Rivista il mulino

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La politica del sesso
, May 23, 2016

Sexual politics: è questo il terreno di scontro politico su cui in modo più evidente si misurano le incertezze, le ansie, le paure di una società americana profondamente divisa. Era questo il titolo del libro di Kate Millett che, nel 1970, svelava come il rapporto di dominio fra i sessi dovesse essere considerato elemento fondativo dell’ordine politico, ancor più della classe e della razza. A 46 anni di distanza, la «politica del sesso», riveduta e corretta per tener conto delle identità di genere e della necessità di intrecciarla con le differenze di razza, classe ed etnia, domina il dibattito statunitense (e non solo).

La riflessione femminista ha da tempo messo in luce come attorno alle questioni del corpo, dei diritti riproduttivi, delle identità di genere si misurano i confini dell’ordine politico e il modo in cui si dispiegano i diritti di cittadinanza. Non è casuale, quindi, che nel mezzo di una delle più aspre e imprevedibili campagne elettorali, la «sexual politics» giochi un ruolo significativo a livello comunicativo, nel tipo di linguaggio usato (da Donald Trump ma non soltanto da lui), nel modo in cui vengono veicolati stereotipi e rappresentazioni che alimentano le ansie di chi teme «il disordine» dei ruoli sessuali e di genere e la messa in discussione di rassicuranti visioni di ciò che appare o viene ritenuto «naturale». Ma lo scontro si sviluppa anche su materiali e concreti spazi di agibilità politica e ampliamento dei diritti delle donne e della comunità Lgbtq.

Il tormentone del referendum costituzionale
, May 16, 2016

I Comitati per il «no» lamentano che l’informazione non dia abbastanza spazio al referendum-fine-di-mondo sulla riforma della Costituzione. E certo il cittadino comune – che non legge i giornali, ascolta distrattamente i telegiornali, ed eventualmente si (dis)informa su internet – spesso ignora tuttora di cosa si tratti. Ma nel mondo parallelo dell’informazione Italian Style, nel quale i commenti hanno da tempo sostituito i fatti, il referendum è ormai diventato un tormentone, se non un genere letterario a se stante in cui chiunque può esercitarsi, con effetti spesso surreali. Solo la settimana scorsa, per dire, si sono accese almeno tre discussioni, senza contare le polemiche interne al Pd: e mancano ancora cinque mesi all’appuntamento referendario.

Anzitutto, a seguito dell’appello contro la riforma lanciato da cinquantasei costituzionalisti, fra i quali undici ex-presidenti della Corte costituzionale, s’è accesa la discussione sul cosiddetto spacchettamento: perché, invece di un «sì» e di un «no» in blocco, non votare su quesiti separati? Ma perché – e aggiungerei ovviamente – la riforma costituzionale è già abbastanza scombinata di suo che un’approvazione o un respingimento a pezzi potrebbe destrutturarla definitivamente. E non si dica che le incongruenze potrebbero recuperarsi in sede di regolamenti parlamentari. Resterebbe sempre il rischio di dovercela tenere così, la Costituzione: a pezzi.

Poi, dopo un’intervista smentita a un componente togato del Csm, s’è riacceso anche il dibattito sulla partecipazione dei giudici alla campagna referendaria, con l’ovvia replica: ma come, hanno partecipato alla campagna sulla riforma berlusconiana, e non potrebbero partecipare a quella sulla riforma renziana? Infine, è intervenuta pure «Civiltà cattolica», portando il suo sofferto sostegno alle ragioni del Sì. Nessuna adesione al plebiscito chiesto dal premier, ci mancherebbe: meno che mai all’indomani della legge sulle Unioni civili.

Zelig, o della politica di bilancio
, May 9, 2016

Un gruppo di Zelig si aggira per l’Italia. Per wikipedia, un paziente con la sindrome di Zelig «modifica di continuo il proprio passato e la propria identità, adeguandolo alle persone e agli oggetti con cui di volta in volta entra in relazione, come una sorta di “camaleonte”». Da noi, disponibilità di bilancio già esistenti assumono di volta in volta nuove vesti e nuovi colori per sostenere le iniziative del momento.

Di che parliamo? Nelle ultime settimane l’attività di governo si è caratterizzata per l’annuncio, accompagnato da una intensa comunicazione, di nuove iniziative: per la ricerca (piano nazionale della ricerca – Pnr) e la cultura, entrambe simbolicamente varate il primo maggio; e per il Mezzogiorno, con la firma di alcuni dei «Patti per il Sud» previsti dal cosiddetto «Masterplan». Molto bene. I tre ambiti sono fra i più importanti su cui investire per il rilancio del Paese.

Ci sono però alcuni dettagli non irrilevanti, che rischiano di spegnere un po’ gli entusiasmi.

In primo luogo, sia il Pnr che i Patti arrivano con circa due anni di ritardo. Del primo, era stata predisposta una bozza (molto simile al testo poi varato) già dal governo Letta

Sono solo bambini
, May 2, 2016

Il 2 settembre 2015 la foto di Aylan Kurdi, un bimbo di tre anni di origine siriana ritrovato senza vita sulla spiaggia turca di Bodrum adagiato su un fianco quasi stesse dormendo, ha riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Quel giorno insieme a lui persero la vita altre undici persone, tra cui la madre e il fratello Galip, che di anni ne aveva 5.

Da allora, le organizzazioni umanitarie stimano in svariate decine il numero dei minori morti nel tentativo di raggiungere l’Europa (secondo l’Unicef le vittime sarebbero non meno di 400). Ma nessuna di quelle tragedie, dopo Aylan, è più arrivata sulle prime pagine. Se siamo riusciti ad abituarci rapidamente a tragedie di questo tipo, probabilmente non faticheremo ad abituarci anche a molto altro.

La fuga dalla guerra e dalla disperazione di centinaia di migliaia di persone coinvolge un numero altissimo di minori. Secondo i dati messi a disposizione dall’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, il 35% dei migranti arrivati nei territori dell’Unione europea nella prima parte del 2016 è minorenne (per Save the Children, sono 12.300 quelli arrivati in Italia lo scorso anno). Di una gran parte di loro non si sa più nulla.

L'Italia non può permettersi di interrompere il programma di riforme avviate
La stabilità necessaria
, April 26, 2016

Forse c’è da essere preoccupati per la piega che stanno prendendo le cose. Il governo, al di là dei guai che si trova a fronteggiare giorno per giorno – dal caso Regeni a quello Guidi, dal referendum trivelle alle proteste per le quattro banche salvate secondo la nuova normativa europea – segue una linea di riforme economiche e istituzionali che può essere condivisa o meno, ma che è sufficientemente chiara sia agli osservatori nazionali che internazionali. Le opposizioni, tra le quali c’è una frazione rumorosa dello stesso Partito democratico, approfittano di qualsiasi spunto che i media e la magistratura offrono loro per dare addosso al premier: “No all’uomo solo al comando”, è il legame che le unisce. L’unico legame, perché poi, su qualsiasi linea politica, i loro dissensi sarebbero insormontabili: ve lo immaginate un governo sostenuto da una maggioranza in cui ci siano esponenti della sinistra radicale e Forza Italia, Lega e 5 Stelle? Una maggioranza “contro” non è impensabile: è una maggioranza “per”, diversa da quella che sostiene il governo in carica, che non si riesce a intravvedere.