Rivista il mulino

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la nota
Hic sunt leones
, May 17, 2011

Gli studiosi di comportamento elettorale discutono da anni sulla validità di due modelli interpretativi. Uno sostiene che i  partiti traggono i maggiori benefici elettorali quando convergono verso il centro per catturare, con proposte “sfumate”, l’elettore mediano – supponendo implicitamente che intorno al centro si collochi la gran parte dell’elettorato. L’altro modello indica invece nella nettezza della proposta politica, e anche nella sua radicalità, la chiave del successo: gli elettori vedono e comprendono meglio una proposta dai contorni precisi e la apprezzano in quanto tale. Per esemplificare, meglio rossi o neri che grigi.

Se si tengono a mente questi schemi interpretavi diventa più semplice rispondere al refrain che i commentatori moderati all’unisono fanno risuonare in queste ore, e cioè che la vittoria dei candidati di sinistra alle elezioni amministrative è in realtà una vittoria di Pirro perché spinge a sinistra l’asse dell’opposizione e la allontana dalla “virtuosa e proficua” alleanza con il centro.

A questa interpretazione si possono contrapporre una serie di obiezioni. La prima: non si riesce a capire per quale motivo la sinistra debba essere più moderata della destra; quest’ultima ha mietuto successi per anni radicalizzando il conflitto e nessuno dei commentatori moderati ha gridato allo scandalo quando leghisti e berluscones vari insultavano avversari e istituzioni. La seconda: non “rispondere per le rime” a un avversario che attacca a testa bassa porta il segno della debolezza, non della “superiorità morale”. Il centrosinistra, e il Pd in particolare, si è spesso ritirato sdegnoso, come una madamina offesa, dai toni forti con cui la destra conduceva la polemica politica. La terza: in una società divisa in due campi opposti di dimensioni molto simili come quella italiana, l’opposizione (come il governo) ha chances di successo solo se aggrega un fronte ampio; se invece si fanno esclusioni a priori ci si condanna alla sconfitta.

Semplificare senza lamentarsi
, May 12, 2011

Saranno sempre le solite e a questo punto scontate lamentele dei giuristi, ma a volte sembra quasi che chi fa le regole cerchi apposta di nascondersi dietro la complessità della tecnica legislativa per rendere difficile la lettura dei testi. L’ultimo decreto sviluppo, peraltro pubblicato in versione provvisoria, in attesa, testuale e bellissima espressione, della “bollinatura” della  Ragioneria Generale dello Stato, contiene diverse misure tra le quali alcune importanti per imprese e cittadini.

Mi riferisco a quelle che agevolano la  rinegoziazione dei mutui ipotecari a tasso variabile di importo non superiore ai 150.000 euro, e che semplificano ulteriormente la portabilità dei mutui stessi.

Importante aiutare chi è in un momento di difficoltà, così come più si facilita la possibilità per i clienti di cambiare banca, più si rende competitivo il sistema e quindi si abbassano i costi dei servizi.

Spulciando tra le norme si scopre, però, anche un'altra modifica: per sintetizzare, si dà la possibilità alle banche di derogare ad alcuni obblighi informativi quando hanno rapporti con le imprese che non siano “micro” (sostanzialmente quelle con organico superiore ai 10 dipendenti e fatturato superiore ai 2 milioni di euro). Una norma del Testo Unico Bancario prevede che, quando ci sono modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, queste debbano essere sempre comunicate espressamente entro trenta giorni, per iscritto o su altro supporto accettato dal cliente, e ciò per rendere il cliente sempre consapevole dei costi e dei vincoli che riguardano il suo rapporto con la banca.

Disoccupati e pellegrini
, May 2, 2011

Sui giornali italiani di domani, martedì 3 maggio, la vera notizia non sarà l’uccisione di Osama bin Laden, a dieci anni da quell’11 settembre. No, l’attenzione dei lettori sarà tutta rivolta all’esito della querelle negozi aperti vs. negozi chiusi, domenica primo maggio. Com’è andata? Un tema davvero appassionante che ci obbliga a riflettere sul lavoro in Italia, a dispetto dei grandi eventi che hanno accompagnato quest’anno la ricorrenza, distraendo un poco l’attenzione dalla festa dei lavoratori. A cominciare dai postumi della sbornia dei coniugi Middleton, cui è andato, unanime, il riconoscimento da parte delle Trade Unions britanniche per avere opportunamente evitato questa particolare domenica per il matrimonio del secolo. Proseguendo con la cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, oltre un milione di pellegrini a Roma, che secondo la Santa Sede, al contrario, doveva tenersi assolutamente questa domenica.
Se in giro per il mondo la giornata di ieri è stata segnata da numerose manifestazioni di protesta (spesso sfociate in scontri) verso l’incapacità dei governi di gestire la crisi economica globale, in Italia ci si è molto occupati, appunto, dell’apertura-chiusura degli esercizi commerciali. Questo mentre il Paese assiste al progressivo e inesorabile processo di smantellamento di quel che resta dell’unità sindacale.

Oltre il populismo
, April 21, 2011

Il 25 aprile del 1951, scegliendo una data simbolo della nuova Italia repubblicana e democratica, un gruppo di giovani pubblica il primo numero della rivista “il Mulino”. L’obiettivo è chiaro: disporre di una sede dove riflettere e discutere sull’Italia e sul mondo al di là dei rigidi steccati ideologici del tempo e attraverso gli strumenti conoscitivi forniti dalle scienze sociali. Parafrasando il celebre motto di Luigi Einaudi, la rivista voleva “conoscere per discutere”. Ma l’analisi e l’approfondimento erano orientati a uno scopo “politico” – non per nulla la rivista si autodefinisce “di politica e di cultura”.
L’intendimento politico è netto fin da subito e consiste nel rafforzare l’area politico-culturale democratica articolata nei suoi tre tronconi storici: liberale, socialista e cattolico. La peculiarità del “Mulino” di quel periodo consiste nel far dialogare cattolici e laici, un dialogo che abbatte le idiosincrasie reciproche, al punto da arrivare al riconoscimento da parte dei laici dell’impatto epocale del Concilio Vaticano II e da parte dei cattolici del diritto civile al divorzio con la clamorosa iniziativa del manifesto dei cattolici del No patrocinato da Luigi Pedrazzi e Pietro Scoppola. Ma oltre a questo obiettivo, perfettamente raggiunto all’interno dell’area democratico-liberale tanto che i laici a 24 carati sono più in sintonia con i cattolici conciliari che con i pallidi laici, i giovani fondatori della rivista hanno un intendimento di lungo periodo: in un lungo editoriale manifesto pubblicato nel 1957, Nicola Matteucci e Luigi Pedrazzi si propongono di muoversi verso il post-fascismo. A dieci anni dalla fine della guerra, scrivevano, bisogna andare oltre la divisione che ha lacerato l’Italia e guardare avanti.

Una Europa sempre più in crisi
, April 18, 2011

Le recenti polemiche tra Italia, da un lato, e, dall’altro, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna e infine l’Unione europea sull’arrivo dei migranti dalla riva sud del Mediterraneo sono state particolarmente accese. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni è arrivato a porre la questione della possibile uscita dell’Italia dall’Europa, il che ha provocato non solo le reazioni da parte del presidente della Repubblica e dell’opposizione, ma anche di alcuni rappresentanti del governo e della maggioranza. Dal canto suo, la Lega Nord ha invitato al boicottaggio dei prodotti francesi, come il camembert e lo champagne. Questi fatti insoliti in un Paese che per ragioni storiche e strategiche è stato a lungo uno dei pilastri della costruzione europea sono indice di almeno due grandi cambiamenti in atto.

Il primo riguarda l’Italia e rivela tre dimensioni principali. I governi di centrodestra si sono sempre mostrati meno europeisti di quelli di centrosinistra. In questo modo hanno rotto platealmente con la politica tradizionale della Prima Repubblica, quella voluta dai democristiani o dai federalisti alla Altiero Spinelli, che aveva progressivamente raccolto consensi. A ciò si aggiunga che a questi stessi governi manca la necessaria credibilità politica a livello europeo e internazionale, il che ostacola i rappresentanti italiani allorché, come è costume e regola, tentano di promuovere i dossier italiani nei negoziati con i loro interlocutori. Infine, l’opinione pubblica italiana ha modificato il proprio atteggiamento nei confronti dell’euro: si mostra meno entusiasta dell’idea stessa di Europa, dando prova di un certo euroscetticismo cui si accompagna una propensione al ripiegamento sulla dimensione locale-regionale.