Rivista il mulino

la nota
Trump è il passato: ora è la volta di Joe Biden (e di Kamala Harris)
Buona la prima
, January 21, 2021

A caldo, l'immediata sensazione che l’emozionante cerimonia di insediamento di Joe Biden e Kamala Harris ha suscitato è di sollievo. Le grandi e piccole paure che avevano tormentato la vigilia non si sono materializzate. Per fugare l’incubo di un rigurgito degli eversori trumpiani o di altri terroristi è toccato blindare Washington. A neutralizzare il timore che il patriarca Biden risultasse soporifero o si impappinasse ci ha pensato lo stesso patriarca. Con una performance che almeno per oggi ci impone di aggiungere alla definizione di “usato sicuro”, che gli abbiamo appioppato da quando strappò la nomination, il qualificativo “di lusso”.

Ma prima di rileggere tale performance meritano una menzione le due signore che l’hanno preceduta, facendo capire a tutti che la musica era cambiata. L’italoamericana Lady Gaga ha stretto l’inno nazionale in un’aura di soave solennità, solo impercettibilmente trasgressiva, per poi librarla, leggera, nel cielo della capitale. La latina Jennifer Lopez ha smascolinizzato il rude, virile inno proletario di Woody Guthrie This Land Is My Land, per poi gridarci sopra un militante libertad y justicia para todos.

Biden ha mostrato anzitutto un’ammirevole consapevolezza dei propri mezzi e dei propri limiti. Si è astenuto dalle lungaggini, notoriamente nemiche della qualità e in un caso addirittura letali per il loro autore. Come imparò a sue spese nel 1841 William Henry Harrison, militare di vaglia, ma oratore mediocre, che pagò con una polmonite fulminante le due, interminabili ore inflitte alla platea, nel freddo polare di Washington, per leggere le 8.450 parole del suo discorso. Ma, chiamato a sciogliere un accorato appello all’unità nazionale com’è costume dei presidenti, in specie quelli che devono affrontare una grave crisi, Biden ha mostrato anche di sapere di non essere toccato dalla grazia come Jefferson, cui nel 1801 bastarono 1.730 parole per invitare tutti a “unirci, concittadini, con un solo cuore e una sola mente”. O come Lincoln, al quale addirittura ne bastarono appena 700, nel 1865, al secondo mandato, mentre ancora tuonavano i cannoni, per dire che occorreva “finire il lavoro nel quale siamo impegnati, risanare le ferite della nazione”, ma “senza malevolenza nei confronti di alcuno, con carità per tutti”. Per cui, citando proprio questo Lincoln., Biden per essere il più chiaro possibile, parole ne ha usato 2700, solo una spanna più di Truman nel 1949 e di Obama sessant’anni dopo.

Un'America che non c'è più
, January 11, 2021

Che bei tempi i miei tempi! Si, lo dico come ogni vecchio che rivanga i tempi della giovinezza. Quelli erano gli anni meravigliosi della piena Guerra fredda e l’America era una, un diamante infrangibile, una come la ferrea Statua della libertà. O eri pro o eri contro, non c’era da avere patemi d’animo. Da giovanissimo comunista lessi un giorno sull’Unità che in America furoreggiava una musica che stava distruggendo la mente dei giovani americani, si chiamava rock and roll. Mi fissai bene in testa il nome di quel frutto perverso dell’ideologia imperialista; ma ero un po’ confuso, lo ammetto. Nella guerra di Corea ero per gli americani, forse perché nordcoreani e cinesi mi ricordavano i musi gialli, i jap che crollavano a mucchi nei tanti film di guerra al cinema Roma o al Cristallo all’aperto. Però nei film di Peppone e Don Camillo ero tutto per Peppone capopopolo e non per Don Camillo, che vinceva perché aveva il soccorso degli alieni. Ero confuso. Smettere di esser comunista non mi aiutò affatto; ma era un problema mio, l’America era una allora.

Sono quasi vent’anni che dico e scrivo che l’America è divisa, addirittura  frantumata e lo dico non perché ho cambiato idea o sono bravo, ma perché leggiucchio robe d’oltreatlantico che mi parlano della delegittimazione reciproca fra le due principali tribù politiche, della distanza siderale creata fra gli americani dalle echo chambers dei social media in cui ci si barrica fra simili escludendo i dissimili, della cancel culture professionista della damnatio memoriae, delle enormi e crescenti diseguaglianze sociali e chi più ne ha più ne mettaOggi, dopo l’assalto al Campidoglio di Washington, leggo che: «Esperti cinesi dicono che questo fatto senza precedenti segna la fine del "faro della democrazia" [...] Osservatori cinesi dicono che questa è la "Waterloo dell’immagine internazionale degli Stati Uniti" e che gli Stati Uniti hanno perso ogni titolo e legittimità per interferire negli affari interni degli altri paesi con la scusa della democrazia». È il «Global Times», il giornale in inglese di Pechino, del 7 gennaio, che continua sparando a palle incatenate sulla pretesa americana di interferire negli affari interni della Cina a Hong Kong nel nome della democrazia e aggiunge che il Professor Shen Yi dell’Università Fudan di Shanghai afferma che quanto è avvenuto «buca la grande bolla dei valori universali costruita dagli Stati Uniti» e scrive anche che «la retorica bella della "Città sulla collina" sta per morire».

L’attacco a Capitol Hill: un bilancio
, January 8, 2021

A qualche ora di distanza dagli eventi di mercoledì a Washington, proviamo a fare un primo bilancio, pur nella consapevolezza che ci vorrà tempo per avere una ricostruzione affidabile di ciò che è accaduto

Solo se non lo intrepretiamo come un colpo di Stato possiamo capire le minacce alla democrazia
Un colpo alla democrazia, non un colpo di Stato
, January 8, 2021

A Washington il 6 gennaio 2021 abbiamo visto l’inimmaginabile diventare realtà. Cittadini che protestavano perché hanno perso le elezioni, aizzati dal loro leader – il presidente uscente Trump

La miccia accesa quattro anni fa ha fatto il suo lavoro e la bomba è esplosa
La democrazia americana fatta a pezzi
, January 7, 2021

Quattro morti, oltre a più di 50 arresti, è il bilancio provvisorio di una giornata che avrebbe dovuto certificare la decisiva vittoria democratica alle elezioni per il Senato in Georgia