Rivista il mulino

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Culture
Il concerto del bianco
, October 19, 2012

Che faccia ha il mio stomaco? Se fosse fuori di me non lo riconoscerei. Non saprei distinguerlo tra una folla di stomaci. Eppure è sempre lui, il mio stomaco, con cui sono nata e cresciuta. 

Il Satsang ha dato un volto al mio stomaco. Me lo ha fatto guardare negli occhi, me lo ha fatto accarezzare immaginandolo. E ascoltare. C'è così tanto da fare durante il Satsang.

Dialogo davanti alla Cappella degli Scrovegni
, October 17, 2012

«Ho letto sul “Telegraph” e su “Le Figaro” dei timori nel mondo per la conservazione della Cappella degli Scrovegni. Timori generati dalle due torri abitative che si stanno costruendo di fianco alla Cappella. Torri alte un centinaio di metri, alla cui base si sta scavando una fossa larga 10.000 mq e profonda oltre 10 m».

Un interprete defilato
, October 10, 2012

“Andrebbero bocciati, ma alla fine dell’anno metto sei a tutti, così non ho rogne e li rovino per sempre”. Sullo schermo il professore di Storia dell’arte si chiama Fiorito, omonimo all’anagrafe dell’“er Batman” assurto al disonore delle cronache. Lo interpreta Roberto Herlitzka. A lui è affidata la stracchezza della nostra scuola, sull’orlo di un suicidio indotto dall’ignavia e dagli errori dei governi.

Un applauso lungo millesettecento anni
, October 2, 2012

Quanto dura un silenzio di millesettecento anni? Sono secoli di vento, di piogge, di passi calpestati, di muschi, di notti solitarie e di terremoti. Ai piedi del Convento dei cappuccini, giusto alla destra dell'antico cimitero e proprio al confine del Collegio Murialdo che lambisce la Villa Pontificia, sembra quasi di poterla udire l'eco di questa domanda, rimbalzata tra le crepe delle pietre del grande anfiteatro. Tanta vita ha attraversato la storia di questo colle dallo sguardo lungo fino al mare di Torvaianica e che sprofonda, venti metri più in basso, nel sordo baratro di una buca ampia centotredici metri. 

La vittoria di non arrivare primi
, September 19, 2012

Io c’ero. Nove anni fa, a Bruxelles, ero lì. Nella grande sala del Palais des beaux arts scrutavo incredula questo giovanotto bruno, tutto italiano, determinato e sorridente. Roberto aveva gli occhi lampeggianti, li vedevo scintillare da lontano, appollaiata su un placido palco, una tra duemilaseicento persone silenti. Nella cieca oscurità del teatro, al suo centro, un cuore batteva a tempo di musica, sereno del suo ritmo voluto. Quegli occhi scuri al primo sguardo, ma che assumono una qualità chiara, cangiante alla luce del suo proprio fuoco, guardavano uno dopo l'altro ai trentuno giorni di gara con la concentrazione di chi sa che tutto è nelle sue mani.