Rivista il mulino

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la nota
Che cosa ci dice il voto per le primarie del centrosinistra a sindaco di Milano
È partito il dopo Pisapia
, February 8, 2016

Cominciamo dai numeri. Hanno votato in 60.900. Grosso modo 6.000 in meno dell’ultima volta. La flessione si deve probabilmente al fatto che il centrosinistra, almeno per il momento, sembra non avere un avversario credibile. Le primarie 2016 non sono state un gesto «militante» per gli elettori più avversi al centrodestra. Le previsioni della vigilia sono confermate con la vittoria del favorito, Beppe Sala, che ha avuto il 42,98% dei voti (20.650).

Ma l’ex amministratore delegato di Expo non stravince. Soprattutto tenendo conto del fatto che, oltre al prestigio professionale e alla notorietà dovuta alla manifestazione di cui è stato responsabile, poteva contare sul sostegno di buona parte del gruppo dirigente locale del Partito democratico. Seconda è arrivata Francesca Balzani al 34% (16.720 voti). Terzo Pierfrancesco Majorino, con il 23% (11.522 voti). Ultimo Antonio Iannetta, con l’1% (361 voti). Senza dubbio notevole il risultato di Balzani, tenendo conto che si era candidata per ultima, da poco più di un mese e, diversamente da Sala e Majorino, senza poter contare su una rete operativa sul campo.

Già nella serata di ieri è stato fatto notare che i voti di Balzani e di Majorino, sommati, superano ampiamente il 50%: sarebbero dunque stati sufficienti per battere Sala. In realtà, l’addizione in questo caso non si può fare: ci sono elettori di Majorino che non avrebbero votato per Balzani, e viceversa. Tuttavia, il fatto che più del 50% dei votanti non si sia espresso a favore del candidato (tacitamente) approvato da Renzi e (esplicitamente) sostenuto da tutti i renziani dovrebbe far riflettere. Al di là dei numeri, due caratteristiche di queste primarie sono da segnalare.

Piccole cose da un Paese sbagliato
, February 1, 2016

Si potrebbe certo ragionare su qualcuno dei grandi problemi che affliggono la fase attuale della politica italiana. Sarebbe opportuno e lo si fa anche in misura tutto sommato rilevante. A volte però ci sono piccole cose su cui si riflette poco e che invece mostrano come il nostro sia, per certi versi – riprendendo l’immagine di un libro del maestro Mario Lodi, scomparso quasi due anni fa – un «Paese sbagliato».

Il primo pensiero riguarda la protesta dei diplomatici, perché il governo Renzi ha nominato come ambasciatore presso l’Ue un uomo politico anziché un diplomatico di carriera. Nei Paesi normali, che non sono mitici, ma esistono realmente, il fatto che si possano nominare come ambasciatori personalità prese fuori dei ranghi della diplomazia non suscita alcun problema. I primi a saperlo dovrebbero essere proprio i diplomatici di carriera, che per ottenere l’incarico sostengono anche degli esami di storia delle relazioni internazionali. Gli Stati Uniti sono sempre ricorsi a questa opportunità e non risulta che la capacità d’azione di quello Stato ne sia uscita compromessa.

Se invece si leggono le proteste di quelle che vengono ancora definite «feluche», compresa una quota di giovani, sembra che siamo davanti a un delitto di lesa corporazione. Secondo alcuni quanto avvenuto lederebbe addirittura il principio della meritocrazia,

Per evitare di essere considerate complici di razzismi e discriminazioni, le donne fanno sempre un passo indietro
Se il genere viene dopo
, January 25, 2016

Sono passati quasi vent’anni da quando Susan Moller Okin pubblicava, sulla «Boston Review», Is Multiculturalism Bad for Women?. Con questo articolo l’autrice si proponeva di denunciare una verità spinosa. Le minoranze etniche e religiose presenti nelle nostre società sono discriminate e mal tollerate, e per questo chiedono riconoscimento e tutele. Ma le loro culture sono spesso intrise di misoginia e improntate a una concezione patriarcale della famiglia e del mondo. Accomodare, tutelare e accettare indiscriminatamente queste minoranze e loro culture significa rinchiudere per sempre le donne appartenenti a quei gruppi in un mondo fatto di prevaricazione, abusi, sottomissione e violenza.

L’articolo di Okin portava ancora una volta alla coscienza un dato che si ripete costantemente nella storia del femminismo e dei movimenti per i diritti delle donne: nonostante le donne appartengano al novero dei gruppi oppressi che combattono per una giusta causa, non è detto che le loro battaglie vadano sempre a favore delle altre giuste cause e degli altri gruppi ingiustamente oppressi. E viceversa.

I fatti di Colonia possono essere letti come l’ennesimo episodio di questa storia che si ripete. Ma lo stesso copione si ritrova, in queste settimane, nelle discussioni intorno all’appello lanciato in Italia da Senonoraquando Libere contro la pratica della maternità surrogata, entrato in collisione con le battaglie per il riconoscimento delle coppie omosessuali e le unioni civili.

A proposito di politiche energetiche e di ossimori governativi
Trivello, dunque sono
, January 18, 2016

Non se n’è parlato molto. Ma il 30 settembre scorso dieci regioni italiane hanno depositato in Cassazione sei proposte di referendum. La metà delle regioni italiane, dunque: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Con l’eccezione dell’Emilia-Romagna, del Friuli Venezia-Giulia e della Sicilia, tutte quelle che hanno uno sbocco sul mare. Il motivo è semplice, poiché scopo dei referendum è opporsi alle conseguenze del cosiddetto «Sblocca Italia» (d.l. 133/2014, Capo IX: «Misure urgenti in materia di energia»), laddove il decreto governativo – cui si aggiunge l'articolo 35 del decreto Sviluppo che venne varato dal governo Monti – tratta la questione della ricerca di idrocarburi, delle trivellazioni in mare e delle relative concessioni. Visto il parere positivo espresso dalla Cassazione, ora la parola è alla Corte costituzionale, che dovrà esprimersi sui quesiti referendari. In caso di ammissibilità, il presidente della Repubblica dovrà decidere la data della consultazione, che dovrà tenersi entro il 15 giugno.

Si tratta di una questione assai rilevante da molti punti di vista. Politici, dal momento che molte delle regioni coinvolte sono guidate da una Giunta di centrosinistra (proprio pochi giorni fa è scoppiato un caso in Abruzzo, dove la Giunta regionale guidata da Luciano D’Alfonso sembra voler smentire quanto espresso dal suo Consiglio regionale in data 24 settembre 2015: cfr. L’Abruzzo (del Pd) rompe il fronte referendario antitrivelle, «il manifesto», 15.1.2016). Istituzionali, poiché il decreto mette in discussione i rapporti tra centro e periferia, togliendo alle Regioni le prerogative in merito alle modalità e ai tempi delle concessioni. Di merito, rispetto a una visione da molti considerata superata e dannosa che vede ancora negli idrocarburi la fonte energetica di riferimento anche per i decenni a venire, ignorando le belle parole e gli intenti declamati in accordo con gli altri Stati a Cop21, il recente vertice parigino di cui ci siamo occupati qui. Come ha dichiarato il capofila dei referendari, il presidente del Consiglio regionale della Basilicata Piero Lacorazza (Pd), l’intento è di «impedire le trivellazioni in mare in un raggio di 12 miglia dalla costa e ripristinare le funzioni delle Regioni e degli enti locali in materia» (la Basilicata dell'Eni di Enrico Mattei conta decine di impianti di trivellazione sul proprio territorio).

In attesa che la Corte si pronunci, le cose vanno avanti.

Sharing economy, mutamenti in atto e bisogno di regolamentazione
Le regole per la condivisione
, January 11, 2016

Sempre più spesso sentiamo parlare di sharing economy, per definire una serie di comportamenti e di pratiche sociali via via più diffusi in contesti prevalentemente metropolitani, quali il bike sharing, il car sharing, le banche del tempo, i Gruppi di acquisto solidale ecc. «Sharing» fa riferimento al concetto di condivisione, di solidarietà, di aiuto reciproco tra le persone. Accanto a questa visione che accentua soprattutto l’aspetto etico solidaristico della condivisione, vi è quello più strettamente dell’economy, dove emergono nuove o rinnovate forme di imprenditorialità e di scambi di mercato che richiedono nuove procedure, norme, standard di comportamento (AirBnb, Uber ad esempio).

Lo sviluppo e la diffusione della sharing economy in Italia, come in altre parti del mondo occidentale, significa la coesistenza di piattaforme multinazionali come Uber e AirBnb che sono in grado di imporsi sui mercati e competere in modo aggressivo con soggetti economici già presenti, ma anche l’emergere di iniziative dal basso come le banche del tempo o gli spazi di co-working che lottano per diventare economicamente sostenibili. Questo mondo variegato e composito delle forme di economia di condivisione è stato spesso considerato come una sorta di rottura con la visione egoistico-individualistica dell’economia di mercato e dell’interesse personale, e come promotore di un cambiamento verso una società più collaborativa che superi il capitalismo di mercato. Altri studiosi, più scettici, ritengono che si tratti di una pseudo condivisione che nei fatti non mantiene poi le aspettative di generare relazioni interpersonali comunitarie.