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Frank Zappa
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Di Frank Zappa si conoscono il nome, l’aura di artista scandaloso e iconoclasta. Qualcuno ricorda l’approccio traumatizzante, e spesso mai più ritentato, alla sua musica. Ma soprattutto di Zappa, variamente dislocati entro il perimetro sesso-droga-rock&roll, si conoscono e si citano i luoghi comuni, gli stereotipi da rotocalco. Quasi sempre falsi.

A una conoscenza più ravvicinata, pochi artisti e ancor meno musicisti, come Zappa, smentiscono così clamorosamente il fittizio immaginario mediatico proliferato intorno al personaggio.

In estrema sintesi l’anomalia, la non classificabilità di Zappa potrebbe riassumersi nell’aver fatto della propria musica un originale strumento di critica e di smascheramento, in forma di satira, delle mistificazioni che si producono in una società governata dal mercato sul terreno della creatività e delle arti in genere, nonché della morale privata e pubblica (ivi inclusa la politica).

Cerchiamo dunque di capire il perché di queste affermazioni che, poste così in apertura, suonano come una petizione di principio e richiedono naturalmente di essere motivate.

Frank Zappa nasce a Baltimora nel 1940, ma alcuni anni dopo la famiglia si trasferisce in California. Zappa cresce nella provincia californiana e nel suburbio di San Diego e Los Angeles. Il ragazzo spicca per intelligenza, intraprendenza e indisciplina. Disegna, dipinge, ma è la musica soprattutto che lo attira. Frequenta in modo discontinuo corsi musicali, comincia a fare pratica con le percussioni ed è affascinato dalle correnti più radicali della musica contemporanea che ascolta alla radio e su qualche album che riesce fortunosamente a procurarsi. Tredicenne si innamora della musica di Edgar Varèse e in particolare di Ionisation, uno dei primissimi brani scritti per sole percussioni. Varèse, le percussioni, il ritmo resteranno da allora uno dei pilastri della concezione musicale di Zappa. Già negli anni della high school scrive le sue prime composizioni e, qualche anno dopo, nel 1963 all’auditorium del Mount St. Mary College di Los Angeles, ha luogo un intero concerto di sua musica per orchestra.

Nel frattempo Zappa aveva lasciato la famiglia e si era sposato. Ma l’avanguardia non era certo una fonte di reddito. È anche per questo, facendo letteralmente di necessità virtù, che Zappa sceglie di dedicarsi alla chitarra. In breve è in grado di esibirsi e di registrare alcuni singoli con gruppi di Rhythm & Blues (Baby Ray and the Fearns, The Heartbreakers ecc.), avvalendosi anche di un suo studio di registrazione a Cucamonga, non lontano da Los Angeles, col quale avvia una piccola attività di produzione discografica.

A questo punto sono già delineati i tratti principali e sostanziali del musicista che di lì a poco diverrà famoso: 1) la connaturata attitudine sperimentale e anticonformista; 2) la scelta imprenditoriale, intesa via via come tutela sempre più agguerrita e irremovibile della propria libertà creativa, e in crescente, esplicito antagonismo con le logiche mercificanti dell’industria musicale, del «no commercial potential»; 3) la pratica quotidiana del pop e della black music (R&B, blues, doo-wop ecc.), dapprima per ragioni di sussistenza e, via via, in un complesso rapporto di amore-odio, mimesi e parodia. Adesione e sovversione, che diverrà la spina dorsale e la chiave di volta di gran parte della sua produzione futura.

Non si capisce niente di Frank Zappa se non si tiene fermo un presupposto troppo sottovalutato: la sua formazione musicale, in gran parte da autodidatta, avviene all’insegna delle avanguardie contemporanee. Non solo Varèse, ma anche Webern, Ives, Stravinskij, Stockhausen, Boulez, Kagel ecc.

Zappa conosce e studia la manualistica accademica, maturando però rapidamente una totale idiosincrasia per regole armoniche e contrappuntistiche in cui avverte una insopportabile «infliction of normality on my imagination». Lo ribadirà nel celebre discorso tenuto alla American Society of University Composers nel 1984: «Per chi non mi conosce, sono anch’io un compositore, ho imparato da solo, studiando in biblioteca e ascoltando dischi [...]. Non mi piacciono le scuole, non mi piacciono gli insegnanti e neanche gran parte della vostra musica. E se non bastasse, sappiate che mi guadagno da vivere suonando la chitarra». L’autoritratto è veritiero, ma c’è una forzatura retorica: da tempo la chitarra non è più per Zappa il mezzo per sbarcare il lunario, ma è lo strumento e l’emblema del suo sforzo compositivo. Zappa compositore non si confina nell’ambiguità di quella che in Italia viene comunemente designata «musica contemporanea», e che il compositore Morton Feldman acutamente definiva «academic avantgarde». Ossia, di fatto, il mainstream di un’ufficialità che gratuitamente si ammanta di radicalismo e sperimentazione ormai declassati a routine accademica, a «normal science».

Zappa fa tutt’altro: trasferisce il radicalismo compositivo, l’azzardo, la provocazione sul terreno del rock e della pop music, cioè dell’industria musicale, dove gli stereotipi di genere, l’appeal della novità, la legge della «Top 40», sembrerebbero regnare indisturbati. È questa la sua sovversione, la sua sfida. Vittoriosa: mostrare che anche i linguaggi musicali più deprezzati dall’estetica dominante, in apparenza banali, votati al puro divertimento, racchiudono un enorme potenziale di critica e di innovazione. Zappa ha seguito fino all’ultimo questo suo credo o eresia: trasformare l’entertainment in avanguardia. Entusiasmante, dirompente (talvolta rivoltante per i «filistei»), inesorabile tanto nel suo perfezionismo, quanto nella sua denuncia delle idolatrie e delle falsità indotte dai media e da un potere corrotto e corruttore.

Nel 1966, il doppio long playing del suo debutto discografico come leader è doppiamente geniale sul piano musicale e del marketing. Si intitola Freak Out! e appartiene alla storia. Dalle immagini di copertina, ai testi, alle note di presentazione dei brani, Zappa inscena una feroce provocazione presentando il suo gruppo, The Mothers of Invention, come un’accolita di pericolosi pervertiti, dediti alle pratiche sessuali più turpi. Quanto alla musica, il rock non aveva mai conosciuto sound e strutture paragonabili, così intrise di realismo e di sarcasmo, ma anche oniriche, orgiastiche, specie nelle due lunghe suites che occupano le due facciate del secondo lp: Help I’m a Rock e, ancor più, The Return of the Son of Monster Magnet che rende omaggio e insieme parodizza il Sacre du Printemps di Stravinsky.

Seguirono 27 anni di attività forsennata sfociati in una sessantina di album ufficiali e migliaia di registrazioni inedite, consegnate a un imponente archivio dal quale non cessano di uscire sorprese postume. Sempre rifiutando la qualifica di «guitar hero» (anche se talune sue performance – ad es. tutto l’album Hot Rats – stanno ai vertici assoluti nella storia della chitarra elettrica), fra capitoli esaltanti e inevitabili momenti di appannamento, dal vivo o in studio; componendo per ensemble elettrico (cioè rock band), oppure per orchestra, Zappa ha effettivamente creato musica diversa da tutte le altre, fondata su armonie, sonorità, architetture che sono esclusivamente sue. E ha sempre preteso il massimo da sé e dai suoi musicisti. Perennemente in guerra con le pratiche blasonate, ma troppo spesso routinières, delle grandi orchestre sinfoniche, verso la metà degli anni Ottanta, Zappa decise che non avrebbe mai più collaborato con orchestre, affidandosi unicamente ad apparecchiature elettroniche. Ma gli ultimi due anni gli riservarono un regalo insperato. I giovani dell’Ensemble Modern di Francoforte riuscirono a convincerlo che la sua idea di perfezione musicale, inconciliabile con il cinismo monetario dell’establishment, non era utopia, ma era realizzabile. Insieme a questi straordinari musicisti, Zappa visse un’ultima esaltante stagione. Due furono i progetti portati a termine: The Yellow Shark e Civilation Phaze III. Entrambi aprivano un nuovo orizzonte, un’elettrizzante simbiosi fra composizione e performance che si interruppe crudelmente nel dicembre 1993, quando, alla fine, il cancro costrinse Zappa alla resa.