Rivista il mulino

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Parigi, 10/1/2017
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  • lettere internazionali

Un campo di macerie. In un recente volume sugli anni trascorsi a fare il ghostwriter (la plume) di François Hollande, Aquilino Morelle si chiede come sia potuto accadere alla gauche, e in particolare al Ps, di «perdere tutto in quattro anni». Tra il maggio e il settembre 2012 lo strapotere socialista ha raggiunto il suo acme: Eliseo, Matignon, Assemblea nazionale, addirittura Senato e poi la maggioranza delle regioni, dei dipartimenti e delle principali città. E oggi? Un campo di macerie, un presidente uscente che per la prima volta nella storia della V Repubblica annuncia di non ricandidarsi per un secondo mandato e sondaggi quasi unanimi nel condannare il candidato socialista al terzo, se non al quarto posto al primo turno e di conseguenza, come nel 1969 e nel 2002, fuori dal ballottaggio presidenziale.

Posto che Morelle attribuisce tutte le colpe a Hollande (la rottura tra i due a inizio 2014 è stata netta) e considerato che probabilmente, come ricordato dai più avveduti sondaggisti, la corsa presidenziale di aprile-maggio 2017 è ancora tutta da giocare, che il campo socialista stia vivendo una crisi profonda è una certezza. Per procedere schematicamente possono essere individuati quattro elementi che caratterizzano questa crisi.

Il primo è rappresentato appunto dalla non candidatura del presidente uscente. La scelta di Hollande ha riempito di incognite il voto del 2017. E la più pesante di queste potrebbe gravare proprio sul candidato socialista che uscirà dalle primarie del 22-29 gennaio prossimo. Chi si farà carico del bilancio politico dei cinque anni di presidenza Hollande? Pagherà il primo ministro del periodo 2014-2016, cioè Manuel Valls, qualora dovesse vincere le primarie? Pagherà Emmanuel Macron, con la sua politica economica al centro delle scelte del quinquennato di Hollande? O pagheranno i socialisti nel loro complesso?

Il secondo dato è ancora legato allo sfilarsi di Hollande dalla contesa del 2017 e riguarda la già citata primaire citoyenne. Nella primavera del 2015 era stata fissata per il gennaio 2017 proprio per favorire Hollande. La rilegittimazione da parte di iscritti e simpatizzanti socialisti avrebbe dovuto accompagnare il presidente uscente nella nuova campagna elettorale. Nelle intenzioni da gennaio 2017 sarebbe iniziata la marcia di Hollande per la riconferma. Passando dalla teoria alla pratica, il Ps si è trovato costretto a organizzare in gran fretta un’elezione primaria che rischia di tramutarsi in un flop quanto a partecipazione e che sta comunque faticando non poco ad occupare i media, dopo il grande successo di quelle del centro e della destra.

Osservando profili e programmi dei candidati si fa fatica a essere ottimisti. I candidati sono formalmente sette, ma soltanto quattro hanno concrete possibilità. Il verde dissidente François de Rugy, la radicale di sinistra Sylvia Pinel e il verde (poi centrista) Jean-Luc Bennahmias sembrano già fuori dai giochi. Alle candidature di fine estate di Benoit Hamon e Montebourg, si sono aggiunte quella di Vincent Peillon e quella più tardiva ma più autorevole di Valls. Se gli ultimi due rivendicano i risultati di Hollande e vi aggiungono le personali ricette per uscire dalla crisi, Hamon e Montebourg attaccano direttamente Hollande e rivendicano l’abbandono del governo nell’estate 2014, quando Hollande decise di accelerare sui temi della competitività e del liberalismo economico.

Proprio quello economico è uno dei temi più trattati, anche se, salvo piccole differenze, si può notare una certa omogeneità nelle proposte, potenzialmente deleteria per favorire la mobilitazione. Senza dubbio Montebourg insiste maggiormente sulla lotta all’austerità e sulla necessità di «andare a cercare la crescita». È ancora l’ex ministro dell’Industria ad attaccare le banche e i super-profitti, avanzando qualcosa di molto simile al 75% di aliquota per i redditi superiori al milione già proposta cinque anni fa da Hollande. Peillon, forte della sua esperienza come ministro dell’Educazione nazionale sino all’agosto 2014, insiste sui fondi a ricerca, istruzione e formazione. Se Hamon può costituire una sorta di «via mediana» tra la sfrontatezza colbertista di Montebourg e il pragmatismo repubblicano di Valls, proprio sul primo ministro uscente bisogna spendere due parole in più. La decisione di «sacrificarsi» e di non uscire di scena per prepararsi al 2022 è stata inizialmente interpretata come sintomo del suo classico volontarismo. Ben presto l’impressione è pero mutata, di fronte a una sorta di «hollandizzazione», come testimoniato dai toni morbidi sulle 35 ore, dalle critiche al liberalismo e addirittura dalla proposta di abolire l’articolo 49.3, utilizzato per ben sei volte nel corso della sua permanenza a Matignon per imporre provvedimenti come la loi travail. L’idea di un suo «recentrage» è paradossale, dal momento che cinque anni fa lo stesso Valls parlava della necessità di rifondare il Ps e di trasformarlo in una sinistra moderna e popolare.

E su questo paradosso può innestarsi il terzo elemento e si tratta della candidatura di Macron. La discesa in campo del giovane enarca, pupillo di Hollande, poi pronto a pugnalare il suo «mentore», rappresenta un’ulteriore complicazione per il candidato socialista che uscirà dalle primarie. Sin dal momento del lancio del suo club En Marche!, nell’aprile scorso, Macron non ha smesso di crescere nei sondaggi e di attrarre finanziamenti in vista della campagna presidenziale. La sua decisione di non passare per le primarie e quella di proporsi come innovatore e rifondatore di una sinistra liberale a metà strada tra il blairismo revisionato e la deuxième gauche rocardiana è tutta da valutare, ma sembra costituire il braccio destro di una «tenaglia» pronta a stritolare il candidato socialista.

Manca naturalmente il braccio sinistro di questa morsa, rappresentato dalla candidatura di Jean-Luc Mélenchon. Il portavoce della France insoumise (ribelle) ha come obiettivo di cavalcare la rivolta delle classi popolari e medie (già evidente a livello europeo nel voto per la Brexit, pro Trump e nella bocciatura al referendum istituzionale italiano) e di unirla alla maggioranza della sinistra radicale e alla residuale permanenza di un’estrema sinistra di tradizione comunista. Operazione che resta complicata, dato che il tema della protezione della France d’en bas dalla globalizzazione è da tempo monopolizzato dal Front di Marine Le Pen.

Insomma il quadro è piuttosto complesso per la gauche socialista: impegnata in una primaria che non decolla (un certo impulso potrebbe giungere dai tre confronti televisivi del 12-15-19 gennaio) e minacciata a destra dalla candidatura Macron e a sinistra da quella Mélenchon. I sondaggi più recenti, da prendere con cautela, danno Valls in leggero vantaggio su Montebourg, con il terzo incomodo Hamon a pochi punti percentuali dai due. Solo Peillon pare staccato dal terzetto di testa. Al momento però altri due sondaggi  forniscono una descrizione interessante degli umori a sinistra. Il primo, di fine dicembre, indica che solo il 10% degli intervistati ritiene la primaria in grado di invertire il trend negativo del socialismo francese. Il secondo, sempre di fine anno, colloca Macron al secondo posto dopo il primo turno presidenziale, con Montebourg come candidato socialista fuori dal ballottaggio. In questo caso il ballottaggio sarebbe Macron-Fillon. Con Valls candidato socialista, Macron e lo stesso Valls arriverebbero rispettivamente al terzo e quarto posto, con il ballottaggio Fillon-Le Pen.

Prospettive e proiezioni, mentre due certezze permangono: cinque anni di presidenza incolore e una primaria frettolosa e confusa. Al momento è questo, tutto ciò che il socialismo francese può mettere sul piatto per l’anno a venire.