Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
L’emergenza terroristica sta costringendo i governi a ripensare i princìpi fondamentali dell’etica politica delle nostre società
Principi a termine
, April 4, 2016

Si è concluso la settimana scorsa in Francia il dibattito sulla decadenza dalla cittadinanza per reati di terrorismo: durato diversi mesi, costato le dimissioni della ministra della Giustizia Taubira e finito, dopo molto penare, nel nulla di fatto. Per Hollande si tratta di un fallimento politico eclatante, tanto più che la proposta di riforma costituzionale all’origine del dibattito, fortemente voluta dal presidente, godeva di percentuali altissime di consenso presso l’opinione pubblica.

La riforma in questione prevedeva l’introduzione nella Costituzione di una norma che avrebbe sancito la perdita della cittadinanza per i colpevoli di reati di terrorismo, estendendo misure già previste dal Codice civile. All’origine della proposta, come è stato apertamente dichiarato dal primo ministro, c’era soprattutto l’esigenza di produrre un «gesto simbolico forte» in reazione ai recenti attacchi terroristici.

Questa proposta di riforma costituzionale è caduta vittima di un dilemma che aveva già agitato la discussione su misure analoghe adottate in Gran Bretagna e in Canada. La decadenza dalla cittadinanza può essere estesa indiscriminatamente a tutti i cittadini che si macchiano di reati di terrorismo, oppure può essere limitata solo a coloro che dispongono di una seconda nazionalità.

Una (involontaria) indagine sul campo tra i giovani che il «bonus» non lo hanno visto mai, neanche da lontano
Gli ottanta euro nella realtà
, March 29, 2016

Se si esercita il mestiere di sociologo nell’area metropolitana di Napoli si può avere la fortuna di non dover andare in cerca dei propri oggetti di ricerca, e questo per una ragione molto semplice: a volte sono loro a cercare te. Mi è accaduto così, per una sorta di serendipity, di condurre una involontaria inchiesta sul campo che potrebbe avere come titolo «che fine fanno gli ottanta euro di Renzi»? Come è noto ai più, il cosiddetto «bonus Renzi» è un credito, introdotto nel 2014 e confermato dalla Legge di stabilità 2016, riservato a chi guadagna fino a 26.000 euro. Un «bonus» che viene riconosciuto dai datori di lavoro direttamente in busta paga. È sempre così? Vediamo cosa accade poi nel mondo reale, come – ad esempio – mi è stato chiarito da tre persone incontrate casualmente nel corso della stessa giornata.

Caso numero uno. Una ragazza seduta accanto a me nello studio di un medico di base ha fretta di tornare al centro estetico dove  lavora per 12 ore al giorno, dal martedì al sabato. Pur firmando un cedolino di 1.000 euro mensili, di fatto ne percepisce 600. In aggiunta a ciò, la proprietaria del centro non trasferisce nella busta paga della giovane gli «ottanta euro di Renzi» che le spetterebbero. 

Sempre più giovani faticano a rendersi autonomi dalla famiglia, non solo in Italia
Vivere in famiglia
, March 21, 2016

È ben noto in Italia il fenomeno dei giovani che vivono in famiglia: sono i due terzi del totale delle persone nella fascia tra i 18 e i 34 anni a fronte del 34,2% dei francesi, del 42,3% dei tedeschi e del 34,2% degli inglesi. In Italia la percentuale dei giovani che non riesce a lasciare la famiglia di origine è alta anche nella fascia di età più «adulta». Quasi un giovane su due tra i 25 e i 34 anni (il 49,4%), infatti, vive con almeno un genitore (in aumento di quasi cinque punti sul 2008) a fronte del 28,8% nell’Ue a 28 e dell’1,4% dei danesi (11,3% dei francesi e 16,8% dei tedeschi mentre gli inglesi sono appena il 13,8%). Tendiamo spesso a pensare a questo fenomeno come tipicamente ed esclusivamente italico o mediterraneo. In realtà la crisi economica del 2008 ha contribuito ad accrescere questi comportamenti in paesi che tradizionalmente conoscevano una rapida e precoce uscita e autonomizzazione dalla famiglia d’origine. In particolare è importante osservare come questo cambiamento abbia conosciuto una forte crescita durante la crisi economica che ha caratterizzato il periodo dal 2008 in poi in Paesi quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

In tempi magrissimi per la partecipazione elettorale, conviene ricordarsi anche dei referendum abrogativi
Il referendum del 17 aprile
, March 14, 2016

Era il 9 giugno del 1991 quando più di 29 milioni di italiani si recarono alle urne per esprimere il loro parere sulla preferenza unica. Il 62,6% degli aventi diritto, che resero valido il referendum. Per l’allora leader Bettino Craxi, che aveva capeggiato la campagna astensionista invitando tutti ad «andare al mare», fu l’inizio della fine. Allora Craxi, forse non del tutto consapevolmente, trasformò il referendum sulla preferenza unica in un referendum su se stesso. Oggi Renzi, del tutto consapevolmente, ha reso il referendum costituzionale che (senza quorum) ci chiamerà alle urne, prevedibilmente in autunno, un referendum su se stesso e sulla sopravvivenza del suo governo.

Prima del prossimo autunno, però – molto prima, il 17 aprile – avrà luogo un altro referendum. Non costituzionale ma abrogativo. Sarà dunque necessario raggiungere il quorum previsto dall’articolo 75 della nostra Costituzione («La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi»).

Il referendum del 17 aprile si terrà poiché la Corte costituzionale ha ammesso la richiesta espressa da nove regioni italiane (dieci in origine, ma all’ultimo l’Abruzzo guidato dal renzianissimo Luciano D’Alfonso si è tirato indietro). Il quesito referendario è il seguente: «Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?». La questione riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non tocca invece né quelle sulla terraferma, né quelle in mare a una distanza superiore. 

Allarme costituzionale
, March 7, 2016

Che ne è della patria del diritto? Che fine hanno fatto i giuristi d’antan? Queste domande sorgono spontanee, dopo tre notiziole di questi giorni. La prima è del 23 febbraio: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il caso Abu Omar. Sai la novità, dirà qualcuno. Qui, però, la cosa suona un po’ più grave delle altre volte. Che i nostri servizi segreti abbiano collaborato alla extraordinary rendition verso l’Egitto di un imam sospetto di terrorismo non stupisce nessuno: suona però malissimo, dopo il caso Regeni. Ma soprattutto, dalle ottantuno pagine della sentenza, dal valore più simbolico che pratico, escono altrettanto male, se possibile, le massime autorità dello Stato e dunque l’intera immagine della Repubblica.

La seconda notizia è del giorno successivo: il Tribunale di Messina ha accolto il ricorso contro l’Italicum, la legge elettorale approvata la scorsa primavera e in vigore da luglio 2016. Qui la notizia sta nella celerità. Per il Porcellum, la cui incostituzionalità era molto più ovvia, ci sono voluti quattro anni e tre gradi di giudizio, prima che la Cassazione rinviasse gli atti alla Corte costituzionale. Qui ci ha pensato, in due mesi, uno dei diciotto tribunali di primo grado interpellati, accogliendo sei dei tredici motivi.