Rivista il mulino

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Il presidente oscuro
, December 11, 2017

La ipertrofica firma apposta da Donald Trump al decreto che ha stabilito il trasferimento della sede dell’ambasciata americana a Gerusalemme ha sollevato timori, perplessità, ansie per il futuro e, prevedibilmente, la rabbia dei palestinesi e dei Paesi arabi. L’apparente incapacità di Trump di comprendere l’importanza dei simboli, specie laddove questi si inseriscono in equilibri precari e contesti incandescenti, può risultare incredibile, specie da parte di chi intende riaffermare la leadership muscolare statunitense. È solo questione di incompetenza, instabilità psicologica, bullismo, temperamento irascibile? O è la volontà di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale dal sempre più scottante caso dei rapporti fra collaboratori del presidente ed esponenti del governo russo che ha riacceso le luci su un possibile impeachment del presidente? O, invece, è parte di una strategia politica più complessiva che deve tenere assieme esigenza di costruzione del consenso interno e consolidamento della base elettorale, da un lato, e, dall’altro, riposizionamento della leadership americana a livello globale secondo termini nuovi e ancora non pienamente comprensibili?

Come la stampa ha ricordato in questi giorni, la decisione di Trump non fa che rendere efficace la legge approvata nel 1995 da un Congresso che vedeva l’ala più radicale del Partito repubblicano, guidata da Newt Gingrich, vittoriosa nelle elezioni di metà mandato del 1994. Pur avendo apposto la firma, Clinton e i presidenti successivi, sia George W. Bush sia Barack Obama, avevano congelato il trasferimento

Alla ricerca di una politica responsabile
, December 4, 2017

Nel suo editoriale di ieri, Ferruccio de Bortoli richiama le forze politiche al vincolo della responsabilità. Per de Bortoli è pericoloso «evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento. Basta ingannare gli elettori illudendoli che vi sia una torta da dividere. Non c’è più da tempo. E non è detto che proposte serie, circostanziate e credibili, non raccolgano più consenso dei giochi di prestigio programmatici». L’occasione di questo accorato appello è l’approvazione al Senato della legge di bilancio, con la gran quantità di piccoli provvedimenti di spesa che essa contiene. In assenza di una credibile strategia di lungo periodo per far fronte alla vera emergenza costituita dal debito pubblico, questa disponibilità a venire incontro alle richieste di intervento pubblico che provengono da ogni parte del Paese – per cause di ogni genere, più o meno degne di attenzione e appoggio – appare irresponsabile. Semplicemente una tattica per guadagnar tempo, e per non perdere consenso.

Un appello che ci sentiamo di condividere. A maggior ragione in un momento in cui, stando alle previsioni, il Paese si avvia a una nuova fase di incertezza politica.

Fake news e democrazia
, November 27, 2017

Si è accesa in questi giorni anche in Italia la polemica sulle fake news diffuse in Rete e sui social media, e su quanto sia importante la loro influenza sulla politica e sugli esiti elettorali. La questione ha attraversato e scosso diverse democrazie occidentali negli ultimi tempi. È stata ed è ancora dibattuta negli Stati Uniti dopo le ultime elezioni presidenziali, è stata sollevata in Gran Bretagna nel dopo-Brexit e in occasione dell’ultima tornata elettorale, è emersa di recente in Spagna dopo gli incresciosi fatti catalani. In tutti questi casi la preoccupazione esplicita è che la Rete e i social siano campo di manovra per speculazioni mediatiche che diffondono ad arte, e con tecniche sempre più raffinate, notizie false mirate a influenzare pesantemente l’orientamento e i sentimenti del pubblico democratico, condizionando così l’esito delle consultazioni elettorali e il clima politico e sociale dei Paesi colpiti. L’effetto delle fake news, infatti, non sarebbe solo quello di influenzare il voto, ma anche di fomentare l’odio e il conflitto sociale, portando a una destabilizzazione del sistema politico. Su tutti questi sospetti aleggia l’ombra dei “russi”, e della loro pluridecennale tradizione di disinformatzia come tecnica di sfiancamento delle democrazie occidentali.

In realtà, a ben vedere, per spiegare le fake news non ci sarebbe bisogno di alcun complotto del governo russo, dal momento che a quanto pare si tratta di un’industria decisamente redditizia, nella quale peraltro giocare fuori casa può essere più remunerativo e sicuro che farlo nel proprio Paese. Ma questo, in un certo senso, rende il problema solo più preoccupante e spinoso.

Lo spazio di una foto
, November 20, 2017

Al centro dell’immagine diramata a inizio novembre dall’agenzia Reuters vi è una profuga Rohingya, in fuga dalle persecuzioni birmane, che tenta di attraversare il fiume Naf, al confine tra Myanmar e Bangladesh. In basso a sinistra s’intravede una macchina fotografica appoggiata a terra. E un braccio possente di colore bianco in mezzo a un groviglio di esili braccia scure che tentano di tirare la donna fuori dal fango che sta per inghiottirla. La macchina fotografica e il braccio sono di un fotografo che in quella circostanza ha ritenuto più urgente e utile aiutare la donna, al limite delle sue forze, anziché documentarne la probabile morte. Grazie a una schiera di fotografi e fotografe appassionati e coraggiosi, in questi anni di grandi migrazioni forzate è stato possibile raccontare l’indicibile.

Il piccolo Alan Kurdi riverso senza vita sulla spiaggia, gli orfani nigeriani sopravvissuti al naufragio che si stringono in un abbraccio disperato, il giovane uomo che tenta di mettere in salvo il figlio attraverso il filo spinato sono protagonisti di immagini che sono possenti non solo per il turbamento che trasmettono, ma anche per la qualità dell’inquadratura. Chiamano in causa l’umanità del fotografo, ma anche la sua professionalità. Eppure, ci dice quel braccio che tira fuori la donna, in alcune circostanze essere testimoni del nostro tempo è un compito eticamente molto più complesso, che non riguarda solo il nostro modo di osservare gli avvenimenti e la nostra abilità nel descriverli, ma anche di viverli. 

Se si rompe il sistema-Paese
, November 13, 2017

La politica italiana non è più sull’orlo di una crisi di nervi: ormai c’è entrata in pieno. Basti considerare i tormenti relativi alle elezioni siciliane: anziché continuare a domandarsi se si possano considerare l’anteprima di quanto succederà a marzo, limitandosi in questo caso alle profezie su chi vincerà le elezioni, converrebbe fare qualche ragionamento pacato su alcune tendenze di fondo.

Innanzitutto sul fenomeno dell’astensionismo. Ridurlo a una questione sicula è piuttosto improprio, visto che alle regionali emiliane del novembre 2014 votò il 37,1% degli aventi diritto e che alle amministrative del giugno scorso al primo turno in pochissimi casi si andò oltre il 40% (e sorvoliamo sul caso di Ostia). Adesso naturalmente tutti, dai 5 Stelle alla sinistra-sinistra fino alla Lega, si affannano a ripetere che ci penseranno loro a richiamare alle urne il gregge disperso. Nessuno, però, che spieghi come mai ne erano convinti anche prima di domenica 5 novembre, ma poi siano stati smentiti alla prova dei fatti.

In realtà un astensionismo così ampio testimonia il distacco dalla politica di quote importanti anche di cittadini informati, che non credono più al significato di scegliere i rappresentanti: vuoi perché una parte pensa che chiunque vinca non cambierà molto, tanto più o meno tutti sono vincolati a fare quel poco che è possibile; vuoi perché un’altra parte pensa che siano tutti egualmente incapaci e poco raccomandabili.

Quel che vediamo è che i partiti sono pochissimo disposti a farsi carico davvero del sistema-Paese e rimangono inchiodati alle rispettive retoriche consolidate, ormai espresse più in formule rituali da negromanti che in ragionamenti che invitino a entrare dialetticamente nel merito di quel che si propone.