Rivista il mulino

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Serve una Germania europea
, February 20, 2012

I politici tedeschi non sono mai stati un modello di virtù cristalline. Negli anni Ottanta uno scandalo finanziario travolse l’intera dirigenza del partito liberale e in seguito lo stesso padre della patria riunificata, Helmut Kohl, dovette subire gli strali della giustizia per finanziamenti illeciti al partito. I casi di corruzione di vario genere non sono estranei alla vita politica tedesca. Non per nulla in Germania si diffuse fin dagli anni Novanta un sentimento di fastidio nei confronti della politica e dei partiti, bollato dall’allora presidente della Repubblica tedesca Richard von Weizsacker come "Politik und Parteienverdrossenheit". Atteggiamenti da primi della classe pronti ad ammonire e redarguire altri Paesi per le loro manchevolezze sono quindi del tutto fuori luogo.

Purtroppo è prevalso questo riflesso nella politica europea della Germania. In questi ultimi anni la cancelliera Angela Merkel si è dimostrata disastrosamente inadatta al ruolo di leader continentale che le circostanze le assegnavano. Invece di guidare con mano ferma ma con atteggiamento cooperativo la crisi economica dell’Unione, ha badato ai propri interessi nazionali. Ha potuto farlo grazie alla debolezza politica della Francia di Nicolas Sarkozy, francamente patetico nella sua impotente burbanza durante le conferenze stampe comuni con la cancelliera, all’inesistenza italiana (to say the least…) e alle difficoltà interne degli altri Paesi di media grandezza come Spagna e Polonia.  

La Germania ha avuto per la prima volta l’opportunità di occupare un ruolo di leadership “palese”.  Solo che ha occupato lo spazio lasciato libero dalle altrui inadeguatezze senza esercitare una leadership in senso proprio. Angela Merkel non sta guidando l’Europa fuori dalle difficoltà dell’Unione.

Vabbuò
, February 13, 2012

Sono le 22 e 25 del 13 gennaio scorso. Nella plancia della grande nave ferita un gruppo di ufficiali è alle prese con l’emergenza. Parola tra le più in voga, emergenza. Il suo etimo rimanda a qualcosa che, nascosto sott’acqua, inatteso e improvviso si mostri in superficie. E certo qualcosa si è mostrato, quella notte, nelle acque del Giglio. Non si tratta solo dello scoglio contro cui il comandante Francesco Schettino ha condotto la Costa Concordia. Quello contro cui siamo stati portati a schiantarci tutti insieme è anche una metafora. Lo conferma un filmato, più o meno anonimo, che nei giorni scorsi è emer-so, anch’esso, nel mare della nostra povera pubblica opinione. Che cosa si vede e che cosa si sente in quel filmato? Mentre la Costa Concordia va alla deriva, incapace di essere governata, in plancia c’è una calma strana. A più di mezz’ora dall’impatto, ancora non è stato dato l’ordine di abbandonare la nave. E alle 22 e 25, appunto, qualcuno avvisa Schettino: «Comandante, i passeggeri stanno cominciando a entrare da soli sulle lance». E lui: «Vabbuò, vabbuò… jà». Ci vogliono altri sei o sette minuti perché l’ordine sia dato, e altri venti circa perché le scialuppe comincino a esser calate. In fondo, tutto questo è noto. Tutto, tranne quell’imbelle, stupido «Vabbuò, vabbuò… jà». È questa la metafora contro cui abbiamo fatto naufragio. E poiché le metafore per loro natura tendono a uscir da sé e a portare ad altro, lasciamo il comandante della Costa Concordia alla sua paura e alla sua coscienza, e guardiamoci attorno. Viene fin troppo facile, ora, pensare al vabbuò interminabile del governo Berlusconi, e alle scialuppe di salvataggio mai messe in acqua. Di scogli, di falle, di motori in panne, di catastrofe neppure si voleva parlare, nella plancia del Paese. Ma, appunto, qui la metafora si applica fin troppo facilmente. Con la differenza non da poco, rispetto alla Costa Concordia, che nessun comandante sarà chiamato a render conto davanti a un giudice.

Riparliamo di università
, February 6, 2012

In Italia si torna a parlare di università. Non è difficile capire perché, con il cambio di ministro che c’è stato. E’ un buon segno. Ma non sarebbe certo male se riuscissimo a migliorare anche la qualità della discussione, che oggi appare ancora dominata da facili slogan: basterebbe davvero abolire il valore legale dei titoli di studio per risolvere tutti i problemi? Forse si possono proporre alcuni elementi di un’agenda un po’ più completa per la discussione. Proviamo a farlo mettendo in luce cinque punti almeno (per cominciare).
Innanzitutto, all’Italia servono molti più laureati. Viaggiamo nella parte bassa della classifica dell’Unione europea a 27, e rischiamo nei prossimi anni di scivolare ancora più basso. Un elevato numero di laureati, soprattutto in discipline scientifiche, può favorire il rilancio competitivo del Paese. Le imprese che esistono hanno bisogno delle nuove conoscenze tecniche e creative, di cui sono portatori giovani ad alta qualifica; e tutti noi abbiamo bisogno che una parte di questi giovani crei nuove imprese, per mettere a profitto quelle conoscenze e creare nuovo lavoro. E’ un tassello di un possibile rilancio; non l’unico, naturalmente. Ma rassegnarsi a mantenere costante, o addirittura a ridurre il numero di laureati, in base all’attuale richiesta delle imprese (in un momento di grave crisi) certamente aiuta il declino.

Un leghismo del Sud?
, January 30, 2012

La scorsa settimana è stata segnata da un’esplosione di protesta che dalla Sicilia è risalita verso il Nord. Protagonisti indiscussi gli autotrasportatori, ma nell’Isola ad essi si sono affiancati altri lavoratori autonomi: agricoltori e pescatori che animano il "movimento dei forconi". Le principali rivendicazioni riguardano la riduzione del prezzo della benzina e del gasolio, esenzioni fiscali e rateizzazioni dei pagamenti richiesti dal fisco, protezione dei prodotti agricoli con misure più severe sulla tracciabilità e la contraffazione, modifica di regolamenti Ue sulla pesca ritenuti troppo penalizzanti. Al di là delle richieste specifiche, la cifra complessiva del movimento è contraddistinta dalla forte polemica nei riguardi dello Stato centrale, ritenuto il principale responsabile del disagio, e dall’altrettanto netta condanna della classe politica in tutte le sue articolazioni. Nelle manifestazioni si sono anche viste bandiere della Trinacria, ma l’impressione è che i riferimenti all’indipendentismo siano rimasti tutto sommato molto marginali rispetto agli slogan antistatalisti e antipolitici. Di fronte alla portata del fenomeno, che ha coinvolto per diversi giorni molte decine di migliaia di manifestanti - con conseguenze pesanti per l’economia e per la popolazione, specie in Sicilia - è difficile non chiedersi se stiamo assistendo al battesimo di un nuovo leghismo del Sud. Ma in questo caso di che leghismo si tratterebbe? In che misura potrebbe essere simile a quello sperimentato nel Nord?

Parlare chiaro
, January 23, 2012

Il governo Monti ha trattato i cittadini italiani da persone adulte capaci di affrontare la realtà, per quanto dura, e ha imposto loro misure severe, che tuttavia non hanno portato (come il premier stesso ha, con stupore, sottolineato) a un crollo verticale di popolarità, giacché la gravità della crisi è sotto gli occhi di tutti da quando si sono diradate le nebbie mediatiche delle comunicazioni politiche faziose. Questa semplice considerazione, banale in qualsiasi democrazia evoluta, non lo è per gli italiani che, per consolidato stereotipo, sembrano quasi sempre dover essere messi “sotto tutela” di qualcuno che sta più in alto, trattati come soggetti incapaci di pensare e di agire con la propria testa, incapaci di assumersi responsabilità individuali e incapaci di compiere scelte coraggiose quando la situazione lo impone. La conseguenza è quella di subire provvedimenti che sono pannicelli caldi che non incidono nella realtà, anzi, la lasciano marcire e consolidare nel degrado, ma soddisfano, nell’immediato e senza impegno, qualche lobby e categoria particolare, rimandando la soluzione del problema che, puntuale, si ripresenterà. La veduta corta del calcolo elettorale immediato viene preferita al futuro bene comune. 
Non è dunque un caso se gli italiani, diversamente da altre popolazioni di Paesi europei comparabili, hanno espresso ed esprimono, sino ad oggi, profondo distacco e sfiducia rispetto alle principali istituzioni politiche. Dentro la sfiducia ci stanno molte cose: c’è la disaffezione emotiva e c’è il giudizio critico sulla loro inefficienza e scarso rendimento.