Rivista il mulino

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Dal numero 6/2016
Che cosa intendiamo quando parliamo di crisi della democrazia
rubrica
  • Culture

l XXI secolo è cominciato nel nome della «crisi della democrazia», oggetto di un numero notevole di volumi e di discussioni sul suo significato, se è da intendersi come stato di «sofferenza» o come stato di «declino». Gli indicatori addotti risiedono nella caduta di credibilità dei leader eletti e nella capacità delle istituzioni democratiche di mediare tra le esigenze dei molti (il crescente impoverimento delle classi medie) e le pretese dei pochi (certi di potere influenzare le decisioni), e di individuare risposte che diano priorità agli interessi della larga maggioranza (spina dorsale della democrazia), per esempio arginando la disoccupazione e l’erosione del Welfare. Come negli anni Settanta, molti studiosi dubitano che la democrazia politica sia capace di far fronte al deficit di legittimità delle sue istituzioni provocato dall’alleanza con l’economia capitalistica. Ma a differenza di quel periodo, oggi a questa diagnosi non fa seguito la strategia dell’organizzazione degli interessi e delle alleanze delle classi, bensì una retorica nazionalistica e protezionistica (la semplificazione del filo spinato in alcuni Paesi europei). L’inquietante successo di partiti e movimenti anti-migranti, non solo nel vecchio continente, non è di buon auspicio per chi diagnostica la «crisi della democrazia». Il contesto è accidentato sia per il declino di autorità dello Stato-nazione (sul quale la democrazia moderna è stata edificata a partire dal Settecento), sia per i problemi creati dal capitalismo globalizzato, poco adatto a cooperare con la democrazia sulla base del principio di uguaglianza di opportunità (A. Przeworski, Democracy and the Limits of Self-Government, Cambridge University Press, 2010). La dimensione politico-democratica è su base statal-nazionale; la dimensione economico-finanziaria è su base globale: questa divergenza gioca ora a tutto vantaggio della seconda, con l’incremento di un potere arbitrario di attori non politici (le agenzie finanziarie e le multinazionali) e l’asfissia delle istituzioni rette sull’imparzialità della legge e la sovranità dello Stato. 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 6/16, pp. 982-990, è acquistabile qui]