Rivista il mulino

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Dopo il referendum, per un ritorno alla ragione
, January 2, 2017

Superato lo shock referendario e calato il polverone delle polemiche più aspre che hanno diviso il Paese negli ultimi mesi dell’anno trascorso si sta ora imponendo la domanda sul «che fare»: domanda a cui, alla luce dell’esperienza compiuta, dovremmo oggi cercare di dare risposta non più in termini di fazione, ma di ragione.

Per chi voglia usare gli occhi della ragione l’esito referendario sembra innanzitutto aver dimostrato cosa, almeno per il momento, non si deve fare.

Partendo dall’esperienza di due referendum costituzionali che, prima nel 2006 e poi nel 2016, hanno dato risultati nettamente negativi ed in termini significativamente crescenti, è indubbio che la prima cosa da non fare è quella di tentare nuovamente la strada di una «grande riforma» della Costituzione vigente che il Paese – anche se indotto da motivazioni sicuramente diverse – ha chiaramente dimostrato di non volere.

In una visione razionale e realistica è, dunque, bene che la carta repubblicana che da settant’anni regge la vita della nostra comunità nazionale resti quella che è nelle sue linee portanti, che riguardano non solo il sistema delle libertà (descritte nella prima parte), ma anche la forma di governo e Stato (tracciata nella seconda parte). E questo per un motivo elementare che il Paese dimostra, con il referendum, di avere ben compreso dal momento che la «palude» che con l’ultima «grande riforma» si dichiarava di voler superare trova certamente la sua prima causa non tanto nel modello costituzionale di cui disponiamo (modello che, almeno nel suo complesso, ha sinora retto bene la prova del tempo) quanto nelle disfunzioni di un sistema politico che dopo anni di affanno si presenta oggi in condizioni di crescente dissesto.

Ma esiste anche un’altra strada che una lettura razionale dell’esito referendario e del contesto politico in cui è maturato si dimostra, per il momento, non percorribile: ed è la strada di una riforma elettorale diretta a forzare al di là della ragionevolezza la distribuzione delle forze in campo, così da garantire «la sera stessa delle elezioni» la «vittoria sicura» di una maggioranza (sia pure artificiale) e la nascita di un governo stabile. Su questo terreno se è vero che ai fini del rafforzamento della governabilità il principio maggioritario – così come accade in tutte le democrazie meglio funzionanti – può essere utilmente adottato nelle sue diverse varianti, è anche vero che nei sistemi politicamente disomogenei e conflittuali, come è il nostro,

Lavoratori e cittadini
, December 23, 2016

La vertenza Almaviva, pur così rilevante nella sua dimensione occupazionale, è solo la punta di un iceberg. È un esempio delle difficoltà della nostra società, e in genere di molte società europee e dei Paesi avanzati, a garantire un lavoro stabile, con una retribuzione decente, a tanti suoi cittadini.

Sul perché questo accada ci sono state molte riflessioni negli ultimi anni. È il frutto di strategie di decentramento verso Paesi a costo del lavoro molto più basso di tanti segmenti di attività produttive che possono essere realizzate a distanza; fenomeno che, ci dicono le ultime rilevazioni, sta crescendo meno che in passato ma che rimane molto ampio. È l’effetto sul mercato del lavoro di innovazioni tecnologiche che, in molte mansioni ripetitive, standardizzabili, consentono di sostituire le nuove, avanzate, macchine all’uomo; così che si può risparmiare, e molto, dall’applicazione di tecnologie a base digitale nella produzione di beni e nell’erogazione di servizi.

Ma è anche la ricaduta di grandi scelte politiche, in corso da un trentennio circa. La massima libertà del movimento dei capitali all’interno dell’Europa, e nel mondo, fa sì che essi riescano sempre più e meglio a sfuggire alla tassazione

Il post-referendum di un antipatizzante
, December 20, 2016

Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen è uno straordinario resoconto, sospeso fra Graham Greene e il new journalism, della caduta del regime di Saigon (Vietnam del Sud, 1975). Regime stritolato nella tenaglia fra l’offensiva vietcong (l’esercito del Vietnam del Nord) e l’opinione pubblica statunitense (vedi alla voce Bob Dylan).

Il protagonista è The Sympathizer, «l’uomo con due anime», figlio naturale di una vietnamita e di un prete cattolico. Per associazione d’idee, ricordo che anche Fidel Castro, figlio di un proprietario terriero e di una serva, aveva due anime: mentre la gran parte dei politici odierni non sa neppure cosa sia, avere un’anima.

L’uomo con due anime, ça va sans dire, fa il doppio gioco. È stato spedito negli Stati Uniti dal suo mentore, capo dei servizi segreti nordvietnamiti, un po’ per imparare l’inglese, che finisce per parlare meglio degli ufficiali americani, ma soprattutto per studiare la mentalità statunitense: vanesia, arrogante, incapace di rispetto per l’altro.

Occorre appena ricordare che Apocalypse Now (1979), il grande film di Francis Ford Coppola sulla guerra del Vietnam, era tratto da Heart of Darkness di Joseph Conrad: altro uomo con doppia anima, Conrad, non foss’altro perché polacco naturalizzato britannico. Il simpatizzante è dunque il primo libro sul tema scritto da un vietnamita: un vietnamita anomalo, peraltro, visto che insegna in un’università della California.

Dopo il soggiorno statunitense, in cui finisce per capire di più degli Stati Uniti di quanto ne capiscano gli insider, il Simpatizzante viene infiltrato dai nordvietnamiti nell’esercito del Vietnam del Sud. Qui, anche grazie all’empatia con gli occupanti americani, assume un ruolo così importante da organizzare lui stesso la fuga verso gli Stati Uniti dei dignitari del regime e delle loro famiglie.

Dallo Stato sovrano allo Stato partecipato
, December 19, 2016

In un precedente intervento su questa rivista, ho avanzato la tesi che la riduzione del problema delle pensioni a dilemma tra sistema retributivo e sistema contributivo ‒ come avviene non solo nella stampa e nei talk show, ma anche in interventi di autorevoli esperti ‒ è deviante e pericoloso particolarmente in questo momento storico: quando stiamo già abbandonando, con la rivoluzione tecnologica, il sistema della fabbrica e delle strutture burocratiche sulle quali si era costruito il Welfare State nell’Ottocento, con il coinvolgimento dei lavoratori e delle imprese. Il ricorso alla tassazione generale, al fisco, diventa invece inevitabile e urgente quando le figure del produttore-lavoratore e del consumatore non coincidono più.

Ora penso sia inevitabile ampliare il discorso con una seconda tesi, mettendo in discussione le conseguenze che questa diagnosi ha ‒ se è vera ‒ nel processo generale di superamento del moderno Stato sovrano di diritto. Senza affrontare il problema della crisi dello Stato nazionale nel mondo globalizzato, devo precisare come punto di partenza che per me è in crisi lo «Stato sovrano», non lo «Stato» considerato come realtà che muta attraverso i secoli e che, persa la sovranità tradizionale, sta cercando nuove funzioni.

Qualche riflessione sul voto nel Mezzogiorno
Il Sud ignorato e ribellista
, December 12, 2016

Al referendum del 4 dicembre i cittadini del Mezzogiorno hanno votato in tanti; e, ancor più che nella media nazionale, hanno votato no.

La prima circostanza non era affatto scontata. Uno degli indicatori preferiti per stabilire che al Sud c’è poco capitale sociale è proprio il voto ai referendum, perché, a differenza di quello alle elezioni politiche, non frutta utilità al votante. Eppure, in questo caso, la percentuale è stata davvero alta. Meno che nella media nazionale, certo: ma va sempre tenuto presente che la popolazione effettivamente presente nel Mezzogiorno (e quindi in grado di votare) è inferiore a quella residente. E comunque molto più alta che in precedenti referendum. Ciò suggerisce qualche considerazione meditata. Non solo sulle misurazioni del capitale sociale, ma anche e soprattutto sulle forme contemporanee di partecipazione e di espressione della volontà popolare. Azzardo solo una riflessione: mai come oggi i normali canali di rappresentanza politica, al Sud ancor più che nel resto del Paese, sono ostruiti. Molti rappresentanti parlamentari del Mezzogiorno, specie quelli di maggioranza, sono del tutto assenti da (e oserei dire disinteressati a) i propri territori. Nell’attività parlamentare, in particolare dell’ultimo triennio, essi hanno preferito sempre e comunque esprimere fedeltà al leader, piuttosto che farsi portatori di esigenze e proposte; rinunciando anche a provare a influenzare le decisioni di politica e di politica economica quando ve ne sarebbe potuta essere occasione. L’urna referendaria è quindi divenuta l’unica forma di espressione. Ma è solo una riflessione (discutibile).