Rivista il mulino

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La vicenda di uno studioso che, vent’anni dopo il suo arrivo, si ritrova in un’America molto diversa da come l’aveva trovata
Dall’Iran agli Stati Uniti
rubrica
  • Memoria /memorie

La storia tende a ripetersi, ma mai allo stesso modo. L’ultima settimana di ottobre del 1922 è rimasta impressa nella memoria degli italiani come quella che portò Mussolini al potere nella cornice costituzionale dello Statuto albertino. Meno di un secolo dopo, nell’ultima settimana di gennaio del 2017, grandi marce sono andate in scena a Washington DC e in altre città, e rimarranno impresse nella memoria degli americani come una sfida al neopresidente Donald Trump, salito al potere nella cornice costituzionale dell’America del XXI secolo. Sebbene per obiettivi e caratteristiche i due episodi si collochino agli antipodi, al di sotto di tutte le enormi differenze si possono rintracciare profonde somiglianze.

A questo proposito, vorrei condividere alcune esperienze personali. Sono arrivato con la mia famiglia negli Stati Uniti dall’Iran nel 1996, dopo aver vissuto in California per un paio d’anni alla fine degli anni Settanta. Esito a dire che «emigrammo» negli Stati Uniti perché noi, come molti, non corrispondiamo all’immagine stereotipata degli immigrati. Le mie motivazioni per trasferirmi erano puramente intellettuali, non economiche, perché dal punto di vista finanziario sarei stato meglio in Iran, né culturali, perché le attrattive tipiche della vita americana non esercitavano un grande fascino su di me, e neppure politiche, in quanto il governo iraniano aveva smesso di perseguitarmi dopo avermi rilasciato dal carcere dieci anni prima. Per «motivazioni intellettuali» intendo la libertà di esercitare la professione accademica senza vincoli ideologici, senza l’obbligo di impegnarmi a credere e a rimanere fedele a una particolare religione o concezione politica, e senza temere di essere perseguitato per le mie opinioni.

Il trasferimento negli Stati Uniti ebbe un costo finanziario ed emotivo elevato per la nostra famiglia: i nostri figli furono privati delle attenzioni e dell’affetto di nonni, zie, zii e cugini; i nostri genitori non poterono veder crescere e divenire adulti i loro nipoti; più dolorosamente, mia moglie non ebbe la possibilità di rivedere la madre prima che morisse nel marzo del 2003 (era il periodo in cui l’amministrazione Bush aveva reso pubblici i suoi piani di invasione dell’Iraq). In questi ultimi anni, dal governo Ahmadinejad in poi, io stesso mi sono sentito obbligato ad astenermi dall’andare a far visita ai miei anziani genitori, che quasi sempre sento piangere al telefono quando ci chiamiamo, ogni settimana.

Nonostante tutti questi dolori e queste perdite, fino a poco tempo fa mia moglie e io non ci siamo pentiti della nostra decisione per la semplice ragione che sentivamo di aver conquistato le libertà che ci avevano inizialmente motivati, e perché pensavamo che nulla sarebbe mai cambiato. In altre parole, davamo per scontate queste libertà. Col senno di poi, siamo stati troppo ottimisti e forse ingenui: persino negli Stati Uniti di oggi, infatti, sembra che non si possa più, e non si debba, dare nulla per scontato.

Ciò che sta accadendo in questo momento evidenzia molti degli elementi che portarono all’affermazione delle dittature nell’Europa dei primi decenni del XX secolo: un ampio ceto medio-basso scontento che si considera penalizzato dal sistema attuale; un’economia profondamente polarizzata in cui un’immensa ricchezza si concentra nelle mani di pochissimi; un nemico le cui minacce e le cui capacità sono assai irragionevolmente esagerate (il socialismo allora, il terrorismo adesso); una categoria di persone individuate come principali capri espiatori della minaccia avvertita (gli ebrei allora, i musulmani e gli immigrati oggi); una propaganda populista che cavalca l’onda di questi sviluppi, promuovendo un’agenda nazionalista e protezionistica; un’élite politica compiacente e senza spina dorsale, priva della volontà di agire per limitare la diffusione di politiche populiste; un’élite affaristica avida e gretta che non è riuscita a comprendere le ripercussioni delle pratiche aggressive cui è ricorsa negli ultimi decenni; dei media spesso più interessati a storie sensazionali che alle realtà dolorose della vita ordinaria.

Sarebbe imprudente prevedere l’ascesa del fascismo negli Stati Uniti sulla base di queste somiglianze. Tuttavia è altrettanto imprudente nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che, prima o poi, «le cose finiranno bene», come ha recentemente suggerito il presidente uscente Barack Obama. Le differenze tra questi due periodi storici - un’economia oggi più forte, un sistema di governo relativamente trasparente, un contesto globalizzato, l’esistenza dei social media ecc. - non dovrebbero farci trascurare la concreta possibilità che in questo contesto populista crescano e si radichino tendenze fasciste nelle vaste aree di quella «middle America» il cui giusto scontento è stato subdolamente mobilitato contro i suoi stessi interessi.

Vi porto un esempio, quello di Jim H., un bravo e laborioso americano di Bloomington, Indiana, che da giovane ha fatto parte delle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti. Ormai in pensione, continua ancora a lavorare come tuttofare. Poco tempo fa, a causa di un attacco di cuore, ha dovuto lasciare prima del tempo il lavoro che stava svolgendo a casa nostra, salvo poi telefonarmi subito dopo per dirmi che intendeva tornare per portarlo a termine. Questo la dice lunga non tanto sulla sua etica professionale, quanto su un fatto comune oggi in America, dove le persone che un tempo hanno messo a rischio le loro vite per il Paese sono costrette a continuare a lavorare sodo in tarda età per sbarcare il lunario. Jim ha votato per Trump, mi ha detto, «perché Trump può portare al governo le sue capacità imprenditoriali». Non ho cercato di convincerlo del contrario e non ho alcun dubbio che prima o poi si renderà conto della miseria della politica populista. Quando quel momento arriverà, spero che anche Jim risponderà all’appello di coloro che si oppongono a chi li ha ingannati.

Ciò su cui oggi soprattutto possiamo contare sono la crescente consapevolezza e l’impegno di gente come Jim nella lotta contro le politiche del momento. È già nato e sta crescendo un movimento di popolo che mira a contestare tali politiche. Tuttavia, si tratta di un movimento che potrà produrre risultati tangibili solo se verrà efficacemente organizzato e incanalato nella giusta direzione; altrimenti correrà il rischio di esaurirsi per spossatezza.

Molti non presero sul serio l’ascesa di Mussolini, deridendone il carattere sciocco e il comportamento infantile. Oggi come oggi possiamo ancora permetterci di sbeffeggiare il comportamento infantile, incurante e sconsiderato della nuova amministrazione degli Stati Uniti e dei suoi alti funzionari, ma dobbiamo evitare che questo scherno non si traduca prima o poi in lacrime amare. A questo punto, ad appena due settimane dall’inaugurazione della nuova amministrazione, cominciano già a risuonare i tamburi di guerra nei corridoi del potere di Washington DC, dove il generale Michael Flynn, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, ammonisce l’Iran sulle «azioni appropriate» che saranno intraprese in risposta ai test missilistici condotti da quel Paese. Stanno prendendo scrupolosa nota di questi sviluppi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il governo di stampo medievale dell’Arabia Saudita. I falchi e i guerrafondai di ogni dove sono probabilmente entusiasti di sentire le minacce provenienti dal governo americano. Io, per conto mio, ho smesso di ridere, e non posso fare a meno di chiedermi se riuscirò a vedere un’ultima volta mio padre, novant’anni l’anno prossimo, come lui stesso mi ha chiesto al telefono la settimana scorsa.

[Traduzione di Giovanni Arganese]