Rivista il mulino

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la nota
Sburocratizziamo la cultura
, July 31, 2017

Spirano venti di guerra nelle università italiane. Niente che debba allarmare le questure, per ora: la stagione delle occupazioni è più avanti, fra ottobre e dicembre. Ad agosto, gli atenei sono deserti: al massimo, s’incontrano gli operai che imbiancano i bagni in vista di possiibili ispezioni. Gli accademici in rivolta sono altrove. I commissari delle abilitazioni sudano a gratis per chiudere la seconda tornata, oppressi dall’incubo della terza, che ricomincia il 4 agosto. I candidati alle stesse abilitazioni, invece, digitano furiosamente sui tasti dei portatili l’ennesimo pezzo di letteratura da concorso, tempestando di mail le redazioni delle riviste di fascia A perché glielo pubblichino. Alcuni cercano persino di aggiornarsi sotto l’ombrellone, compulsando libri comprati a loro spese. E tutti si chiedono che cosa abbiamo fatto per meritarci questo.

Per fortuna, il tam tam è partito in primavera, dal Politecnico di Torino: a settembre, l’anno accademico si aprirà con un inaudito sciopero degli esami. Le motivazioni possono sembrare nebulose, persino corporative, a chi lavorerebbe anche nelle miniere di sale, se fossero banditi appositi concorsi: recuperare anni di contributi perduti, dopo un blocco degli stipendi che dura da una vita. Ma è chiaro che si tratta solo del casus belli che potrebbe far scoppiare i Vespri siciliani, il Tumulto dei Ciompi, la Congiura dei Pazzi. L’accademia in rivolta, decimata dai tagli ai finanziamenti, dai pensionamenti e dal palese disprezzo dei politici, reclama che si torni a finanziare la ricerca, che si assumano i giovani, che si riveda tutto il carrozzone della valutazione.

Un referendum contro l'unità nazionale
, July 24, 2017

Mentre i lombardi sono bombardati da una comunicazione istituzionale potente e assai costosa che li invita al voto, la politica italiana continua pericolosamente a disinteressarsi del referendum del prossimo 22 ottobre in Lombardia (e in Veneto).

Per capire meglio su che cosa, e soprattutto perché, si vota, può essere utile tornare sul tema e ripercorrere il testo della mozione approvata a maggioranza dal Consiglio Regionale lo scorso 13 giugno.

Il testo ricorda che già nel febbraio 2015 lo stesso Consiglio ha approvato l’indizione di un referendum consultivo concernente l’iniziativa per l’attribuzione a (sic, non “alla”) Regione Lombardia di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’art. 116, con le relative risorse, configurando “un’autonomia affine a quella del Friuli-Venezia Giulia”, quindi molto ampia. L’iniziativa non precisa le materie sui cui si vuole maggiore autonomia, non nasce dall’individuazione di specifici temi su cui si ritiene sarebbe più opportuna una competenza regionale. “Si tratta su tutto”; perché il vero, principale obiettivo sono le risorse finanziarie. La maggiore autonomia, infatti, è “a beneficio esclusivo del grande popolo lombardo che si vedrebbe così sgravato, grazie all’autonomia fiscale, di ampie porzioni di fiscalità regionale (bollo auto, aliquota regionale Irpef ecc.) e godrebbe di uno spettro maggiore di servizi e di un’assistenza rafforzata”. Ma non finisce qui: perché il presidente di Regione Lombardia è impegnato a convocare un tavolo, dopo lo svolgimento del referendum, composto da tutte quelle regioni che vantano un credito annuale nei confronti dello Stato centrale, per costituire un “Fronte del residuo fiscale”, “applicando il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano nei territori che le hanno generate”.

Ius soli, un dibattito forzato e fuorviante
La cittadinanza come protezione
, July 17, 2017

Nel nostro Paese la questione dello ius soli ha dato vita non solo a un imbarazzante iter parlamentare (ben documentato in un recente intervento su questo sito), ma anche a una singolare altalena di sentimenti e disposizioni d'animo da parte del pubblico, almeno a stare a quanto riportano i media e i numerosi sondaggi che si sono susseguiti negli anni. Queste oscillazioni non sono dovute solo all'inevitabile intreccio con i difficili equilibri politici degli ultimi mesi e alla forza d'urto dei flussi migratori che continuano a interessare l’Italia. Gli atteggiamenti sono ondivaghi anche perché gran parte della discussione, da una parte e dall'altra, è basata su sentimenti ed emozioni che per loro natura sono altamente instabili e volatili.

La campagna contro lo ius soli è connotata da forti accenti identitari e razzisti; la legge è dipinta come un pericoloso cedimento alla logica dell'annacquamento etnico, che porta a sacrificare gli interessi degli italiani «veri» a vantaggio di estranei senza il giusto pedigree. Ma purtroppo anche molte delle campagne mediatiche e delle prese di posizione a favore dello ius soli condividono questo stesso filone narrativo. Lo ius soli, secondo una strategia retorica imperante, è un atto di dovuto riconoscimento per quei ragazzi che, essendo nati e cresciuti qui, sono di fatto «al 100% italiani». Ragazzi che sono figli di migranti, certo, ma possono esibire, come credenziali inoppugnabili di accesso alla cittadinanza, una dieta a base di spaghetti e l'inconfondibile cadenza di un qualche dialetto nostrano.

Secondo questa concezione, i diritti di cittadinanza sono il riconoscimento di legami profondi e di valore che i residenti stringono con il Paese in cui vivono: le relazioni amicali, l'uso della lingua, l'abitudine e il gusto per le tradizioni e il modo di vivere locale, l'affetto che si sviluppa per il suo paesaggio tipico. Questo modo di concepire i requisiti di cittadinanza è incredibilmente rozzo e primitivo, e fa torto allo stesso nobile principio dell'identità nazionale. In realtà, infatti, non è basato su un'idea di nazione come impresa politica e culturale condivisa in nome di principi e ideali comuni, ma su una concezione sentimentalistica dei rapporti che si creano fra le persone e la terra in cui nascono e crescono. 

L’ultimo dei veri partiti?
, July 10, 2017

È stato pubblicato da poco un bel libro, soprattutto un libro utile per chi si interessa delle vicende dei partiti e dei movimenti politici del nostro Paese: L’ultimo partito, di Luciano Fasano e Paolo Natale, edito da Giappichelli. L’ultimo partito è il Partito democratico, il solo grande partito sopravvissuto attraverso continue trasformazioni e ridenominazioni alla doppia crisi che i partiti italiani hanno conosciuto nell’ultimo quarto di secolo: quella dei primi anni Novanta, a seguito di Tangentopoli, e quella più recente, che ha condotto alla straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle. È il partito che ha raccolto l’eredità politica del Partito comunista e della sinistra democristiana e ha mantenuto forme organizzative e modelli di democrazia interna che assomigliano a quelli dei partiti di una volta. Sconvolgimenti di questa intensità e durata – il primo soprattutto – non ci sono stati negli altri grandi Paesi dell’Europa occidentale e solo di recente il loro sistema politico e i loro modelli di democrazia stanno risentendo dell’ondata populista e anti-europea conseguente alle difficoltà economiche e all’intensità dell’immigrazione.

Luigi Pedrazzi (1927-2017)
, June 28, 2017

Chi vuole bene a un uomo di quasi novant’anni sa, ovviamente, che non manca molto al momento in cui quest’uomo dovrà andarsene. Però poi, quando accade, capita di trovarsi impreparati comunque. Succede così con Luigi Pedrazzi, per noi semplicemente Gigi, che è impossibile da raccontare. Figurarsi in poche righe.

Due cose almeno, però, vanno dette. Una, per noi che lavoriamo nella rivista che Pedrazzi fondò con altri giovani studenti bolognesi nel 1951, è fin troppo ovvia. Gigi è stato sempre il Mulino. Naturalmente lo è stato quando immaginò a Bologna una piccola rivista – dopo il liceo classico Galvani erano gli anni dell’università, lui e i suoi sodali avevano ventitré, ventiquattro anni. Ragazzi che, come lui stesso ha ricordato, «tra i quindici e i diciotto anni erano stati abbastanza grandi per osservare molto e cercare di capire; ma, tra il 1943 e il 1945, furono in pratica abbastanza piccoli per essere lasciati tranquilli sul bordo della storia più dolorosa e difficile» (salvo Ezio Raimondi, di qualche anno più anziano). Dunque fu «un’amicizia all’origine della storia del Mulino». Se quella storia è proseguita sino ad oggi molto, molto di più di quanto comunemente non sia detto, lo si deve a Pedrazzi. Lui, quando glielo si ricordava, si schermiva; ma, piacione com’era, in realtà non gli era sgradito avere l’occasione di raccontare del tempo in cui la prima proprietà del Mulino, nella persona dell’avvocato Barbieri, l’editore del Carlino, troncò i rapporti (e dunque i finanziamenti) all’intrapresa dei giovani galvanisti; e fu solo grazie a una cospicua eredità arrivata a Gigi, il quale se ne disfò interamente a favore del Mulino, che quella storia poté proseguire.

Erano anni di grande maturazione culturale per quei giovani e per l’intero Paese, che poco alla volta dopo il disastro si ritrovava. Anni di una straordinaria vivacità intellettuale, di cui Pedrazzi fu animatore, certo con tanti altri, ma con una forza sua propria che lo rendeva unico e, davvero, insostituibile in quel progetto culturale. Un progetto che molto presto divenne poi compiutamente editoriale: alla rivista nata nel ’51 fece seguito poco dopo, nel ’54, la società editrice.

Dopo quello tipicamente mulinesco, il secondo carattere di Gigi lo si può racchiudere in una parola: dialogo. Nella sua capacità inesauribile, perché sincera e fortemente motivata, di aprirsi a un confronto non sempre facile ma sempre franco con chi stava su posizioni diverse, a volte opposte. Un confronto reale, e dunque proficuo, perché derivante da una sua straordinaria apertura mentale che gli veniva da quella curiosità che non lo ha mai abbandonato.

Così, ci pare, si possono leggere tutte le più importanti tappe del suo vivacissimo percorso intellettuale e umano.

Oltre al Mulino, il dialogo aperto e mai concluso all’interno della sua Chiesa cattolica, dove al rispetto per la cornice istituzionale si mescolava l’entusiasmo per le spinte riformatrici presenti nella Chiesa di quegli anni. Lo studio del Concilio Vaticano II non lo abbandonerà mai e lo porterà, ottantenne pressoché digiuno di ogni forma di comunicazione elettronica, a realizzare una rete di contatti grazie alla quale condurrà analisi degli anni conciliari e preconciliari, poi concretizzatesi in una serie di volumi usciti al Mulino dal 2010: «Vaticano II in rete». Studi anch’essi, come la gran parte del suo percorso, dominati dalla figura ingombrante di Giuseppe Dossetti, da lui incontrato nel 1956, molto amato e studiato e che sempre lo affiancherà nelle sue riflessioni.