Rivista il mulino

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Una liturgia sovraccarica di valori simbolici, sulla cui utilità occorre riflettere
Della maturità, ovvero dell’esame di Stato
rubrica

Si rinnova come ogni anno la liturgia dell’esame di Stato finale degli studi secondari superiori. Benché non si chiami più, ufficialmente, «maturità», è interessante il fatto che tutti, dai giornali alle famiglie, continuino a chiamarlo con il nome vecchio. I nomi, si sa, da soli non cambiano le cose. E la resistenza della vecchia dicitura, se all’inizio può essere effetto di un’inerzia naturale, alla lunga vorrà pure dire che la cosa tanto cambiata non è. Quello che certamente è cambiato, negli ultimi anni, è l’intorno del sistema, al punto di logorare inesorabilmente il senso stesso di questo momento del tragitto formativo, che segna l’uscita dalla scuola. Nell’intenzione del legislatore, il passaggio dall’esame di maturità al più anodino esame di Stato aveva un significato preciso: il vaglio conclusivo del ciclo secondario non mirava più a sancire l’ingresso nell’età adulta, ma si sarebbe più laicamente limitato a certificare alcune competenze «abilitanti» al mondo del lavoro o al proseguimento degli studi. Abbandonata così la sua funzione di rito di passaggio, l’esame avrebbe insomma dovuto fornire un lasciapassare, atto a garantire che il diplomato non solo sapeva orientarsi nel mondo con gli strumenti della conoscenza (compito che si spostava in tal modo sulla scuola, nel momento in cui lo licenziava ammettendolo a sostenere l’esame), ma era anche in grado di affrontare i nuovi compiti, di studio o di lavoro, che lo attendevano, con un’acconcia panoplia di competenze (non più sapere, ma saper fare, saper risolvere problemi, saper essere…).

Troppa grazia. Nessuno ci ha creduto. L’università si è accorta, con deplorevole ritardo, di non potere garantire a numeri imprevedibili di studenti una didattica decente e ha cominciato via via a introdurre test selettivi (non importa qui valutarne la qualità e l’adeguatezza, del resto assai ineguale); il mondo del lavoro ha continuato a lamentare la scarsa congruità dei percorsi di studio con i profili professionali di cui necessita, e ormai richiede, almeno per i quadri intermedi e per le funzioni più innovative, supplementi di formazione postsecondaria, con relativi esami d’accesso e certificazioni in uscita.

Insomma, se il vecchio esame di maturità era funzionale a un sistema omogeneo, nel quale ogni segmento era connesso al precedente da un legame fiduciario, plausibile soltanto per numeri ristretti, l’attuale esame di stato sembra proprio non servire più a nulla. Ovviamente non è così, fino a quando il titolo di studio avrà valore legale: ma da un lato le fasce occupazionali che lo richiedono ex lege nel settore pubblico si restringono sempre di più; dall’altro, l’ingresso nella formazione terziaria, accademica e non, considera ormai il diploma come un dato burocratico, pressoché ininfluente ai fini della vera selezione operata in ingresso.

Purtroppo la «buona scuola», con la generosa immissione in ruolo di migliaia di precari, ha seppellito la possibilità di accorciare di un anno le superiori. In quel modo il quinto anno avrebbe potuto avere una dimensione orientativa e preparatoria alle scelte successive, vedendo cooperare a tal fine le scuole stesse, l’alta formazione non accademica e l’università – strada che avrebbe portato naturalmente a superare la valenza conclusiva dell’attuale diploma e reso assi più fluida ed efficace la transizione dei giovani verso il proprio futuro professionale. Non è accaduto e per molto tempo non potrà più accadere. Ciò non toglie tuttavia che la liturgia di questi giorni resti dispendiosa, sostanzialmente inutile, suggestivamente sovraccarica di valori simbolici che ormai da tempo ha cessato di avere. Forse è il caso di mettere mano alla Costituzione (art. 33, c. 4) e mandare definitivamente in soffitta l’esame finale delle superiori. Di maturità o di Stato, fate voi.