Rivista il mulino

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la nota
Buone nuove
, December 13, 2011

Non tutto è nero e fosco come sembra. All’orizzonte si profila anche qualche buona notizia.

Dopo molto parlare e molto annunciare, infatti, l’adeguamento alla media europea degli stipendi dei (numerosi) parlamentari italiani non dovrà più avvenire, con “urgenza” e “per decreto”. Il tema, delicatissimo come facilmente s’intende, andrà invece posto in discussione laddove lo si è sempre dibattuto e sempre lo si dovrà dibattere: in Parlamento. Saranno le Camere, e non più, per fortuna, un noioso professore di economia insieme ai suoi altrettanto noiosi professori circondati da tecnici, a provvedere, se vorranno provvedere, al taglio delle indennità di deputati e senatori. Nel modo, nel tempo e nel quanto che riterranno più corretti e opportuni. Oppalà.

È quanto previsto da un emendamento del governo (quello dei noiosi, sempre loro) presentato alle Commissioni Bilancio e Finanze. E per fortuna. Perché la norma prevista in origine dal decreto sarebbe stata illegittima, come ci spiegano i più esperti. Anche per quanto riguarda lo stipendio dei parlamentari, dunque, l’ultima parola toccherà, come sempre, ai parlamentari medesimi. Cui il governo ha tuttavia ricordato, con fermo garbo istituzionale, la necessità-dovere di equiparare il trattamento economico di titolari di cariche elettive e dei vertici di enti e istituzioni pubbliche rispetto alla media degli analoghi trattamenti economici percepiti dai colleghi europei.

Le morti degli altri
, December 5, 2011

Accade ogni tanto che un uomo o una donna noti si uccidano, e che molti se ne scandalizzino, nel senso etimologico del verbo. Uno skàndalon, un inciampo dell’opinione pubblica, è stata la morte che Lucio Magri si è dato in una clinica svizzera, assistito da un medico. Un tale inciampo fu un anno fa anche il gesto di Mario Monicelli, che salì all’ultimo piano di un ospedale, si arrampicò a fatica – lui novantacinquenne – sul bordo di una finestra, e si gettò di sotto. Non fossero stati famosi, per loro non ci sarebbe stato rumore mediatico. Certo qualcuno o molti avrebbero sofferto, o avrebbero provato rancore, e forse anche – perché no? – simpatia. Così reagiamo di fronte al suicidio: coinvolgendo noi stessi in quel gesto ultimo, sia che lo si rifiuti con rabbia, sia che lo si accolga con pietà. Invece, non (solo) di coinvolgimento si è trattato, ma (anche) di scandalo per Monicelli e per Magri. E per questo ancor più che per quello. Chissà, forse c’è chi non perdona loro, uomini pubblici, di rendere dolorosamente evidente la più radicale e privata delle questioni: di chi è la mia morte?

A leggere i commenti seguiti al suicidio del fondatore del «manifesto» sembra che proprio la sua privatezza non sia stata rispettata. Contro ogni pur formale pietà, qualcuno si è cimentato in un funereo narcisismo: io avrei fatto, io non avrei fatto…

La Repubblica dello spread
, November 27, 2011

Quanto tempo ci vorrà per abituarsi al tormentone sui differenziali tra Bund tedeschi e Btp italiani? Ci abituiamo a tutto, e dunque ci abitueremo anche a questo. Sempre che nel frattempo l’amato sistema-Paese non crolli definitivamente, insieme al fondale macroeconomico che ha accompagnato le nostre giornate tra casa, scuola, ufficio e spesa all’ipermercato.

Eppure, nella sua drammaticità, anche la tragicommedia europea che va in scena da qualche settimana sui teatri della politica e della finanza mondiale può rappresentare uno spunto utile per qualche riflessione para-economica. Al limite della costruzione parabolica da rapporto Censis, le cui analisi prospettiche ci aspettiamo da qui a pochi giorni. Perché il nostro è davvero il Paese dello spread, da tutti i punti di vista. La Repubblica fondata sul lavoro e, in subordine, su molti altri ideali attuali e pienamente condivisibili ma tristemente disattesi ogni giorno. La Repubblica delle differenze e dei differenziali. Tra Nord e Sud, dato ovvio e ormai universalmente accettato. Tra lavoro garantito e lavoro cercato disperatamente e mai trovato, se non a condizione impietose. Tra generazioni garantite e nuove generazioni senza garanzie. La Repubblica dove da molti anni vengono pubblicati periodicamente rapporti che raccontano come si sia ampliato e si continui ad ampliare il divario tra chi ha sempre meno e chi ha sempre di più. Tra chi continua ad avere, nonostante tutto, qualche opportunità di conoscenza, di formazione, di crescita culturale e chi invece nasce in partenza con un ritardo ereditato dalla famiglia e dal gruppo sociale di appartenenza difficilmente colmabile.

Non è ancora troppo tardi
, November 21, 2011

Il sorprendente cambio dell’esecutivo nel nostro Paese potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo sul governo dell’Italia ma anche su quello dell’Unione europea. Negli ultimi tempi la nostra attenzione è stata catalizzata dalle tristissime vicende di casa nostra. Ma alzando solo un po’ lo sguardo ci si sarebbe potuti rendere agevolmente conto che anche l’Unione non se la passava poi troppo bene. L’opinione pubblica è da mesi tempestata di comunicati che annunciano nuovi piani, o modifiche dei piani precedenti; salvo poi, a distanza di pochi giorni o di poche ore, ritrovarsi con gli stessi problemi e le stesse incertezze di prima. Al di là dei complicatissimi aspetti tecnici delle vicende europee, fra la Banca centrale e il fondo di stabilizzazione, un punto emerge chiaro. Vi è un grande deficit di iniziativa politica. Le attuali istituzioni e le attuali politiche comunitarie non sono in grado di reggere l’urto di una crisi internazionale forte come quella attuale. Il rischio, purtroppo evidente, è di scivolare indietro: mettere a rischio non solo la moneta ma decenni di integrazione. Serve un deciso passo in avanti: mettere la enorme forza finanziaria di tutti gli stati membri a garanzia di un processo di stabilizzazione dei flussi finanziari, di risanamento dei conti pubblici, di rilancio progressivo dello sviluppo.

Una grande occasione
, November 14, 2011

È tema antico e spesso riservato alle discussioni accademiche, ma ora torna prepotentemente d’attualità ed entra a gamba tesa nel varo (eventuale) del governo Monti.

Un governo tecnico è frutto della brutalità di avidi finanzieri e delle scelte dei tecnocrati comunitari? Sì, secondo una vulgata trasversale che va da Magdi Cristiano Allam sul "Giornale" (dove si parla addirittura di “assassinio della democrazia”) a Paolo Ferrero su "Liberazione".

Oppure è un governo che finalmente sancisce la dissoluzione senza nobiltà del “berlusconismo” (Guido Crainz su "la Repubblica"), che una democrazia semi-narcotizzata non è riuscita da sola a scalzare? Un governo che ha i presupposti per riconciliare con le istituzioni una società - così la descriveva un anno fa  il rapporto Censis - sfiduciata e senza più legge e desiderio?

La sfida è improba e l’esito non affatto certo, tuttavia per adesso la domanda è: se non ci fossero stati i feroci banchieri e gli investitori americani che a luglio hanno cominciato a liberarsi dei bond italiani innescando l’onda sismica, e se la puntigliosa e inusuale lettera della Banca centrale non avesse messo con le spalle al muro chi bellamente continuava a dire che tutto era sotto controllo, saremmo finiti nel baratro, al posto di fermarci un attimo prima?

Da tempo chi studia la finanza che corre velocemente e spensieratamente da una parte all’altra del globo (e infatti anche sul piano lessicale si utilizza sempre una espressione nel contempo minacciosa e misteriosa come “i mercati”) si chiede come questa si possa conciliare con le giurisdizioni domestiche, e come disegnare un'architettura di organi sovranazionali in grado di regolarla e imporre comportamenti comuni.