Rivista il mulino

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La crescita passa per il Sud
, March 26, 2012

Dopo l’intervento sulle pensioni il governo ha posto al centro della sua agenda il problema della crescita dell’economia italiana. L’attenzione si è finora concentrata soprattutto su liberalizzazioni e regolazione dei rapporti di lavoro. Sono certo aspetti importanti, insieme ad altri dei quali si parla, come la sempre invocata semplificazione amministrativa e l’efficienza della giustizia civile. Colpisce però l’assenza dalla scena del problema del Mezzogiorno. Eppure, è impossibile immaginare una crescita solida e un’Italia più civile se non si affermerà in quest’area del Paese uno sviluppo autonomo capace di autosostenersi.

Su quest’assenza pesano certo i fallimenti del passato e i timori di aprire un fronte che comporti nuove spese. Ma è proprio questo legame tra sviluppo delle regioni meridionali e maggiore spesa che andrebbe rimesso in discussione: da un lato, una strategia efficace per il Sud non dovrebbe essere vista necessariamente come foriera di nuova spesa; dall’altro un Sud che imboccasse la strada di uno sviluppo autonomo libererebbe risorse decisive per la crescita di tutto il Paese.

La pressione fiscale e contributiva sulle imprese e sul lavoro è particolarmente alta, ed è ulteriormente cresciuta per far fronte alle tensioni finanziarie (il carico sui redditi d’impresa è il più alto in Europa e raggiunge il 68%; il «cuneo fiscale» è tra i più elevati).

La politica nonostante la politica
, March 19, 2012

Fa sempre una certa impressione vedere in che modo giornali e opinione pubblica riescono a digerire la malapolitica italiana. Uno stomaco di ferro che, almeno in apparenza, metabolizza l’uno dopo l’altro scandali grandi e piccoli. A vent’anni dal terremoto di Mani Pulite, restiamo un Paese largamente corrotto e impunito. Ma i vent’anni trascorsi dall’ingiurioso lancio di monetine non sono passati invano. Sommati ai decenni precedenti, anni conclamati di Prima Repubblica, formano un ampio periodo storico nel corso del quale il popolo che la Carta fa padrone del proprio destino sembra essersi poco alla volta assuefatto. Come per tutto, o quasi, anche alla corruzione in tutte le sue forme, ma soprattutto alla corruzione come mutamento dei costumi e atteggiamento profondamente culturale, ci siamo abituati? Nonostante i periodici allarmi, gli strali, le grida, osserviamo oggi con malcelata rassegnazione come dalla ricca torta formata da tutte le nostre tasse manchino sempre più fette. Dai consigli comunali a quelli regionali, passando naturalmente per le casseforti dei partiti, decine di milioni di euro abbandonano la scena pubblica per imboccare quella più riservata dei conti bancari privati e privatissimi. Per tacere dell’evasione, altra causa conclamata del grande furto (e relativa beffa) di soldi pubblici.

Così, mentre un serio e autorevole governo di professori tenta di concretizzare riforme che troppo a lungo sono rimaste intrappolate nella rete dei rapporti politici (o, quando è il caso, si ripromette di modificare i connotati di quelle, in buona parte di facciata, che lo scorso esecutivo aveva varato), il lato ignobile della politica prosegue ad accaparrarsi una fetta importante della torta nazionale.

Contro le donne
, March 12, 2012

Sui quotidiani le chiamano “tragedie della gelosia”. A pochi giorni di distanza almeno due hanno attratto l’attenzione dei media: a Brescia un camionista uccide l’ex moglie, sua figlia e i loro partner; nel veronese un uomo strangola la moglie con il foulard e poi si costituisce. Le violenze di uomini sulle donne non sempre sfociano in tragedia, più spesso si “limitano” a colpire brutalmente nel corpo, a stuprare, attuare molestie sessuali e persecuzioni di ogni tipo (oggi identificate col reato di stalking). Questo quadro di violenza quotidiana, ambiente fertile dei crimini che sfociano in omicidi e tragedie, è stato ben descritto nella sua vastità impressionante da due indagini Istat di alcuni anni fa (2006 e 2009). Sono quasi 7 milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, cioè circa il 32% della popolazione femminile, ma la cifra sale ancora se si considera anche la violenza psicologica. Una parte considerevole di queste violenze, inoltre, avviene ad opera del partner entro la famiglia o un rapporto di coppia.

“Tragedia della gelosia” richiama alla memoria il titolo di un film del 1970 di Ettore Scola, Dramma della gelosia, che narra la storia popolare di un amore tra un muratore coniugato (Marcello Mastroianni) e una fioraia (Monica Vitti). Quando poi lei si innamora di un giovane pizzaiolo e sceglie di sposare quest’ultimo, lui, pazzo di gelosia, la uccide. Il film voleva essere una satira di una cultura italiana possessiva, tradizionalista nei confronti della donna e dei ruoli di genere, della famiglia in generale, ancora diffusa tra i ceti popolari, ma che sembrava ormai già messa in crisi negli strati colti e destinata a scomparire. Nel 1970 la “rivoluzione culturale” della contestazione studentesca e femminista si stava diffondendo, o così sembrava; il divorzio era stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano; Franca Viola, ragazza siciliana, rapita e stuprata aveva per la prima volta rotto il muro di omertà e di silenzio, denunciando il suo rapitore e rifiutando il matrimonio riparatore. Il film, dunque, già negli anni immediatamente successivi alla sua apparizione era ormai datato ? E lo è tanto più oggi a oltre quarant’anni di distanza? Sì e no.

Un prerequisito per qualsiasi governo
Sconfiggere la corruzione
, March 5, 2012

Nella classifica di Transparency International, Singapore, a pari merito con Danimarca e Nuova Zelanda, risultava nel 2010 il Paese meno corrotto al mondo. La presenza al vertice di Danimarca e Nuova Zelanda non sorprende: i Paesi nordici e le ex-colonie britanniche sono sempre stati poco corrotti. Sorprende invece trovare Singapore (e Hong Kong, poco più sotto in classifica), Paesi nei quali fino a quarant’anni fa il fenomeno dilagava. La corruzione non è dunque un destino segnato dalla storia, al quale ci si deve rassegnare. Si può combattere e vincere in tempi relativamente brevi – trenta/quarant’anni sono tempi storicamente brevi, meno di due generazioni - se si adottano misure adeguate.

Anche per queste ragioni abbiamo chiesto a Claudio Landi un articolo sul successo di Singapore nella lotta alla corruzione (l’articolo uscirà sul «Mulino», n. 2/2012). Ci pare che comprendere come un Paese quale Singapore sia stato in grado di far fronte al fenomeno sia utile per varie ragioni. Lo è innanzitutto perché il nostro è un Paese molto corrotto (un po’ meno della Grecia tra i Paesi europei, ma più di molti Paesi in via di sviluppo: di gran lunga il più corrotto nella sua classe di reddito pro-capite). Lo è perché la corruzione, e più in generale l’illegalità, la criminalità e l’inefficienza amministrativa –fenomeni strettamente collegati - sono ostacoli formidabili alla crescita economica e al benessere della popolazione, oltre che una grave lesione alla qualità della democrazia e della convivenza civile. Si tratta di un fenomeno italiano di antica data, con radici culturali profonde, ma che da Mani Pulite in poi, con qualche oscillazione, è sempre stato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. È un fenomeno che ha stimolato studi buoni e numerosi (la sintesi migliore per un lettore non specialista è quella di D. della Porta e A. Vannucci). Le iniziative politiche di contrasto che la corruzione ha suscitato sono state molteplici, ma tutte caratterizzate da scarso successo.

Due destini paralleli
, February 27, 2012

La coincidenza dell’agenda politica italiana e di quella francese invita più che mai al confronto. Silvio Berlusconi ha dovuto lasciare lo scorso novembre, mentre in Francia Nicolas Sarkozy si è impegnato in una campagna elettorale dall’esito incerto.

Il contrasto con la situazione di qualche anno fa è sorprendente. Nel 2007 Sarkozy batteva nettamente la sua rivale, Ségolène Royal; un anno più tardi, Berlusconi riconquistava il potere per la terza volta, sconfiggendo il centrosinistra. Il mondo sembrava sorridere a questi due leader dai tanti tratti comuni, al punto che si è parlato, ma a nostro avviso a torto, di sarko-berlusconismo. È pur vero che entrambi hanno saputo imporsi come leader indiscussi nei loro campi e come virtuosi della comunicazione, stabilendo una forma di egemonia culturale grazie all’associazione di valori antagonisti: liberalismo e protezionismo, tradizione e modernità, nazionalismo e europeismo. Sono riusciti a costruire intorno a sé un blocco sociale composito ma solido, sostenuto da professioni liberali e indipendenti, classe media, frazioni significative delle classi popolari, pensionati, cattolici praticanti. Occupavano un ampio spettro politico, che andava dai confini della destra estrema ai moderati del centro. Hanno inoltre tentato di forgiare un partito che unificasse le sensibilità di destra.

Certo, le differenze ci sono state eccome. Sarkozy non si è dovuto difendere dall’accusa di conflitto d’interesse, ed è un vero professionista della politica, erede lontano del gollismo e del bonapartismo. Per di più, le istituzioni, le leggi elettorali, la storia politica dei due Paesi erano e restano molto diverse. Nondimeno, le vittorie dei due leader sembrano aver confermato la tesi ampiamente diffusa secondo cui ormai, in Europa, la destra era e sarà dominante per ragioni profonde e durature, di natura quasi antropologica.

Che cosa è successo, dunque, nel giro di qualche anno? Le crisi economico-finanziarie hanno provocato i loro effetti destabilizzanti: disoccupazione, perdita in termini di potere d’acquisto, maggiori diseguaglianze. I due leader hanno perduto il loro charme e la loro aura poiché non hanno mantenuto le promesse, suscitando disincanto e disillusione.

Dovremmo dedurne che stiamo voltando pagina? Conviene essere molto cauti.