Rivista il mulino

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Sharing economy, mutamenti in atto e bisogno di regolamentazione
Le regole per la condivisione
, January 11, 2016

Sempre più spesso sentiamo parlare di sharing economy, per definire una serie di comportamenti e di pratiche sociali via via più diffusi in contesti prevalentemente metropolitani, quali il bike sharing, il car sharing, le banche del tempo, i Gruppi di acquisto solidale ecc. «Sharing» fa riferimento al concetto di condivisione, di solidarietà, di aiuto reciproco tra le persone. Accanto a questa visione che accentua soprattutto l’aspetto etico solidaristico della condivisione, vi è quello più strettamente dell’economy, dove emergono nuove o rinnovate forme di imprenditorialità e di scambi di mercato che richiedono nuove procedure, norme, standard di comportamento (AirBnb, Uber ad esempio).

Lo sviluppo e la diffusione della sharing economy in Italia, come in altre parti del mondo occidentale, significa la coesistenza di piattaforme multinazionali come Uber e AirBnb che sono in grado di imporsi sui mercati e competere in modo aggressivo con soggetti economici già presenti, ma anche l’emergere di iniziative dal basso come le banche del tempo o gli spazi di co-working che lottano per diventare economicamente sostenibili. Questo mondo variegato e composito delle forme di economia di condivisione è stato spesso considerato come una sorta di rottura con la visione egoistico-individualistica dell’economia di mercato e dell’interesse personale, e come promotore di un cambiamento verso una società più collaborativa che superi il capitalismo di mercato. Altri studiosi, più scettici, ritengono che si tratti di una pseudo condivisione che nei fatti non mantiene poi le aspettative di generare relazioni interpersonali comunitarie. 

Obama al centro
, January 4, 2016

Ci siamo. Fra meno di un mese inizia, con i primi test che si terranno in Iowa e New Hampshire, la vera corsa per le elezioni presidenziali americane.

Se l’attenzione dell’opinione pubblica americana e internazionale si concentrerà, quindi, sempre di più sulle accese diatribe all’interno dei due partiti maggiori – e in particolare su quello repubblicano per via dei sondaggi che continuano a dare come vincente Donald Trump – non per questo, però, si dovrà perdere di vista il presidente uscente.

Vari sono i motivi che inducono a ritenere che Barack Obama continuerà a rimanere al centro della scena politica interna e internazionale. Innanzitutto, egli ha già dimostrato, a partire dal disastroso esito delle elezioni del 2014, di non avere alcuna intenzione di rivestire il ruolo di "anatra zoppa". Al contrario, in ogni occasione, ribadisce che si impegnerà a portare avanti la sua agenda politica sino alla fine del suo mandato. Inoltre, Obama intende andare oltre la pur comprensibile attenzione alla sua eredità politica, soffermandosi sul consolidamento di quelle riforme che, a suo avviso, stanno rimodellando il volto dell’America.

Da questo punto di vista, gli ultimi mesi del mandato sono cruciali perché la sua capacità di leadership da un lato permetterà di creare uno spazio politico di agibilità per il Partito democratico e per colui o colei che sarà candidato/a alla presidenza, dall’altro porrà le premesse per una vittoria che Obama considera cruciale per non vanificare l’operato dei suoi otto anni di presidenza. La decisione di anticipare al 12 gennaio il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione ha molto a che vedere con il voto in Iowa.

Crozza senza antidoti
, December 23, 2015

Non c’è eroe per il suo cameriere, diceva Hegel, e non c’è grand’uomo se visto attraverso il buco della serratura. In un Paese democratico, il punto di vista del cameriere è legittimo come quello di chiunque altro e guardare attraverso il buco della serratura può sgonfiare borie e alterigie, può «umanizzare» personaggi pubblici. E c’è sempre un grande ascolto per chi utilizza bene – divertendo – punti di vista che livellano, che avvicinano i potenti ai deboli, i noti agli ignoti, che aiutano a temperare l’invidia sociale («allora sono come noi, o peggio di noi»). Satira? La satira è un genere letterario e teatrale di grande tradizione, coltivato sin dall’antica Grecia, e assai efficace per combattere governanti o persone in condizioni di potere. Satira è politica. Ma – mi domando – è satira l’esercizio sistematico dell’irrisione a tutto campo, la presa in giro di personaggi il cui comune denominatore è solo quello di essere noti al grande pubblico della televisione?

Razzi, un nessuno, è accostato a papa Francesco, Renzi a Bersani, Salvini a Grillo. Nelle mani di un attore e imitatore straordinario come Crozza ne escono bozzetti che talora fanno sbellicare dalle risa anche un vecchio intellettuale pessimista come me. Ma poi il pessimismo riprende il sopravvento. Lasciamo da parte Razzi – non a caso il bozzetto più azzeccato – ma Francesco sta conducendo una battaglia drammatica nella Chiesa cattolica, e gli altri sono portatori di tesi politiche maledettamente serie, piacciano o no: farebbe una bella differenza per il benessere e la civiltà del nostro Paese se ne dovesse prevalere una contro le altre (scegliete a vostro gradimento). Bersani e Renzi rappresentano due concezioni della sinistra che si stanno combattendo duramente, Grillo ha dato stura a un travolgente movimento di indignazione collettiva («via tutti», todos ladrones), Salvini è il rappresentante italiano di un regresso al nazionalismo che sta attraversando l’intera Europa. Di questo si tratta.

Argini al populismo
, December 21, 2015

L’anno politico si chiude con due eventi che, in modi diversi, evocano il populismo – un oggetto classico della nostra riflessione. I risultati delle elezioni regionali francesi e la tormentata elezione dei tre giudici della Consulta italiana ci ricordano che i movimenti populisti non sono più una presenza occasionale, determinata da crisi economiche, ondate migratorie, attacchi terroristici. Piuttosto, sono lo sfondo di un paesaggio democratico terremotato da mediatizzazione e personalizzazione della politica, ineguaglianze crescenti, proletarizzazione dei ceti medi, fine del bipolarismo, e simili. Gli stessi eventi, d’altra parte, mostrano anche i limiti della deriva populista. Limiti interni: i populisti non possono stringere alleanze senza tradire le motivazioni anti-casta del proprio elettorato. Ma soprattutto limiti esterni: argini istituzionali.

In Francia, la mobilitazione repubblicana non sarebbe forse bastata a fermare il Front National senza un doppio turno che costringe alla convergenza al centro e taglia le ali estremiste: specie se si tratta di populisti di destra, che sfondano in provincia e nelle banlieue ma che non raggiungono il 10 per cento a Parigi. Poi, naturalmente, c’è doppio turno e doppio turno, proprio come c’è populismo e populismo. Viene da chiedersi, ad esempio, se il doppio turno funzioni sempre e contro tutti i populismi: anche contro quello del Movimento 5 Stelle, più trasversale di quello dell’Fn? Anche il doppio turno dell’Italicum, che rischia di sommare al ballottaggio i populismi grillino e leghista invece di eliderli, conferendo ai vincitori una maggioranza parlamentare spropositata?

In Italia, l’elezione dei tre giudici costituzionali mancanti alla trentaduesima votazione, con il contributo decisivo del Movimento 5 Stelle, suggerisce considerazioni analoghe. Le altissime maggioranze richieste per eleggere i giudici costituzionali – che nel 2016  dovranno comunque occuparsi dell’Italicum – hanno funzionato. I grillini sono stati costretti ad accordarsi con i dem, scontando i prevedibili maldipancia sulla rete, a stento tacitati dalla mozione di sfiducia anti-Boschi. 

Le conseguenze di scelte politiche scellerate per la formazione universitaria in Italia
L'università cambia. In peggio
, December 14, 2015

L’università italiana ha conosciuto negli ultimi setti anni straordinari cambiamenti: in molti casi, assai preoccupanti. Ha intrapreso un cammino in direzione assai diversa da quello compiuto negli ultimi decenni. Se ne dà una dettagliata ricostruzione nel Rapporto della Fondazione Res, curato da chi scrive, presentato giovedì scorso e di cui è disponibile online un’ampia sintesi. Tre fra i principali cambiamenti.

Uno. È diventata molto più piccola. Ha perso circa un quinto della sua dimensione in termini di studenti, docenti, personale non docente, corsi, finanziamento. Ha così seguito una direzione opposta a quella di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che stanno potenziando la propria istruzione superiore. Per di più, il percorso si è avviato a partire da una dimensione dell’università italiana già molto più contenuta rispetto ai Paesi comparabili. Non sorprende che l’Italia sia ultima fra i 28 Paesi dell’Unione europea per percentuale di giovani (30-34 anni) laureati. 

Due. Sembra essere ritornata a un carattere più classista. Per ciò che è possibile vedere, stanno rinunciando all’università molti giovani delle famiglie meno abbienti, provenienti dai diplomi più deboli (tecnici) e dai territori meno ricchi. Questo a causa sia di un aumento delle tasse universitarie (oltre il 50% in termini reali) che non ha paragoni se non nel caso inglese, e che colloca l’Italia ai primissimi posti fra i Paesi comparabili dell’Europa continentale