Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Il cammino verso l’elezione del prossimo presidente Usa si fa tutt’altro che tranquillo
Polarizzati e confusi
, July 25, 2016

Gli appassionati degli anni d’oro del cinema americano forse ricorderanno l’attore e comico Will Rogers, che fece parte anche della troupe del celeberrimo Ziegfeld Follies. Di lui si ricordano anche le sue frasi fulminanti sulla politica americana, alcune delle quali potrebbero benissimo costituire da sole brillanti e sintetici editoriali. La più celebre, e in questi giorni la più evocata, è quella che dice «non faccio parte di alcun partito politico organizzato … sono un democratico». Perfetta sintesi della battaglia politica che ha opposto Hillary Clinton e Bernie Sanders sia durante le primarie che in occasione della stesura del testo della piattaforma politica, e che con tutta probabilità si riproporrà all’interno della convention che si apre oggi a Filadelfia. Una delle materie più scottanti riguarda il tema dei superdelegati (vale a dire senatori e rappresentanti democratici in Congresso, governatori nonché esponenti politici nominati dal comitato nazionale del partito) i quali, introdotti non casualmente dopo le elezioni del 1972 conclusesi con la sconfitta del liberal George McGovern, hanno fatto il loro dovere, cioè arginare le istanze troppo di sinistra.

Oggi, però, e soprattutto dopo l’annuncio di Hillary di farsi affiancare come candidato alla vicepresidenza dal moderato Tim Kaine, i superdelegati finiscono per diventare un ostacolo rispetto alla necessità di dare rappresentanza e voce ai seguaci di Sanders. Will Rogers avrebbe detto: «i democratici non si trovano mai d’accordo su nulla, è per questo che sono democratici. Se andassero d’accordo, sarebbero repubblicani».

sì/no: un voto decisivo
Uno snodo importante
, July 18, 2016

La transizione confusa dalla Prima alla Seconda Repubblica – a una vera Seconda Repubblica – è a uno snodo importante. Non sono così ottimista come Stefano Ceccanti, il quale asserisce, già nel titolo del suo ultimo libro, che La transizione è (quasi) fini-ta (Giappichelli, 2016). Le transizioni di regime, come gli esami, non finiscono mai. E poi, nel caso in cui la riforma costituzionale venga approvata nel referendum di ottobre, sarà solo il tempo a dirci se una transizione c’è stata e soprattutto se i suoi esiti miglioreranno il funzionamento delle istituzioni democratiche del nostro Paese e le condizioni di vita dei suoi cittadini.

Ma nella storia politica e istituzionale di un Paese ci sono tornanti, svolte, snodi significativi, e la riforma costituzionale di cui parliamo appartiene a quest’ordine di eventi. È la svolta che ci consente di parlare propriamente – come ne parlano i francesi – di Seconda Repubblica, non nel modo improprio in cui ne abbiamo discusso negli ultimi vent’anni, dopo la fine ingloriosa della Prima a seguito della riforma elettorale del 1993 e delle elezioni politiche del 1994. Ed è la svolta che segna l’adattamento, in grave ritardo, della democrazia italiana e del nostro sistema istituzionale a tre passaggi storici epocali, che hanno segnato il contesto politico ed economico mondiale degli ultimi trent’anni.

Il primo è la fine della guerra fredda, del bipolarismo mondiale tra democrazie liberali di mercato e sistemi a partito unico ed economia pianificata.

Un Paese che invecchia, si ferma, ripiegato su se stesso
Un’Italia ingiusta
, July 11, 2016

Gli effetti della grande crisi sul lavoro degli italiani sono stati estremamente forti. È bene ricordarlo. Non per deprimersi, ma per rendersi conto che è necessario un progresso potente per tornare a una quantità e qualità dell’occupazione almeno paragonabile a quella del 2008. Per rendersene conto, possono essere d’aiuto alcune interessanti tabelle pubblicate dall’Istat nel suo ultimo Rapporto annuale (in particolare alle pp. 107-109), nelle quali sono comparate la dimensione e la struttura (per settore, professione, età, nazionalità e territorio) degli occupati in Italia del 2008 e del 2015; queste tabelle tengono poi già conto del discreto recupero che si è realizzato nell’ultimo anno.

Nell’insieme, gli occupati sono 626 mila in meno. Tantissimi. Ma le informazioni più interessanti vengono, più che dal saldo netto, dalla composizione delle variazioni. A livello di settore, perdono moltissimi occupati le costruzioni (484 mila), per la crisi dell’edilizia e il crollo degli investimenti infrastrutturali, e l’industria (421 mila); ma anche il commercio (258 mila), a causa della caduta dei consumi interni; e la pubblica amministrazione/istruzione (228 mila) a causa dell’austerità. Gli occupati aumentano in pochi ambiti. Innanzitutto nel settore dei servizi alle famiglie (370 mila), quindi negli alberghi e ristoranti (174 mila), grazie alle buone dinamiche del turismo.

Consenso e voto di scambio
, July 4, 2016

«Perché gli bisogna, a chi vuole regnare nelli Stati, piacere alli uomini, fare di molte iniustizie e sottomettersi ad ognuno. Adunque tu sei servo…»

Questa invettiva, rivolta in una predica dal Savonarola a Lorenzo de’ Medici e ai cortigiani del suo «giglio/cerchio magico» nel 1490, sembra tornare di moda nei nostri tempi. È sempre più difficile oggi individuare un confine netto tra la ricerca del consenso e il voto di scambio, che asservisce colui che crede di comandare.

Fino alla nostra generazione (mi riferisco a chi, nato poco prima della Seconda guerra mondiale, è cresciuto e invecchiato nel dopoguerra) tra gli interessi dei singoli e la politica c’era, tra gli altri corpi intermedi, un canale di mediazione preciso, il partito. Dotato di una forte ideologia, il partito si produceva nello sforzo trasformare gli interessi particolari in interessi generali. Oggi l’incontro/scontro tra società e politica avviene direttamente sul consenso e lo stesso sistema delle tangenti ai partiti, che rivelò la nudità della politica nei primi anni Novanta, sembra superato da rapporti diretti tra gruppi di potere economico nazionali e locali. Il voto ora è solo voto di scambio – di paura o di rabbia – non canalizzato dalle organizzazioni politiche o sindacali e nemmeno dai nuovi movimenti, che si limitano di norma a raccogliere i voti – appunto – in «reti» (telematiche o meno): una sorta di raccolta indifferenziata (di opposizione o di governo, di conservazione o di innovazione) di cui non si conosce l’approdo finale, in quale «discarica» vanno a finire. Un fatto, questo, che per l’Italia in particolare potrebbe anche essere utile (finché dura la capienza delle stesse discariche politiche) per evitare le rivolte populiste di destra e di sinistra, ma dopo

Prime, seconde e… terze Repubbliche?
, June 27, 2016

Spero che Ezio Mauro, libero dagli impegni di direttore de «la Repubblica», torni a scrivere con frequenza: una bella testa politica in più non guasta, in questa situazione confusa. E il suo intervento del 21 giugno scorso è un contributo serio senz'altro utile a un'interpretazione di quanto è avvenuto nelle elezioni comunali, della straordinaria vittoria dei 5 Stelle.

Parte però da una premessa che è giusta solo a metà: un’analogia stretta tra i precedenti e vittoriosi “populismi” della Seconda Repubblica (prima quello di Berlusconi, insieme a quello minore di Bossi; poi quello di Renzi) con il populismo di Grillo e dei 5 Stelle, che di Repubbliche ne avvierebbe una Terza. L’analogia riguarda la forma dell’offerta politica, una forma personalizzata, gridata e demagogica, molto divisiva, fortemente polemica nei confronti dell’establishment: “noi”, il popolo onesto e sano, guidato da un leader carismatico, contro “loro”, vecchi, incapaci, ma inamovibili nelle loro ridotte di potere. «Se vaian todos», come direbbero i sudamericani: rottamiamoli tutti.

Questa metà della premessa corrisponde ai fatti, ma non tiene conto del contenuto di sostanza dell’offerta politica, della proposta programmatica che i populismi della Seconda Repubblica pur avanzavano. Persino nel caso di Bossi, e in seguito di Salvini, questa proposta c’era e c’è: prima un regionalismo spinto sino alla devolution – qualcuno se ne ricorda ancora? – e ora un nazionalismo antieuropeo di tipo lepenista, con evidenti caratteri xenofobi.

E c’era nella prima proposta di Berlusconi, un liberalismo scatenatore di energie, una ricetta che l’Italia consociativa non aveva mai provato, anche se era merce comune nei Paesi anglosassoni. Una ricetta che Berlusconi non volle o non riuscì ad applicare.

Soprattutto c’è nella proposta di Renzi.