Rivista il mulino

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la nota
A proposito di politiche energetiche e di ossimori governativi
Trivello, dunque sono
, January 18, 2016

Non se n’è parlato molto. Ma il 30 settembre scorso dieci regioni italiane hanno depositato in Cassazione sei proposte di referendum. La metà delle regioni italiane, dunque: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Con l’eccezione dell’Emilia-Romagna, del Friuli Venezia-Giulia e della Sicilia, tutte quelle che hanno uno sbocco sul mare. Il motivo è semplice, poiché scopo dei referendum è opporsi alle conseguenze del cosiddetto «Sblocca Italia» (d.l. 133/2014, Capo IX: «Misure urgenti in materia di energia»), laddove il decreto governativo – cui si aggiunge l'articolo 35 del decreto Sviluppo che venne varato dal governo Monti – tratta la questione della ricerca di idrocarburi, delle trivellazioni in mare e delle relative concessioni. Visto il parere positivo espresso dalla Cassazione, ora la parola è alla Corte costituzionale, che dovrà esprimersi sui quesiti referendari. In caso di ammissibilità, il presidente della Repubblica dovrà decidere la data della consultazione, che dovrà tenersi entro il 15 giugno.

Si tratta di una questione assai rilevante da molti punti di vista. Politici, dal momento che molte delle regioni coinvolte sono guidate da una Giunta di centrosinistra (proprio pochi giorni fa è scoppiato un caso in Abruzzo, dove la Giunta regionale guidata da Luciano D’Alfonso sembra voler smentire quanto espresso dal suo Consiglio regionale in data 24 settembre 2015: cfr. L’Abruzzo (del Pd) rompe il fronte referendario antitrivelle, «il manifesto», 15.1.2016). Istituzionali, poiché il decreto mette in discussione i rapporti tra centro e periferia, togliendo alle Regioni le prerogative in merito alle modalità e ai tempi delle concessioni. Di merito, rispetto a una visione da molti considerata superata e dannosa che vede ancora negli idrocarburi la fonte energetica di riferimento anche per i decenni a venire, ignorando le belle parole e gli intenti declamati in accordo con gli altri Stati a Cop21, il recente vertice parigino di cui ci siamo occupati qui. Come ha dichiarato il capofila dei referendari, il presidente del Consiglio regionale della Basilicata Piero Lacorazza (Pd), l’intento è di «impedire le trivellazioni in mare in un raggio di 12 miglia dalla costa e ripristinare le funzioni delle Regioni e degli enti locali in materia» (la Basilicata dell'Eni di Enrico Mattei conta decine di impianti di trivellazione sul proprio territorio).

In attesa che la Corte si pronunci, le cose vanno avanti.

Sharing economy, mutamenti in atto e bisogno di regolamentazione
Le regole per la condivisione
, January 11, 2016

Sempre più spesso sentiamo parlare di sharing economy, per definire una serie di comportamenti e di pratiche sociali via via più diffusi in contesti prevalentemente metropolitani, quali il bike sharing, il car sharing, le banche del tempo, i Gruppi di acquisto solidale ecc. «Sharing» fa riferimento al concetto di condivisione, di solidarietà, di aiuto reciproco tra le persone. Accanto a questa visione che accentua soprattutto l’aspetto etico solidaristico della condivisione, vi è quello più strettamente dell’economy, dove emergono nuove o rinnovate forme di imprenditorialità e di scambi di mercato che richiedono nuove procedure, norme, standard di comportamento (AirBnb, Uber ad esempio).

Lo sviluppo e la diffusione della sharing economy in Italia, come in altre parti del mondo occidentale, significa la coesistenza di piattaforme multinazionali come Uber e AirBnb che sono in grado di imporsi sui mercati e competere in modo aggressivo con soggetti economici già presenti, ma anche l’emergere di iniziative dal basso come le banche del tempo o gli spazi di co-working che lottano per diventare economicamente sostenibili. Questo mondo variegato e composito delle forme di economia di condivisione è stato spesso considerato come una sorta di rottura con la visione egoistico-individualistica dell’economia di mercato e dell’interesse personale, e come promotore di un cambiamento verso una società più collaborativa che superi il capitalismo di mercato. Altri studiosi, più scettici, ritengono che si tratti di una pseudo condivisione che nei fatti non mantiene poi le aspettative di generare relazioni interpersonali comunitarie. 

Obama al centro
, January 4, 2016

Ci siamo. Fra meno di un mese inizia, con i primi test che si terranno in Iowa e New Hampshire, la vera corsa per le elezioni presidenziali americane.

Se l’attenzione dell’opinione pubblica americana e internazionale si concentrerà, quindi, sempre di più sulle accese diatribe all’interno dei due partiti maggiori – e in particolare su quello repubblicano per via dei sondaggi che continuano a dare come vincente Donald Trump – non per questo, però, si dovrà perdere di vista il presidente uscente.

Vari sono i motivi che inducono a ritenere che Barack Obama continuerà a rimanere al centro della scena politica interna e internazionale. Innanzitutto, egli ha già dimostrato, a partire dal disastroso esito delle elezioni del 2014, di non avere alcuna intenzione di rivestire il ruolo di "anatra zoppa". Al contrario, in ogni occasione, ribadisce che si impegnerà a portare avanti la sua agenda politica sino alla fine del suo mandato. Inoltre, Obama intende andare oltre la pur comprensibile attenzione alla sua eredità politica, soffermandosi sul consolidamento di quelle riforme che, a suo avviso, stanno rimodellando il volto dell’America.

Da questo punto di vista, gli ultimi mesi del mandato sono cruciali perché la sua capacità di leadership da un lato permetterà di creare uno spazio politico di agibilità per il Partito democratico e per colui o colei che sarà candidato/a alla presidenza, dall’altro porrà le premesse per una vittoria che Obama considera cruciale per non vanificare l’operato dei suoi otto anni di presidenza. La decisione di anticipare al 12 gennaio il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione ha molto a che vedere con il voto in Iowa.

Crozza senza antidoti
, December 23, 2015

Non c’è eroe per il suo cameriere, diceva Hegel, e non c’è grand’uomo se visto attraverso il buco della serratura. In un Paese democratico, il punto di vista del cameriere è legittimo come quello di chiunque altro e guardare attraverso il buco della serratura può sgonfiare borie e alterigie, può «umanizzare» personaggi pubblici. E c’è sempre un grande ascolto per chi utilizza bene – divertendo – punti di vista che livellano, che avvicinano i potenti ai deboli, i noti agli ignoti, che aiutano a temperare l’invidia sociale («allora sono come noi, o peggio di noi»). Satira? La satira è un genere letterario e teatrale di grande tradizione, coltivato sin dall’antica Grecia, e assai efficace per combattere governanti o persone in condizioni di potere. Satira è politica. Ma – mi domando – è satira l’esercizio sistematico dell’irrisione a tutto campo, la presa in giro di personaggi il cui comune denominatore è solo quello di essere noti al grande pubblico della televisione?

Razzi, un nessuno, è accostato a papa Francesco, Renzi a Bersani, Salvini a Grillo. Nelle mani di un attore e imitatore straordinario come Crozza ne escono bozzetti che talora fanno sbellicare dalle risa anche un vecchio intellettuale pessimista come me. Ma poi il pessimismo riprende il sopravvento. Lasciamo da parte Razzi – non a caso il bozzetto più azzeccato – ma Francesco sta conducendo una battaglia drammatica nella Chiesa cattolica, e gli altri sono portatori di tesi politiche maledettamente serie, piacciano o no: farebbe una bella differenza per il benessere e la civiltà del nostro Paese se ne dovesse prevalere una contro le altre (scegliete a vostro gradimento). Bersani e Renzi rappresentano due concezioni della sinistra che si stanno combattendo duramente, Grillo ha dato stura a un travolgente movimento di indignazione collettiva («via tutti», todos ladrones), Salvini è il rappresentante italiano di un regresso al nazionalismo che sta attraversando l’intera Europa. Di questo si tratta.

Argini al populismo
, December 21, 2015

L’anno politico si chiude con due eventi che, in modi diversi, evocano il populismo – un oggetto classico della nostra riflessione. I risultati delle elezioni regionali francesi e la tormentata elezione dei tre giudici della Consulta italiana ci ricordano che i movimenti populisti non sono più una presenza occasionale, determinata da crisi economiche, ondate migratorie, attacchi terroristici. Piuttosto, sono lo sfondo di un paesaggio democratico terremotato da mediatizzazione e personalizzazione della politica, ineguaglianze crescenti, proletarizzazione dei ceti medi, fine del bipolarismo, e simili. Gli stessi eventi, d’altra parte, mostrano anche i limiti della deriva populista. Limiti interni: i populisti non possono stringere alleanze senza tradire le motivazioni anti-casta del proprio elettorato. Ma soprattutto limiti esterni: argini istituzionali.

In Francia, la mobilitazione repubblicana non sarebbe forse bastata a fermare il Front National senza un doppio turno che costringe alla convergenza al centro e taglia le ali estremiste: specie se si tratta di populisti di destra, che sfondano in provincia e nelle banlieue ma che non raggiungono il 10 per cento a Parigi. Poi, naturalmente, c’è doppio turno e doppio turno, proprio come c’è populismo e populismo. Viene da chiedersi, ad esempio, se il doppio turno funzioni sempre e contro tutti i populismi: anche contro quello del Movimento 5 Stelle, più trasversale di quello dell’Fn? Anche il doppio turno dell’Italicum, che rischia di sommare al ballottaggio i populismi grillino e leghista invece di eliderli, conferendo ai vincitori una maggioranza parlamentare spropositata?

In Italia, l’elezione dei tre giudici costituzionali mancanti alla trentaduesima votazione, con il contributo decisivo del Movimento 5 Stelle, suggerisce considerazioni analoghe. Le altissime maggioranze richieste per eleggere i giudici costituzionali – che nel 2016  dovranno comunque occuparsi dell’Italicum – hanno funzionato. I grillini sono stati costretti ad accordarsi con i dem, scontando i prevedibili maldipancia sulla rete, a stento tacitati dalla mozione di sfiducia anti-Boschi.