Rivista il mulino

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la nota
Dopo il referendum
, April 18, 2016

Cominciamo dalla fine. Intorno alle 21.30 la sede elettorale di via Solferino dove dovrei votare è quasi deserta. Chiedo al personale di servizio da che parte devo andare per il mio seggio. Mi indicano un corridoio in penombra. Lo percorro fino alla fine ed entro nell’aula, dove la presidente mi accoglie con un sorriso, e mi indica lo scrutatore che deve registrarmi. Sta guardando il cellulare, forse chatta con la fidanzata, perché quando lo appoggia sul banco mi sembra di vedere un profilo femminile sul display, ma è solo un attimo. Matita, cabina numero due, entro, barro, ritiro i documenti e sono fuori. In tutto non credo di averci messo più di dieci minuti. Rientrando a casa percorro strade ancora piene della folla festosa del salone del design, che si chiude stasera. Istintivamente vorrei tirarmi su il bavero dell’impermeabile – ma indosso solo una giacca, fa caldo stasera a Milano – per non farmi notare troppo. Che sia questo il motivo per cui ho tergiversato fino a quest’ora prima di votare? Mi ero detto che volevo seguire prima il telegiornale, ma forse ho esagerato. Può darsi che fossi consapevole di avere intenzione di fare qualcosa di inappropriato. Mi tornano alla mente le parole del presidente del Consiglio che liquidava il referendum come “una bufala”.

Lobbismo e intrallazzo pari non sono
, April 11, 2016

Le recenti vicende giudiziarie hanno riportato di nuovo in primo piano la questione del lobbismo. Non sono mancate di nuovo le riflessioni politicamente corrette sulla necessità di regolamentare il lobbismo, sulla distinzione fra un lobbismo buono ed uno cattivo. E via dicendo. Non molte le riflessioni che prendono il toro per le corna, vale a dire che trattano dell’inevitabile rapporto fra decisione politica e politica degli interessi.

La cosa dovrebbe apparire strana dopo che qualche decennio or sono era stata molto di modo la discussione sulla società “corporata”. Si partiva da una constatazione banale, tuttora assolutamente valida, e che cioè viviamo in sistemi in cui pullulano gli interessi organizzati, ciascuno dei quali fa a gara a pretendere di essere preso in considerazione ogni volta che il potere politico sia chiamato a prendere una decisione che li coinvolge. Impossibile tornare indietro, ma difficile anche stabilire i confini entro cui una realtà divenuta norma diffusa deve esser contenuta per evitare che si trasformi in un esercizio di pressioni corruttrici.

Il fatto è che la legge da sola è piuttosto inadeguata a venire a capo del fenomeno. La recente normativa sul “traffico di influenze” è giudicata ambigua dai tecnici del diritto e lo si può ben capire. Il richiamarsi alla “posizione” di qualcuno per ottenere ascolto presso qualcun altro è un fenomeno vecchio come il mondo.

Si potrebbe aggiungere, più in generale, che l’interazione nella progettazione legislativa fra i rappresentanti politici destinati ad agire nei consessi dove si decide (che non è solo quello parlamentare) e coloro che saranno poi i destinatari delle prescrizioni è una dinamica continuamente richiamata. I magistrati vogliono dire la loro quando si legifera di giustizia, professori, studenti e magari genitori quando lo si fa per la scuola; per non dire di artigiani, industriali, chiese, cooperative, banchieri, giornalisti e avanti in un elenco che è quasi infinito.

L’emergenza terroristica sta costringendo i governi a ripensare i princìpi fondamentali dell’etica politica delle nostre società
Principi a termine
, April 4, 2016

Si è concluso la settimana scorsa in Francia il dibattito sulla decadenza dalla cittadinanza per reati di terrorismo: durato diversi mesi, costato le dimissioni della ministra della Giustizia Taubira e finito, dopo molto penare, nel nulla di fatto. Per Hollande si tratta di un fallimento politico eclatante, tanto più che la proposta di riforma costituzionale all’origine del dibattito, fortemente voluta dal presidente, godeva di percentuali altissime di consenso presso l’opinione pubblica.

La riforma in questione prevedeva l’introduzione nella Costituzione di una norma che avrebbe sancito la perdita della cittadinanza per i colpevoli di reati di terrorismo, estendendo misure già previste dal Codice civile. All’origine della proposta, come è stato apertamente dichiarato dal primo ministro, c’era soprattutto l’esigenza di produrre un «gesto simbolico forte» in reazione ai recenti attacchi terroristici.

Questa proposta di riforma costituzionale è caduta vittima di un dilemma che aveva già agitato la discussione su misure analoghe adottate in Gran Bretagna e in Canada. La decadenza dalla cittadinanza può essere estesa indiscriminatamente a tutti i cittadini che si macchiano di reati di terrorismo, oppure può essere limitata solo a coloro che dispongono di una seconda nazionalità.

Una (involontaria) indagine sul campo tra i giovani che il «bonus» non lo hanno visto mai, neanche da lontano
Gli ottanta euro nella realtà
, March 29, 2016

Se si esercita il mestiere di sociologo nell’area metropolitana di Napoli si può avere la fortuna di non dover andare in cerca dei propri oggetti di ricerca, e questo per una ragione molto semplice: a volte sono loro a cercare te. Mi è accaduto così, per una sorta di serendipity, di condurre una involontaria inchiesta sul campo che potrebbe avere come titolo «che fine fanno gli ottanta euro di Renzi»? Come è noto ai più, il cosiddetto «bonus Renzi» è un credito, introdotto nel 2014 e confermato dalla Legge di stabilità 2016, riservato a chi guadagna fino a 26.000 euro. Un «bonus» che viene riconosciuto dai datori di lavoro direttamente in busta paga. È sempre così? Vediamo cosa accade poi nel mondo reale, come – ad esempio – mi è stato chiarito da tre persone incontrate casualmente nel corso della stessa giornata.

Caso numero uno. Una ragazza seduta accanto a me nello studio di un medico di base ha fretta di tornare al centro estetico dove  lavora per 12 ore al giorno, dal martedì al sabato. Pur firmando un cedolino di 1.000 euro mensili, di fatto ne percepisce 600. In aggiunta a ciò, la proprietaria del centro non trasferisce nella busta paga della giovane gli «ottanta euro di Renzi» che le spetterebbero. 

Sempre più giovani faticano a rendersi autonomi dalla famiglia, non solo in Italia
Vivere in famiglia
, March 21, 2016

È ben noto in Italia il fenomeno dei giovani che vivono in famiglia: sono i due terzi del totale delle persone nella fascia tra i 18 e i 34 anni a fronte del 34,2% dei francesi, del 42,3% dei tedeschi e del 34,2% degli inglesi. In Italia la percentuale dei giovani che non riesce a lasciare la famiglia di origine è alta anche nella fascia di età più «adulta». Quasi un giovane su due tra i 25 e i 34 anni (il 49,4%), infatti, vive con almeno un genitore (in aumento di quasi cinque punti sul 2008) a fronte del 28,8% nell’Ue a 28 e dell’1,4% dei danesi (11,3% dei francesi e 16,8% dei tedeschi mentre gli inglesi sono appena il 13,8%). Tendiamo spesso a pensare a questo fenomeno come tipicamente ed esclusivamente italico o mediterraneo. In realtà la crisi economica del 2008 ha contribuito ad accrescere questi comportamenti in paesi che tradizionalmente conoscevano una rapida e precoce uscita e autonomizzazione dalla famiglia d’origine. In particolare è importante osservare come questo cambiamento abbia conosciuto una forte crescita durante la crisi economica che ha caratterizzato il periodo dal 2008 in poi in Paesi quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.