Rivista il mulino

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la nota
sì/no: un voto decisivo
Con che faccia, o la politica del faccia-a-faccia
, October 10, 2016

La campagna per il referendum costituzionale è appena entrata nel vivo, come si dice, eppure siamo già esausti. Appena finito di scrivere questa nota, ad esempio, il sottoscritto ricomincerà a battere coscienziosamente palcoscenici di provincia, incrociando le armi con rivali ancora più stanchi e meno convinti di lui. Il format dell’Evento, infatti, sembra definitivamente diventato il faccia-a-faccia: che ovunque si svolga – sul video, o in incontri pubblici – riscuote il consenso di tifoserie entusiaste.

Di solito, funziona così. Il sostenitore del «sì», spesso giovane e bello(a), snocciola convinto(a) i pregi della Renzi-Boschi; talvolta, specie se meno giovane e meno bello(a), sospira che, dopotutto, questa riforma è sempre meglio di niente. Il sostenitore del «no», specie se è un ex presidente della Corte costituzionale, spiega in modo sofferto i pericoli della riforma; se è solo un politico d’opposizione, invece, si limita a scalmanarsi contro il presidente del Consiglio.

I risultati sono alterni. In genere, prevalgono o i sostenitori del «sì» o quelli del «no», indifferentemente, purché si guardino bene dall’entrare nel merito. Anche perché, diciamolo, cosa dovremmo dire del merito? Cos’è meglio, il troppo poco o il quasi niente? Il «sì» a una riforma inutile se non controproducente, oppure un «no» che non indica uno straccio di alternativa? È un po’ come nelle dispute teologiche: più il quesito è confuso, più la discussione rischia di durare per secoli.

Ponte elettorale
, October 3, 2016

Le recenti dichiarazioni del premier Renzi sul Ponte di Messina destano non poche perplessità.

Contrariamente a quanto sostenuto da molti commentatori, esse però non nascono dall’opera in sé. L’obiezione che il Ponte non si debba fare perché collegherebbe Calabria e Sicilia, due regioni a forte presenza criminale, e quindi vedrebbe necessariamente una forte infiltrazione criminale negli appalti, è irricevibile. Sarebbe una resa: ammettere che il nostro Paese non è in grado di realizzare una grande opera senza che questa sia infiltrata dal malaffare; o che non è in grado di realizzarla in una parte del territorio nazionale. Una secessione di fatto: in quelle regioni lo Stato non c’è; non è in grado di contrastare la criminalità. L’altra obiezione è che il Ponte è in sé un’opera assurda. Non è così: si tratta di un’opera ingegneristica assai complessa, come se ne fanno in tante parti del mondo. Ha obiezioni specifiche, di notevole rilevanza (territorio sismico, impatto ambientale): ma di esse, come ovunque si fa nel mondo, si può ragionare in misura tecnicamente fondata per arrivare, se possibile, a superarle. Fondati argomenti a favore dell’intervento sono già stati ospitati da questa rivista.

I problemi vengono quando si parla di costi e benefici, specie se visti nel tempo. Si tratta di un’opera molto costosa, il cui onere ricadrebbe sul bilancio pubblico. La possibilità che vi possa essere un sostanziale contributo privato pare assai modesta,

Di chi è quel bene?
, September 26, 2016

L’ultima volta che sono passato da Trinità dei Monti era Pasqua, tre anni fa. Devo essere stato molto distratto, perché non ricordo una situazione di «pericoloso e inaccettabile degrado» come quella che, da più parti denunciata, ha portato al completo restauro della scalinata. O forse ero troppo preso da una giornata magnifica, come quelle che solo Roma sa regalarti. Lando Fiorini docet. Sicché, senza le polemiche recenti, a pochi giorni dall'inaugurazione del monumento perfettamente restaurato, non avrei saputo – lo ammetto – delle condizioni disastrose in cui era prima dell'intervento generoso da parte di un privato che ha riportato tutto «all’originario splendore».

Subito il dibattito si è acceso: ringhiera sì, ringhiera no? Transenne? Telecamere? Guardie in pattugliamento, specialmente di notte? Certo sarebbe un delitto se uno dei luoghi più belli della capitale tornasse allo stato «di semi-abbandono» (mi fido di chi Roma la conosce bene e la vive e così descrisse Trinità de Monti) precedente il restauro. E c’è da comprendere il ricco finanziatore (un gioielliere sistematosi nei pressi), che mai e poi mai vorrebbe ritrovare le preziose scale del De Sanctis e le fioriere che le adornano di nuovo imbrattate e ricoperte di ogni monnezza a pochi passi dalla propria prestigiosa bottega.

Eppure, allo stesso tempo, viene da chiedersi quale sia il senso ultimo dell’impomatare certi luoghi o del metterli sotto vetro per proteggerne la presunta o reale, a seconda dei casi, fragilità. E in fondo pure se sia giusto farlo. Si tratti di una scaletta qualsiasi o di una scalinata settecentesca dall’inestimabile valore storico-artistico (già restaurata appena dieci anni or sono, peraltro),

Questione referendaria e volontà popolare
La deresponsabilizzazione delle élite
, September 19, 2016

Ormai mi capita di rado di ritagliare e conservare fisicamente un articolo di giornale: di solito tengo quelli più interessanti in un archivio del computer. Ma non ho resistito a quella vecchia abitudine per un articolo di Sergio Fabbrini sul «Il Sole - 24 Ore» dell’11 settembre scorso: Le élite del No e il futuro dell’Italia. Il ragionamento di Fabbrini non fa una grinza. Parte ricordando ciò che dovrebbe essere ovvio, ma non lo è: che un referendum su questioni politiche complesse (come l’adesione all’Unione Europea o la riforma costituzionale) «non è lo strumento per far emergere il volere del popolo, inteso come un’entità unitaria, distinta dalle élite politiche. Al contrario, il referendum si è dimostrato regolarmente lo strumento per avviare un regolamento dei conti all’interno delle élite stesse». Dopo aver addotto numerosi esempi a sostegno di quanto ha affermato – tutti tratti dalla recente esperienza europea – ne fa seguire la recisa conclusione: «la politica è sempre uno scontro tra élite, mai tra élite e popolo». Questo vale sia per le élite dei partiti tradizionali, sia per quelle di recente formazione, per imprenditori politici che percepiscono un distacco tra élite tradizionali e opinione pubblica e lo dirigono verso soluzioni radicali e quasi sempre illusorie: i movimenti cui è attribuita l’etichetta elusiva di «populisti». E Fabbrini, da questo incipit, fa seguire diverse conclusioni, di cui vorrei qui segnalare la principale.

A proposito del bello nascosto e delle sue opportunità in un Paese incapace di investire su se stesso
Dalla bellezza alla messa in sicurezza
, September 12, 2016

San Severino di Centola è un piccolo borgo che domina la Gola del Diavolo, la stretta valle tra il monte Bulgaria e il Monte Fontanelle in cui scorre il fiume Mingardo. Seguendo la strada che costeggia il corso d’acqua, si raggiunge uno dei tratti di costa più noti del Cilento, tra Palinuro e Marina di Camerota.

La mattina di un giorno della settimana di Ferragosto mi trovavo nel bar di San Severino, un paese di meno di cinquecento abitanti, per cercare di sottrarmi per qualche ora al trambusto del litorale e per visitare uno dei più suggestivi borghetti del parco naturale del Cilento. San Severino è infatti un piccolo paese con una lunga storia, che affonda le proprie radici nella nebbia di un lontano passato normanno, e forse longobardo, non privo di un tocco di esotismo per via dell’insediamento in zona di mercenari bulgari al servizio di un principe chiamato Aztek (almeno se si deve prestar fede alle cronache di Paolo Diacono).

Di tutto questo oggi non rimane granché, ma la parte più antica è sicuramente degna di una visita per la presenza di alcuni edifici, e per la singolare circostanza di essere diventato negli ultimi decenni un «paese fantasma». Le frane ricorrenti hanno spinto la popolazione, specie dopo l’apertura di una stazione ferroviaria poco distante, ad abbandonare la cima su cui era arroccato il vecchio borgo, per trasferirsi in abitazioni più recenti – meno belle ma più sicure – costruite a valle.