isee a seconda del tipo di intervento (ad esempio per l’università e la sanità) e inoltre prevede un inasprimento delle forme di controllo mediante sia una riduzione delle dichiarazioni autocertificate sia un incrocio tra le banche dati fiscali e contributive. Infine essa presta maggiore attenzione alla adeguatezza del reddito rispetto ai bisogni familiari, stabilendo alcune agevolazioni per le famiglie con componenti disabili, per le famiglie con tre e più figli e per le persone non autosufficienti.