Rivista il mulino

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la nota
Prime, seconde e… terze Repubbliche?
, June 27, 2016

Spero che Ezio Mauro, libero dagli impegni di direttore de «la Repubblica», torni a scrivere con frequenza: una bella testa politica in più non guasta, in questa situazione confusa. E il suo intervento del 21 giugno scorso è un contributo serio senz'altro utile a un'interpretazione di quanto è avvenuto nelle elezioni comunali, della straordinaria vittoria dei 5 Stelle.

Parte però da una premessa che è giusta solo a metà: un’analogia stretta tra i precedenti e vittoriosi “populismi” della Seconda Repubblica (prima quello di Berlusconi, insieme a quello minore di Bossi; poi quello di Renzi) con il populismo di Grillo e dei 5 Stelle, che di Repubbliche ne avvierebbe una Terza. L’analogia riguarda la forma dell’offerta politica, una forma personalizzata, gridata e demagogica, molto divisiva, fortemente polemica nei confronti dell’establishment: “noi”, il popolo onesto e sano, guidato da un leader carismatico, contro “loro”, vecchi, incapaci, ma inamovibili nelle loro ridotte di potere. «Se vaian todos», come direbbero i sudamericani: rottamiamoli tutti.

Questa metà della premessa corrisponde ai fatti, ma non tiene conto del contenuto di sostanza dell’offerta politica, della proposta programmatica che i populismi della Seconda Repubblica pur avanzavano. Persino nel caso di Bossi, e in seguito di Salvini, questa proposta c’era e c’è: prima un regionalismo spinto sino alla devolution – qualcuno se ne ricorda ancora? – e ora un nazionalismo antieuropeo di tipo lepenista, con evidenti caratteri xenofobi.

E c’era nella prima proposta di Berlusconi, un liberalismo scatenatore di energie, una ricetta che l’Italia consociativa non aveva mai provato, anche se era merce comune nei Paesi anglosassoni. Una ricetta che Berlusconi non volle o non riuscì ad applicare.

Soprattutto c’è nella proposta di Renzi.

Speciale amministrative 2016
I sindaci ci sono. La politica un po’ meno
, June 20, 2016

Il mio pezzo sul Mulino, scritto durante il processo di avvicinamento a questo turno di elezioni comunali, insiste sulla opportunità offerta da questo voto per ripristinare un buon raccordo tra esercizio della democrazia rappresentativa e fiducia nel governo del territorio. Ribadisco il punto: i comuni sono oggi l’unico baluardo possibile della democrazia. Dai comuni deve ripartire la fiducia nei meccanismi della democrazia indiretta, in attesa di eventi nuovi che rendano più credibile la grande politica, e delle riforme comunque necessarie per far funzionare meglio la democrazia parlamentare e il governo del paese.

La domanda è adesso se questa opportunità sia stata colta. La lettura di dati così ricchi e per molti versi controversi non può certo determinare una risposta univoca. Da un lato, i militanti del M5S possono legittimamente asserire che questa storica nottata, segnata dalla conquista di due amministrazioni-simbolo come Roma e Torino, e dalla vittoria in 19 ballottaggi su 20, consacra il movimento come l’unico attore capace di esprimere una «alternativa di governo», espressione un tempo partitocratica oggi diventata un mantra nelle interviste degli esponenti del partito di Grillo.

Tuttavia, cittadini e osservatori più scettici sulle prospettive di governo del partito oggi vincitore si pongono una questione, anch’essa legittima: può un partito oramai capace di assicurarsi ovunque in Italia oltre un quarto dei voti, affidarsi a un reclutamento così «casuale»? Può il partito che impone la prima sindaca della capitale e che sconfigge il Pd in un’altra città-simbolo per la sinistra italiana, rimanere così lontano dai ballottaggi a Milano, dove nessun dei partiti maggiori ha avuto il coraggio di schierare un proprio candidato,

La santa alleanza
, June 13, 2016

Renzi irride, con ragione, alla «santa alleanza» che si è formata contro di lui e che unisce una specie di armata Brancaleone estesa dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando anche per il Movimento 5 Stelle, che non si sa bene dove collocare nella geografia tradizionale della politica. Tuttavia, quando si formano questo genere di alleanze qualche ragione ci deve pur essere ed è con questa che ci si deve misurare. Aggiungiamoci che sarebbe il caso di immaginare di contrapporre a un’alleanza una contro-alleanza, perché questa è la logica delle guerre, anche di quelle politiche.

Cerchiamo dunque di capire su che cosa si fonda la compagine trasversale che ha come unico scopo quello di mandare a casa Renzi. Richiama in parte la dicotomia ben nota, quella del pro o contro Berlusconi, che per un ventennio ci ha afflitti senza produrre gran che, in quanto anche allora l’antiberlusconismo metteva insieme un po’ di tutto. Con una differenza con l’oggi, che però non è di poco conto: quella ammucchiata stava tutta dentro il recinto della sinistra. Inclusa quella moderata, che inclinava al centro, ma che sempre sinistra si sentiva.

Oggi il fronte antirenziano mette insieme Salvini e i Cinque Stelle, l’estrema sinistra e Brunetta.

A volte si pensa di difendere i migranti, ma in realtà non li si aiuta affatto
La retorica dei migranti come risorsa
, June 6, 2016

Come ormai di rito, alle ultime dichiarazioni di Monsignor Galantino, che ha richiamato ancora una volta al dovere di accogliere i profughi e i rifugiati in viaggio verso l’Europa, hanno fatto seguito le proteste di chi sostiene che l’accoglienza non è possibile per tutti. E anche questa volta, in soccorso della tesi a favore dell’accoglienza, sono arrivate le voci di chi ci ha ricordato che queste nuove ondate migratorie, lungi dall’essere una disgrazia, sono per noi un’«opportunità» e una «risorsa». L’Europa, si sa, sta subendo un rapido e preoccupante processo di senescenza. Fra pochi anni, lo squilibrio demografico produrrà il collasso dei sistemi pensionistici e del Welfare. I rifugiati, si dice, sono in grado di infondere nuova linfa vitale a questo continente che non è più in grado di riprodurre le condizioni della propria sopravvivenza sociale ed economica.

Questi discorsi sono certamente animati dalle migliori intenzioni e possono apparire come un utile antidoto allo scomposto catastrofismo che anima molti dibattiti sull’emergenza rifugiati. Tuttavia, dovrebbero essere fatti con una certa cautela. Il rischio è che portino a una fallace equiparazione fra rifugiati e migranti economici. Si tratta di un assunto non solo errato dal punto di vista morale, ma anche controverso dal punto di vista empirico.

Parlare di «opportunità» e di «risorsa» può avere senso quando si invita all’accoglienza di chi si sposta in cerca di un lavoro; se riferito a chi sta fuggendo da catastrofi umanitarie immani, suona ‒ anzi è ‒ irrimediabilmente cinico.

Periferie al centro
, May 30, 2016

Nel dibattito politico sulle prossime elezioni amministrative, in particolare a Milano, Roma e Napoli, un posto rilevante è dedicato alle periferie. Tutti gli aspiranti sindaci dedicano, almeno a parole, un’attenzione particolare al degrado delle zone periferiche, a programmi di riqualificazione e miglioramento della qualità della vita nei quartieri disagiati lontani dal centro culturale, amministrativo, artistico delle città.

Degrado, periferia, immigrazione, insicurezza, precarietà, diventano così parole chiave delle campagne elettorali delle varie liste. Le ricette ovviamente differiscono nell’approccio più o meno inclusivo, più o meno securitario, a seconda dei partiti politici, ma comunque lo spazio urbano emerge come un tema rilevante della vita pubblica locale: come risolvere i problemi connessi agli insediamenti abusivi, ai campi Rom, ai rifugi precari di clandestini, come evitare la nascita o il proliferare di ghetti e di luoghi di segregazione abitativa di irregolari, marginali ecc. Ciò che manca nel dibattito pubblico è una seria riflessione sulle ragioni che hanno prodotto e continuano a produrre trasformazioni dei luoghi dell’abitare negli ultimi decenni caratterizzati da processi di spostamento delle popolazioni verso i centri urbani sempre più massicci e veloci.