Rivista il mulino

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la nota
Migranti per forza
, August 31, 2015

La vicenda degli insegnanti meridionali che dovranno trasferirsi al Nord per ottenere finalmente un posto di ruolo ha suscitato polemiche dai toni spesso esasperati e iperbolici. È stata anche pretesto, per alcuni, per ribadire un principio ritenuto ovvio. Certo, si è detto, di fronte ad alcuni casi personali possiamo dispiacerci, specie quando coinvolgono persone già attempate, ma bisogna comunque che ci abituiamo all’idea che la mobilità territoriale - cioè la migrazione - specie se interna a uno stesso Paese, è un fatto fisiologico, come sanno le migliaia di giovani che sono già partiti o si apprestano a partire verso nuovi lidi. Questi inviti alla normalizzazione dei fenomeni migratori – al di là del loro uso comunque improprio nella vicenda in questione – ci dovrebbero preoccupare. Sono entrati a far parte del senso comune, ma non dovrebbero esserlo.

In realtà, le migrazioni non sono un fenomeno fisiologico. Sono quasi sempre esito di cambiamenti strutturali profondi dell’economia interna e internazionale, che a loro volta quasi sempre procedono e sono sostenuti da scelte politiche e da condizioni risalenti di squilibrio economico e sociale. L’incremento drammatico della migrazione (legale e soprattutto illegale) dal Messico agli Stati Uniti negli ultimi vent’anni, tanto per fare un esempio noto e accertato, è diretta conseguenza degli accordi Nafta del 1994, che con il libero scambio fra Messico e Stati Uniti hanno portato all’invasione di granoturco sussidiato sui mercati messicani e all’insediamento di industrie che hanno causato danni ambientali irreversibili e affossato le economie locali. I flussi di "lavoratori distaccati" (posted workers) sbalzati da una regione all’altra dell’Europa sono stati l’esito di una normativa in deroga alle tutele e ai livelli salariali stabiliti a livello nazionale. Per fare un esempio più vicino a noi, il saldo migratorio negativo di molte regioni del Sud denunciato anche nel recente rapporto Svimez è frutto di una storia fin troppo nota di cattiva amministrazione dello sviluppo del Mezzogiorno, che continua nel presente ed è ulteriormente aggravata dagli esiti della crisi economica attuale. 

Vacanze (molto) diseguali
, August 3, 2015

Ad agosto, quando solitamente si va in vacanza, le disuguaglianze di condizioni di vita tra le famiglie italiane, e tra queste e quelle dei Paesi forti dell’Europa, si palesano nel modo più evidente. Basterebbe un giro per le periferie delle città del Nord, i centri storici decaduti del Mezzogiorno, le campagne e le aree interne spopolate della intera penisola per farsi un’idea di quanti restano a casa. Anziani accaldati e sofferenti, lavoratori senza ferie, giovani stagionali, bambini spesso in sovrappeso si accalcano intorno a luoghi improvvisati di refrigerio o di svago a buon mercato, talvolta in località turistiche dove ben altre sono le opportunità di cui godono gli occasionali frequentatori, italiani e stranieri.

Nel 2014, secondo la rilevazione realizzata dall’Istat nell’ambito della indagine europea sui redditi e le condizioni di vita (SILC-Statistics on Income and Living Conditions), metà (49,2%) delle famiglie italiane non ha potuto trascorrere una settimana di vacanze lontano da casa, contro un terzo dell’Inghilterra, un quarto della Francia e ancor meno della Germania. In aggiunta a ciò, dal 2008 ad oggi – gli anni segnati dalla recessione economica – l’incidenza percentuale delle famiglie italiane che non si è mai spostata è aumentata di ben dieci punti percentuali.

Emergenza migranti: l’integrazione passa dalle nuove comunità
La rabbia che disintegra
, July 24, 2015

Rivisitare vecchi modelli di auto oggi si usa e funziona. Rivisitare un modello interpretativo che osserva un terreno accidentato come quello migratorio, attraversato da tensioni di ogni genere e segnato dall’ombra del terrorismo, è un azzardo. Affronto il rischio e ripropongo un prodotto  ideato alla fine degli anni Novanta, quando presiedevo la Commissione per l’integrazione degli immigrati. Secondo quel modello, i principali obiettivi delle politiche di integrazione degli immigrati sarebbero quattro.  Primo obiettivo: un impatto positivo o almeno non dannoso sul Paese di arrivo. Secondo obiettivo un simile impatto sul Paese di origine. Già questi due scopi sono un esempio della difficoltà di conciliare tutti gli obiettivi desiderabili.

Gli immigrati altamente qualificati sono più facili da integrare e uno studio Ocse del 2014 conferma il loro prezioso contributo in tutte le economie avanzate; ma il Paese di origine che ha pagato la loro formazione e anche le famiglie che li hanno allevati non ne ricavano grandi vantaggi; proprio perché si inseriscono meglio, questi immigrati investono nel Paese di arrivo e mandano meno soldi in patria. Il nostro sistema produttivo e il nostro Welfare familiare attraggono soprattutto lavoratori poco qualificati, mentre esportiamo crescentemente diplomati e laureati. Il che non significa che vadano necessariamente a ricoprire mansioni pregiate: delle competenze di alcuni nostri espatriati  non c’è richiesta neppure all’estero. In Italia una laurea qualunque la facciamo bastare in  un concorso pubblico, magari a scapito di candidati competenti ma senza quel titolo, ma  quel pezzo di carta non basta a fare un cervello appetibile a livello internazionale. 

Una catastrofe rimandata
, July 20, 2015

L’accordo che ha interrotto l’asfissia finanziaria che stava per provocare il collasso dell’economia greca e l’uscita del Paese dalla moneta unica ha allentato la tensione sui mercati, ma non ha risolto i problemi che ci hanno condotto a un passo dal baratro. Le istituzioni europee non sono state in grado di dare una risposta credibile alla domanda posta da chi sostiene che un’economia priva di un tessuto produttivo dinamico non possa far fronte a un debito come quello accumulato dalla Grecia negli ultimi anni. La prova di forza tra la Germania – che continua a respingere qualsiasi ipotesi che comporti un alleggerimento del fardello imposto ai greci – e Paesi come la Francia e l’Italia – che, sia pur timidamente, sembrano essere non contrari a un taglio del debito – non si è ancora conclusa. Nel Parlamento ateniese si è formata una maggioranza che ha dato fiducia al nuovo governo che si è impegnato a onorare i termini imposti dai partner europei. Tuttavia, chi a Berlino sperava che l’ultimatum (perché di questo si è trattato, come ha scritto Adriana Cerretelli) avrebbe provocato l’uscita di scena di Alexis Tsipras sarà rimasto deluso. Gli ultimi sondaggi continuano ad accreditare il partito guidato dall’attuale primo ministro come largamente favorito se i greci tornassero alle urne

Un Atlantico oggi più largo
, July 13, 2015

L’Atlantico in questo periodo si è di nuovo allargato. Stati Uniti ed Europa, o meglio le diverse Europe – l’Europa dell’Unione europea e quelle espressione di risorgenti interessi nazionali, se non locali – hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune. Non è la prima volta che accade. In passato, sono stati molti gli esempi di un Atlantico che si è esteso o ristretto in virtù di crisi politiche, economiche o sociali, e più spesso per le tentazioni unilateraliste che hanno contraddistinto alcune fasi della politica estera americana. Si pensi solo al gelo calato con la War on Terror e al risorgere di rispettivi "anti-ismi": l’antiamericanismo in un’Europa che faceva fatica a capire le crociate dell’America di Bush Jr e, di converso, l’antieuropeismo di intellettuali e opinionisti statunitensi che ripescavano antichi stereotipi per descrivere una, a loro avviso, imbelle Europa.

Tuttavia, oggi, la divisione appare più sottile, meno dichiarata, ma non meno significativa della diversità con cui si cerca di rispondere a una crisi sistemica come quella attuale. Non si tratta soltanto dell’incapacità dell’amministrazione Obama (e di una parte dell’opinione pubblica americana) di comprendere le rigidità della leadership europea nei confronti della Grecia, di fronte a quello che appare a tutti, ormai, come l’evidente fallimento delle politiche di austerità. E neppure di un’incomprensione dovuta all’attenzione distratta e un po’ annoiata che si presta a qualcosa che si ritiene, tutto sommato, un fatto marginale.