Rivista il mulino

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Dal numero 6/2016
In difesa della torre d’avorio
rubrica
  • Culture

Dire di un uomo che «vive in una torre d’avorio» è diventata una delle osservazioni più offensive che si possano muovere a qualcuno senza incorrere in una querela per calunnia o diffamazione. Questa formula combina in sé il marchio dell’isolamento egocentrico (a causa della torre) con quelli dello snobismo (a causa dell’avorio) e di una trasognata inefficienza (a causa di entrambe). Cosa alquanto strana, questa espressione figurata esiste in inglese e francese, ma non in italiano [sic], olandese, spagnolo o nelle lingue scandinave; né, per quanto so, esiste nelle lingue orientali. In Germania acquistò una qualche popolarità solo dopo il 1945, quando fu importata dai rifugiati di rientro dagli Stati Uniti dopo la guerra. Mi è stato raccontato che uno di questi espatriati rimpatriati, il sindaco di Amburgo, esortò i professori dell’Università di Amburgo, i miei colleghi di un tempo, ad abbandonare le loro Elfenbeintürme e a risvegliarsi alla realtà dei fatti. Ebbene, che cosa sappiamo sull’origine e la storia di questa similitudine? A quanto pare, la storia comincia piuttosto tardi, nel 1837, quando il poeta francese Charles-Augustin Sainte-Beuve, nei Pensieri d’agosto (Pensées d’Août) contrappone Victor Hugo, il «partigiano resistente» che nella battaglia tiene altro il vessillo del suo credo politico, al «riservato» Alfred de Vigny il quale, pur condividendo le convinzioni di Hugo, «si ritira prima di mezzogiorno come nella sua torre d’avorio» (… et Vigny, plus secret comme en sa tour d’ivoire avant midi retrait). Qui la torre d’avorio appare per la prima volta come simbolo di un uomo che si ritira dalla vita attiva e dalle «responsabilità sociali» in una condizione d’isolamento intellettuale, ed è (come avrebbe detto un altro poeta, inglese in questo caso, cinquant’anni dopo) gentilmente rimproverato perché «si isola in una beatitudine egoistica». Dico «gentilmente rimproverato» perché all’inizio la disapprovazione era temperata dal rispetto. Spesso l’accento era posto sulla beatitudine, e niente affatto sull’egoismo. Henry James, quando, nel modo a lui caratteristico, trasformò l’espressione figurata in un vero e proprio oggetto d’arte, tangibile e prezioso, conferì a questo oggetto d’arte un simbolismo intricato e leggermente ironico, ma fondamentalmente positivo.

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 6/16, pp. 1036-1042, acquistabile qui, è una traduzione, a cura di Mauro Bonazzi e Riccardo Chiaradonna, effettuata sulla ristampa del 1959 pubblicata in «Aia journal», July, pp. 19-22, della versione originale di In defense of the Ivory Tower.]