Rivista il mulino

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Speciale amministrative 2016
I sindaci ci sono. La politica un po’ meno
, June 20, 2016

Il mio pezzo sul Mulino, scritto durante il processo di avvicinamento a questo turno di elezioni comunali, insiste sulla opportunità offerta da questo voto per ripristinare un buon raccordo tra esercizio della democrazia rappresentativa e fiducia nel governo del territorio. Ribadisco il punto: i comuni sono oggi l’unico baluardo possibile della democrazia. Dai comuni deve ripartire la fiducia nei meccanismi della democrazia indiretta, in attesa di eventi nuovi che rendano più credibile la grande politica, e delle riforme comunque necessarie per far funzionare meglio la democrazia parlamentare e il governo del paese.

La domanda è adesso se questa opportunità sia stata colta. La lettura di dati così ricchi e per molti versi controversi non può certo determinare una risposta univoca. Da un lato, i militanti del M5S possono legittimamente asserire che questa storica nottata, segnata dalla conquista di due amministrazioni-simbolo come Roma e Torino, e dalla vittoria in 19 ballottaggi su 20, consacra il movimento come l’unico attore capace di esprimere una «alternativa di governo», espressione un tempo partitocratica oggi diventata un mantra nelle interviste degli esponenti del partito di Grillo.

Tuttavia, cittadini e osservatori più scettici sulle prospettive di governo del partito oggi vincitore si pongono una questione, anch’essa legittima: può un partito oramai capace di assicurarsi ovunque in Italia oltre un quarto dei voti, affidarsi a un reclutamento così «casuale»? Può il partito che impone la prima sindaca della capitale e che sconfigge il Pd in un’altra città-simbolo per la sinistra italiana, rimanere così lontano dai ballottaggi a Milano, dove nessun dei partiti maggiori ha avuto il coraggio di schierare un proprio candidato,

La santa alleanza
, June 13, 2016

Renzi irride, con ragione, alla «santa alleanza» che si è formata contro di lui e che unisce una specie di armata Brancaleone estesa dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando anche per il Movimento 5 Stelle, che non si sa bene dove collocare nella geografia tradizionale della politica. Tuttavia, quando si formano questo genere di alleanze qualche ragione ci deve pur essere ed è con questa che ci si deve misurare. Aggiungiamoci che sarebbe il caso di immaginare di contrapporre a un’alleanza una contro-alleanza, perché questa è la logica delle guerre, anche di quelle politiche.

Cerchiamo dunque di capire su che cosa si fonda la compagine trasversale che ha come unico scopo quello di mandare a casa Renzi. Richiama in parte la dicotomia ben nota, quella del pro o contro Berlusconi, che per un ventennio ci ha afflitti senza produrre gran che, in quanto anche allora l’antiberlusconismo metteva insieme un po’ di tutto. Con una differenza con l’oggi, che però non è di poco conto: quella ammucchiata stava tutta dentro il recinto della sinistra. Inclusa quella moderata, che inclinava al centro, ma che sempre sinistra si sentiva.

Oggi il fronte antirenziano mette insieme Salvini e i Cinque Stelle, l’estrema sinistra e Brunetta.

A volte si pensa di difendere i migranti, ma in realtà non li si aiuta affatto
La retorica dei migranti come risorsa
, June 6, 2016

Come ormai di rito, alle ultime dichiarazioni di Monsignor Galantino, che ha richiamato ancora una volta al dovere di accogliere i profughi e i rifugiati in viaggio verso l’Europa, hanno fatto seguito le proteste di chi sostiene che l’accoglienza non è possibile per tutti. E anche questa volta, in soccorso della tesi a favore dell’accoglienza, sono arrivate le voci di chi ci ha ricordato che queste nuove ondate migratorie, lungi dall’essere una disgrazia, sono per noi un’«opportunità» e una «risorsa». L’Europa, si sa, sta subendo un rapido e preoccupante processo di senescenza. Fra pochi anni, lo squilibrio demografico produrrà il collasso dei sistemi pensionistici e del Welfare. I rifugiati, si dice, sono in grado di infondere nuova linfa vitale a questo continente che non è più in grado di riprodurre le condizioni della propria sopravvivenza sociale ed economica.

Questi discorsi sono certamente animati dalle migliori intenzioni e possono apparire come un utile antidoto allo scomposto catastrofismo che anima molti dibattiti sull’emergenza rifugiati. Tuttavia, dovrebbero essere fatti con una certa cautela. Il rischio è che portino a una fallace equiparazione fra rifugiati e migranti economici. Si tratta di un assunto non solo errato dal punto di vista morale, ma anche controverso dal punto di vista empirico.

Parlare di «opportunità» e di «risorsa» può avere senso quando si invita all’accoglienza di chi si sposta in cerca di un lavoro; se riferito a chi sta fuggendo da catastrofi umanitarie immani, suona ‒ anzi è ‒ irrimediabilmente cinico.

Periferie al centro
, May 30, 2016

Nel dibattito politico sulle prossime elezioni amministrative, in particolare a Milano, Roma e Napoli, un posto rilevante è dedicato alle periferie. Tutti gli aspiranti sindaci dedicano, almeno a parole, un’attenzione particolare al degrado delle zone periferiche, a programmi di riqualificazione e miglioramento della qualità della vita nei quartieri disagiati lontani dal centro culturale, amministrativo, artistico delle città.

Degrado, periferia, immigrazione, insicurezza, precarietà, diventano così parole chiave delle campagne elettorali delle varie liste. Le ricette ovviamente differiscono nell’approccio più o meno inclusivo, più o meno securitario, a seconda dei partiti politici, ma comunque lo spazio urbano emerge come un tema rilevante della vita pubblica locale: come risolvere i problemi connessi agli insediamenti abusivi, ai campi Rom, ai rifugi precari di clandestini, come evitare la nascita o il proliferare di ghetti e di luoghi di segregazione abitativa di irregolari, marginali ecc. Ciò che manca nel dibattito pubblico è una seria riflessione sulle ragioni che hanno prodotto e continuano a produrre trasformazioni dei luoghi dell’abitare negli ultimi decenni caratterizzati da processi di spostamento delle popolazioni verso i centri urbani sempre più massicci e veloci.

La politica del sesso
, May 23, 2016

Sexual politics: è questo il terreno di scontro politico su cui in modo più evidente si misurano le incertezze, le ansie, le paure di una società americana profondamente divisa. Era questo il titolo del libro di Kate Millett che, nel 1970, svelava come il rapporto di dominio fra i sessi dovesse essere considerato elemento fondativo dell’ordine politico, ancor più della classe e della razza. A 46 anni di distanza, la «politica del sesso», riveduta e corretta per tener conto delle identità di genere e della necessità di intrecciarla con le differenze di razza, classe ed etnia, domina il dibattito statunitense (e non solo).

La riflessione femminista ha da tempo messo in luce come attorno alle questioni del corpo, dei diritti riproduttivi, delle identità di genere si misurano i confini dell’ordine politico e il modo in cui si dispiegano i diritti di cittadinanza. Non è casuale, quindi, che nel mezzo di una delle più aspre e imprevedibili campagne elettorali, la «sexual politics» giochi un ruolo significativo a livello comunicativo, nel tipo di linguaggio usato (da Donald Trump ma non soltanto da lui), nel modo in cui vengono veicolati stereotipi e rappresentazioni che alimentano le ansie di chi teme «il disordine» dei ruoli sessuali e di genere e la messa in discussione di rassicuranti visioni di ciò che appare o viene ritenuto «naturale». Ma lo scontro si sviluppa anche su materiali e concreti spazi di agibilità politica e ampliamento dei diritti delle donne e della comunità Lgbtq.