Rivista il mulino

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la nota
In tempi magrissimi per la partecipazione elettorale, conviene ricordarsi anche dei referendum abrogativi
Il referendum del 17 aprile
, March 14, 2016

Era il 9 giugno del 1991 quando più di 29 milioni di italiani si recarono alle urne per esprimere il loro parere sulla preferenza unica. Il 62,6% degli aventi diritto, che resero valido il referendum. Per l’allora leader Bettino Craxi, che aveva capeggiato la campagna astensionista invitando tutti ad «andare al mare», fu l’inizio della fine. Allora Craxi, forse non del tutto consapevolmente, trasformò il referendum sulla preferenza unica in un referendum su se stesso. Oggi Renzi, del tutto consapevolmente, ha reso il referendum costituzionale che (senza quorum) ci chiamerà alle urne, prevedibilmente in autunno, un referendum su se stesso e sulla sopravvivenza del suo governo.

Prima del prossimo autunno, però – molto prima, il 17 aprile – avrà luogo un altro referendum. Non costituzionale ma abrogativo. Sarà dunque necessario raggiungere il quorum previsto dall’articolo 75 della nostra Costituzione («La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi»).

Il referendum del 17 aprile si terrà poiché la Corte costituzionale ha ammesso la richiesta espressa da nove regioni italiane (dieci in origine, ma all’ultimo l’Abruzzo guidato dal renzianissimo Luciano D’Alfonso si è tirato indietro). Il quesito referendario è il seguente: «Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?». La questione riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non tocca invece né quelle sulla terraferma, né quelle in mare a una distanza superiore. 

Allarme costituzionale
, March 7, 2016

Che ne è della patria del diritto? Che fine hanno fatto i giuristi d’antan? Queste domande sorgono spontanee, dopo tre notiziole di questi giorni. La prima è del 23 febbraio: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il caso Abu Omar. Sai la novità, dirà qualcuno. Qui, però, la cosa suona un po’ più grave delle altre volte. Che i nostri servizi segreti abbiano collaborato alla extraordinary rendition verso l’Egitto di un imam sospetto di terrorismo non stupisce nessuno: suona però malissimo, dopo il caso Regeni. Ma soprattutto, dalle ottantuno pagine della sentenza, dal valore più simbolico che pratico, escono altrettanto male, se possibile, le massime autorità dello Stato e dunque l’intera immagine della Repubblica.

La seconda notizia è del giorno successivo: il Tribunale di Messina ha accolto il ricorso contro l’Italicum, la legge elettorale approvata la scorsa primavera e in vigore da luglio 2016. Qui la notizia sta nella celerità. Per il Porcellum, la cui incostituzionalità era molto più ovvia, ci sono voluti quattro anni e tre gradi di giudizio, prima che la Cassazione rinviasse gli atti alla Corte costituzionale. Qui ci ha pensato, in due mesi, uno dei diciotto tribunali di primo grado interpellati, accogliendo sei dei tredici motivi.

Evviva il merito
, February 29, 2016

Viviamo in un Paese che non finisce di sorprenderci, specie per lo scarto straordinario che a volte si crea fra la realtà e la sua rappresentazione. Come quando il presidente del Consiglio annuncia per fine anno l’inaugurazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria sapendo – c’è da augurarsi – che i lavori programmati per circa 50 chilometri devono ancora essere avviati. O come nel caso del “merito” nelle politiche della ricerca e dell’università.

Nei giorni scorsi, in un intervento su "Repubblica" molto duro, ma estremamente documentato e del tutto condivisibile, la senatrice a vita Elena Cattaneo ha lamentato la circostanza che, mentre tutto il sistema dell’università e della ricerca italiana si dibatte in una gravissima carenza di fondi, si è deciso di lanciare il progetto dello Human Technopole sull’area ex Expo a Milano, con un finanziamento di un miliardo e mezzo nel prossimo decennio. Il progetto ha il fondamentale pregio, per il nostro presidente del Consiglio, di essere petaloso. Però la senatrice Cattaneo sottolinea come la decisione di affidare questo progetto all’Istituto italiano di tecnologia sia del tutto discrezionale e molto discutibile. Lo stesso Istituto ha già ricevuto cento milioni all’anno nell’ultimo decennio, “in buona parte accantonati in un tesoretto (legale ma illogico) che oggi ammonterebbe a 430 milioni”.

Dopo l’improvvisa scomparsa del giudice Scalia alla Corte suprema si riaprono i giochi
Un giudice alla Corte
, February 22, 2016

Bisogna andare indietro al 1954 per trovare un precedente simile: la morte di un giudice della Corte suprema statunitense nel pieno del suo mandato. A 79 anni, il 13 febbraio il giudice Antonin Scalia è inaspettatamente passato a miglior vita. Un evento privato, di per sé doloroso, si sta trasformando nell’ennesimo episodio della guerra senza esclusioni di colpi fra il Congresso repubblicano e la presidenza di Obama. La Costituzione federale è chiara: spetta al presidente nominare i giudici della Corte suprema quando si verifica una vacanza del posto (per dimissioni o per morte, visto che sono nominati a vita). E spetta al Senato ratificare la nomina. Una prassi seguita in passato senza troppi drammi, pur con episodi che hanno reso evidente come la scelta del presidente sia tutt’altro che una pratica amministrativa.

La nomina dei giudici federali, e di quelli della Corte suprema in particolare, rappresenta uno dei poteri più significativi del presidente per consolidare e garantire l’impianto valoriale e riformatore della sua agenda politica, anche oltre i confini del mandato. Appare evidente, quindi, la sua portata politica, al di là della responsabilità del presidente di nominare giudici di alto profilo morale e adeguata competenza giuridica. Il conflitto, specie in momenti di alta tensione ideologica, non può che esplodere laddove la posta in gioco (scelte economiche, diritti, libertà, sicurezza) appare alta.

Remare contro
, February 15, 2016

Chi sono i gufi con i quali Renzi se la prende tanto? Da una lettura dei riferimenti polemici dedicati dal nostro premier a questi splendidi rapaci notturni, mi sembra di capire che ce ne sono almeno due specie, se non mettiamo tra i gufi anche coloro che, pur critici di singole iniziative del premier o del suo stile da Gian Burrasca, sono sostanzialmente d’accordo con la rivoluzione politica che egli ha provocato. Più che gufi, questi ultimi sono dei grilli parlanti, ma anche loro rischiano di prendersi una martellata se fanno troppo strepito.

Una specie di gufi sono i suoi avversari – dentro e fuori al partito – che hanno un forte interesse politico a “gufare”, a esasperare le critiche contro la sua azione come leader del partito e capo del governo, nella speranza di estrometterlo da entrambi i ruoli. E alla stessa specie appartengono gli intellettuali e gli opinionisti vicini a quelle aree politiche, convinti che Renzi rappresenti una discontinuità pericolosa nella storia democratica italiana del dopoguerra. Ce ne sono di sinistra e di destra: quelli di sinistra radicale si sono uniti in un comitato per il No al referendum e quanto si può dire è che i motivi della loro ostilità a Renzi sono molto diversi da quelli della destra, oltre che diversi tra di loro.

Una specie differente è costituita da coloro che non hanno contro Renzi avversioni politico-ideologiche forti, ma dubitano che il suo stile e i suoi indirizzi di governo producano gli effetti benefici che egli non cessa di magnificare. Una specie meno aggressiva e dannosa, si potrebbe pensare. Ma per un politico che sulla comunicazione e l’immagine, ancor più che sui fatti, ha costruito il suo consenso, questo non è vero.