Rivista il mulino

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Non c'è alternativa
, August 13, 2012

In politica è meglio non affezionarsi troppo all’idea che non c’è alternativa. Quante volte abbiamo letto commenti o editoriali che ci spiegavano che Silvio Berlusconi era l’unico in grado di unire la destra, di vincere le elezioni o di guidare il Paese?

A manifestare questa opinione non erano solo sostenitori del capo del Pdl. Al contrario, persino alcuni tra i più fieri oppositori di Berlusconi – e diversi osservatori imparziali – hanno, in perfetta buona fede, accreditato in passato l’idea che non ci fosse alternativa al suo governo.

Sappiamo com’è andata a finire: il panico da spread ha cambiato le carte in tavola aprendo la strada all’iniziativa del presidente della Repubblica che ha accompagnato la nascita di una diversa maggioranza e di un nuovo governo. Credo che questo esempio, tra i tanti che si potrebbero menzionare, dovrebbe spingerci a riflettere con attenzione prima di proiettare indefinitamente nel futuro la posizione d’indiscusso primato che l’attuale presidente del Consiglio ha nella politica italiana.

Non solo perché, com’è evidente, alcuni tra gli scenari peggiori che potrebbero emergere in seguito a una nuova drammatica accelerazione della crisi finanziaria vedrebbero un leader politico con le caratteristiche culturali e personali di Mario Monti in seria difficoltà nel tenere sotto controllo partiti in via di dissoluzione e un elettorato in fuga dalle formazioni presenti in Parlamento, ma anche perché è difficile immaginare che l’attuale maggioranza possa stabilizzarsi fino al punto da por mano a un programma di riforme di lungo periodo in concordia e armonia.

Uno spread di civiltà
, August 6, 2012

«Abbiamo ridotto lo spread con l’Europa», così, soddisfatto, ha detto qualche giorno fa Giuliano Pisapia. E non si tratta dello spread di cui da molti (troppi?) mesi la politica ha rinunciato a occuparsi, lasciandolo a quella che – come si sostiene – sarebbe la perizia tecnica di un gruppo di professori, economisti e banchieri. Naturalmente, ogni tecnica è sempre una politica, ma con la pretesa più o meno ipocrita di non esserlo. Nel caso cui si riferisce il sindaco di Milano, invece, non c’è ombra di “ideologia tecnica”, e la politica trova (o ritrova) tutta la sua necessaria, felice autonomia: ora anche la più ricca e, come si diceva in anni lontani, la più europea delle città italiane ha un registro delle unioni civili.

Se si stilasse una classifica a questo proposito – ossia, a proposito del riconoscimento di un diritto non più che elementare, nella sua urgenza umana –, la metropoli lombarda si collocherebbe al di sotto del novantesimo posto, ben lontana dalla prima classificata, Empoli, e anche dopo Cagliari, che l’ha istituito un mese fa, il suo registro. D’altra parte, non si tratta di una gara, e se poi lo fosse varrebbe il principio olimpico (ampiamente disatteso, del resto) del barone Pierre de Coubertin «l’importante non è vincere, ma partecipare».

Veniamo dunque al merito della decisione presa dal Consiglio comunale milanese, dopo un confronto durato una dozzina di ore, e seguito a mesi di trattative, polemiche, ritardi

La forbice e la crisi
, July 30, 2012

La crisi non è uguale per tutti. Fatto forse ovvio, ma su cui è interessante esercitarsi con qualche riflessione.

È  evidente che la crisi non è uguale per le imprese. Molti dati ci dicono che almeno una su cinque, in Italia, continua ad andare benissimo, a crescere e a macinare profitti. Non è il settore che le distingue, ma certamente la proiezione internazionale (sta meglio chi esporta). Questo è normale durante le crisi; producono sempre uno “shake-out”, rimescolano le carte. E da questi rimescolamenti possono venire effetti positivi: maggior spazio per chi è più bravo, che cresce di più anche perché occupa lo spazio di chi è in difficoltà. Perché gli effetti positivi – alla lunga – si determinino, servono però altre due condizioni; e di queste non siamo certi. La prima è che lascino il passo, chiudano, solo le imprese più deboli sotto il profilo industriale, e non, invece, imprese ottime ma colpite solo dalla mancanza di liquidità o di credito. La seconda è che, assieme alla fisiologica mortalità di imprese, vi sia una nuova natalità: nascano nuovi soggetti per occupare gli spazi di mercato che si aprono o individuando nuovi business.

La crisi non è uguale per le famiglie e i cittadini. Ciò che fa la differenza è in primo luogo la capacità di mantenere un lavoro, o almeno di essere coperti dalla cassa integrazione. Se viene meno un afflusso di reddito, e se non c’è patrimonio, ci può essere un pericolosissimo scivolamento verso condizioni di povertà estrema. In secondo luogo, pagare le tasse o meno.

Il Mezzogiorno in default
, July 23, 2012

Nei giorni scorsi si è diffusa la preoccupazione per un rischio di default della Regione Sicilia. Si tratta di un problema particolare o siamo di fronte a un fenomeno ben più vasto? In realtà la questione va ben al di là del caso Sicilia. Se infatti non si tiene solo conto del debito regionale in senso stretto, ma dei trasferimenti netti a favore delle regioni e degli enti locali del Sud, siamo in presenza di un deficit strutturale del Mezzogiorno stimato dalla Banca d’Italia in circa 60 miliardi all’anno (lo Stato incassa molto meno di quello che spende). Valori simili riguardano i trasferimenti realizzati nell’ultimo sessantennio.

Certo, questi trasferimenti servono per garantire l’accesso ai servizi fondamentali dei cittadini meridionali secondo il dettato della nostra Costituzione, e servono per promuovere lo sviluppo economico. Ma dopo sessant’anni è evidente che essi alimentano un’offerta di servizi e infrastrutture gravemente inefficiente, e non sono stati in grado di innescare uno sviluppo economico autonomo nel Sud, mentre gravano pesantemente sulle finanze pubbliche. È altrettanto chiaro che i vincoli posti dalla globalizzazione dell’economia e dall’integrazione europea non consentono più di continuare su questa strada, come le vicende della crisi in corso mostrano ampiamente. Una svolta è indispensabile.

La Sicilia, come Regione statuto speciale, ha avuto più trasferimenti e più autonomia nell’impiego delle risorse. Avrebbe dovuto crescere di più, e invece ha speso di più e si è sviluppata meno delle stesse regioni meridionali.

Più tagli, meno sviluppo
, July 16, 2012

Come mostrano molto bene tutti i dati disponibili, nel nostro Paese ricerca scientifica e innovazione sono malati gravi. Ma ora, con i tagli previsti dal decreto sulla spending review, anche se dovessero sopravvivere, rischiano danni irreparabili. È questo il rischio che, fuor di metafora, corre il nostro Paese. L’Università è stata risparmiata, ma è ormai ridotta all’osso dai tagli già subiti. A essere colpiti in maniera drastica sono gli altri enti pubblici dove si sviluppa la ricerca e si crea innovazione attraverso la produzione di nuova conoscenza: dall’Agenzia spaziale italiana all’Istituto nazionale di astrofisica, dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia al Consiglio nazionale delle ricerche, all’Istituto Nazionale di fisica nucleare e molti altri ancora, in tutto dodici enti di alta qualità facenti capo al Ministero.

Ma anche il nostro Istituto nazionale di statistica, l’Istat, che ha il compito fondamentale di censire la popolazione, fornire dati di qualità, affidabili e tempestivi su tutti gli aspetti rilevanti del nostro Paese, indispensabili per orientare le politiche pubbliche e fondamentali per ogni indagine su come cambia la vita degli italiani, ha subito tagli ai finanziamenti tali da fare dire al suo presidente, Enrico Giovannini: «dal prossimo gennaio non effettueremo più statistiche».

Alcuni quotidiani hanno fatto notare il paradosso tutto italiano di elogiare l’eccellenza dei risultati scientifici (come la scoperta del bosone di Higgs) per poi calare la scure (questo il premio!) proprio sul suo artefice, quell’Istituto Nazionale di fisica nucleare colpito con un taglio di oltre 9 milioni di euro (-3,79%) per il 2012 e di 24,3 milioni (-10,1%) per il 2013 e 2014.