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REFERENDUM COSTITUZIONALE
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A questo punto occorre rassegnarsi a una coalizione riformista contro i populismi
Michele Salvati, 09 January 2017

Sopravvalutare il significato e le ripercussioni del voto negativo sul referendum costituzionale è difficile: l’intera prospettiva politica che aveva sorretto l’azione del governo Renzi rischia di frantumarsi contro il responso delle urne e per ora l’incertezza regna sovrana. 

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Enzo Cheli, 02 January 2017

Superato lo shock referendario e calato il polverone delle polemiche più aspre che hanno diviso il Paese negli ultimi mesi dell’anno trascorso si sta ora imponendo la domanda sul «che fare»: domanda a cui, alla luce dell’esperienza compiuta, dovremmo oggi cercare di dare risposta non più in termini di fazione, ma di ragione.

Per chi voglia usare gli occhi della ragione l’esito referendario sembra innanzitutto aver dimostrato cosa, almeno per il momento, non si deve fare.

Partendo dall’esperienza di due referendum costituzionali che, prima nel 2006 e poi nel 2016, hanno dato risultati nettamente negativi ed in termini significativamente crescenti, è indubbio che la prima cosa da non fare è quella di tentare nuovamente la strada di una «grande riforma» della Costituzione vigente che il Paese – anche se indotto da motivazioni sicuramente diverse – ha chiaramente dimostrato di non volere.

In una visione razionale e realistica è, dunque, bene che la carta repubblicana che da settant’anni regge la vita della nostra comunità nazionale resti quella che è nelle sue linee portanti, che riguardano non solo il sistema delle libertà (descritte nella prima parte), ma anche la forma di governo e Stato (tracciata nella seconda parte). E questo per un motivo elementare che il Paese dimostra, con il referendum, di avere ben compreso dal momento che la «palude» che con l’ultima «grande riforma» si dichiarava di voler superare trova certamente la sua prima causa non tanto nel modello costituzionale di cui disponiamo (modello che, almeno nel suo complesso, ha sinora retto bene la prova del tempo) quanto nelle disfunzioni di un sistema politico che dopo anni di affanno si presenta oggi in condizioni di crescente dissesto.

Ma esiste anche un’altra strada che una lettura razionale dell’esito referendario e del contesto politico in cui è maturato si dimostra, per il momento, non percorribile: ed è la strada di una riforma elettorale diretta a forzare al di là della ragionevolezza la distribuzione delle forze in campo, così da garantire «la sera stessa delle elezioni» la «vittoria sicura» di una maggioranza (sia pure artificiale) e la nascita di un governo stabile. Su questo terreno se è vero che ai fini del rafforzamento della governabilità il principio maggioritario – così come accade in tutte le democrazie meglio funzionanti – può essere utilmente adottato nelle sue diverse varianti, è anche vero che nei sistemi politicamente disomogenei e conflittuali, come è il nostro,

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Il referendum lascia sul campo molte macerie e un Paese profondamente diviso
Bruno Simili, 05 December 2016

Una bruttissima campagna elettorale – durata così a lungo che alla fine c’è da sorprendersi che sia finita, un po’ come capita con certi parenti malati da sempre che quando muoiono ci si meraviglia fossero ancora vivi – è stata oggetto di molti commenti. Le offese, le falsità, la demagogia più pacchiana, e quando possibile la ricerca del punto debole nell’avversario per affondare meglio lo stiletto e rigirarlo nella piaga già purulenta, hanno caratterizzato tutte le parti in campo su entrambi i fronti. Molti tra i più accaniti sostenitori del «no» hanno fatto del male alla loro causa ideologizzando il voto a prescindere, mentre nel contempo i più accaniti sostenitori del «sì», spesso renzianissimi di ferro (per quanto ancora?), cacciavano in testa a forza dubbi e domande a chi già per il «sì» aveva optato. A nulla servirebbe riportare qui le perle migliori: la grande madre Rete almeno per questo serve a qualcosa.

Alla fine, la sensazione è stata quella di avere vissuto gli ultimi mesi accompagnati da un indistinto e fastidioso rumore di fondo, con livelli di decibel a volte insopportabili per l’umana creanza. Il risultato, che vogliamo credere raggiunto per via in buona parte involontaria, è stato che anche chi accusava di populismo i propri avversari lo ha fatto ricorrendo alle tipiche armi del confronto populista.

Ora che una delle due fazioni ha prevalso, e nettamente, si dirà che «l’Italia ha bisogno di ritrovarsi unita». Ma è assai difficile che dopo una simile, estenuante campagna elettorale ciò possa accadere; di certo non in tempi brevi.

Qualcuno, un quarto di secolo fa, si è illuso di essere approdato alla Seconda Repubblica; e ora si è immaginato che la Terza fosse alle porte.

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sì/no: un voto decisivo
Michele Salvati, 09 November 2016

Da molto tempo il nostro Paese non riesce a trovare un assetto politico capace di affrontare i principali problemi economici che lo affliggono. Dopo alcuni anni di politica

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sì/no: un voto decisivo
Luca Verzichelli, 09 November 2016

Può piacere o meno, ma che la discussione attorno al referendum abbia assunto fin dalla sua fase iniziale i toni di un confronto, in qualche modo autodistruttivo, tra i vari

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