Rivista il mulino

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la nota
Equità ed efficienza
, December 31, 2012

A qualche giorno dalla sua diffusione, il documento programmatico che ormai tutti si sono rassegnati a chiamare «agenda Monti» non ha suscitato un entusiasmo paragonabile all’attesa che c’era nelle settimane precedenti. La pagina, creata appositamente su internet, ha un traffico tutto sommato modesto, di gran lunga inferiore ad altri siti del genere, o a quelli di alcune riviste o gruppi di discussione che si occupano di politica. In parte, la spiegazione di questa freddezza si potrebbe trovare, forse, nello stile del documento: una serie di proposte generali, alcune delle quali largamente condivisibili, che non sono tenute insieme da una visione politica complessiva, da una chiara idea sul futuro del Paese. Probabilmente, la prima iniziativa del Monti politico subisce anche le conseguenze del modo in cui il presidente del Consiglio dimissionario ha presentato il proprio profilo nel corso dell’anno che si conclude oggi. L’aver sottolineato continuamente il proprio essere altro rispetto ai partiti, da cui però dipendeva per l’approvazione dei provvedimenti in Parlamento, l’uso frequente di metafore – «la medicina è amara, ma serve per curare il Paese» – studiate per suggerire un agire dettato dalla necessità e da un sapere scientifico, e non da riconoscibili opzioni di principio, non era fatto per far presa sull’immaginario del pubblico.

In fin dei conti, un malato non sceglie come leader il proprio medico. Semmai lo ascolta, ne accetta i consigli, ne rispetta le prescrizioni con diligenza e un pizzico di rassegnazione, ma tutto ciò avviene in vista di uno scopo preciso: la guarigione. Conseguita la quale, non vede l’ora di riprendere a vivere serenamente lasciandosi alle spalle il medico e il ricordo del malanno. Per trasformarsi da medico al capezzale del malato a leader politico Monti avrebbe bisogno di qualcosa di più evocativo e motivante di un’agenda,

Incertezze italiane
, December 24, 2012

Nella situazione incerta che vive l’Italia in questa fine d’anno, c’è tuttavia una certezza: l’anno prossimo sarà quello di una nuova e forse profonda ricomposizione politica. Sono almeno tre le grandi novità che si prefigurano attualmente e che dovranno essere confermate.

Da una parte, l’indebolimento e la destabilizzazione dei partiti politici si accentuano. La Lega Nord cerca di uscire dalla sua crisi appoggiandosi a Roberto Maroni. Il Pdl è sul punto di scoppiare e il suo fondatore si ingegna in tutti i modi per rilanciarsi. Il centro tenta di mettersi in assetto da battaglia, ma è minato da profonde rivalità personali, che rischiano di esacerbarsi dopo la decisione di Mario Monti di non entrare direttamente in politica. Le formazioni del centrosinistra e della sinistra sembrano, per il momento, un po’ più solide, ma nulla assicura che non conosceranno profonde scosse durante, e soprattutto dopo, la campagna elettorale. Antonio Di Pietro non controlla più l’Italia dei valori e il Movimento Cinque Stelle, che pretendeva di incarnare il nuovo, si rivela gestito con vecchi metodi stalinisti.

D’altra parte, il sistema delle alleanze esplode. Nel 2008, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi avevano cercato di forgiare un bipartitismo. Ma si era ben presto rivelato infattibile e si era trasformato in una sorta di quadriglia bipolare con, da un lato, il Pd affiancato da l’Idv e, dall’altro, il Pdl associato alla Lega Nord: oggi, questo dispositivo implode e si frammenta al punto che l’Italia entra in una fase elettorale senza sapere, per il momento, quali saranno gli accordi tra i partiti.

Mario Monti e il dopo Monti
, December 17, 2012

Come tutti coloro che accedono ai piani alti della politica, e massimamente quando entrano nelle stanze del potere, anche il professor Mario Monti sembra essere tentato dal dismettere i panni del “tecnico” per calarsi in quelli del politico tout court. Vedremo tra pochi giorni quali saranno le sue intenzioni. Nel frattempo è chiaro che ogni sua decisione, in senso o nell’altro, influirà in maniera determinante sulle dinamiche elettorali e del sistema partitico.

Il primo effetto di una partecipazione diretta, con una propria lista (operazione peraltro tecnicamente difficile nei tempi ristretti di questa campagna elettorale per via della raccolta firme, formazione delle liste, organizzazione e promozione delle iniziative ecc.), sarebbe quello di frammentare ulteriormente il panorama del centro e forse anche della destra. Una lista autonoma guidata  da Monti in prima persona avrebbe al suo fianco una lista “Terzo Polo” e alla sua destra il PdL, la Lega e probabilmente gli ex-An, oltre a qualche altro cespuglio. Il centro e la destra sono, tutti i partiti  compresi, elettoralmente equivalenti al blocco di sinistra classica Pd-Sel-Socialisti. Ma non sono coalizzabili gli uni con gli altri ( a parte Terzo polo e lista Monti, ovviamente). La Lega non vuole sentire parlare del professore e lo stesso vale all’interno di buona parte del PdL, tant’è che non solo gli ex-An sono pronti a partire ma anche altre anime inquiete si muovono verso una direzione autonoma (Crosetto e Meloni). L’ostilità a Monti alberga tra l’elettorato pidiellino più ancora che tra la classe dirigente. Dopo aver nutrito per lustri i propri elettori di umori anti-europei, anti-establishment e anti-tasse ora è difficile farli convergere verso chi rappresenta l’antitesi di tutto ciò. Spezzoni del ceto dirigente pidielino possono sì cercare riparo sotto l’ombrello montiano ma non ciò porterà loro molti consensi. E se c’è chi immagina una qualche forma di intesa tra Berlusconi e Monti vuol dire che è rimasto prigioniero del castello incantato di Arcore. La frammentazione del centro e della destra consente quindi all’alleanza progressista un vantaggio strategico. 

Scola di laicità
, December 10, 2012

Dice Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che lo stato laico minaccia la libertà religiosa. Non lo afferma in modo così crudo e netto, ma all’interno di un complesso Discorso alla città pronunciato il 6 dicembre scorso nella basilica milanese di Sant’Ambrogio. Diciassette secoli fa, sostiene, l’editto di Costantino ha segnato l’initium libertatis dell’uomo moderno, e in particolare l’atto di nascita della libertà religiosa.

Già qui è lecito dissentire. A quel lontano febbraio del 313, e al riconoscimento «a chicchessia» della «libera volontà di aderire vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ognuno reputi la più adatta a se stesso», hanno velocemente tenuto dietro provvedimenti sempre più persecutori nei confronti di chi aderisse alla religione cosiddetta pagana. Nel 341-342 furono banditi i sacrifici. Nel 346 furono chiusi tutti i templi, e fu comminata la pena di morte a chi avesse compiuto sacrifici. Nel 353-358 la pena di morte fu anche prevista per chi adorasse le statue degli dèi. Nel 381-385 si tornarono a proibire i sacrifici, e ci si aggiunse anche la divinazione. E soprattutto, con l’editto di Tessalonica del 380, gli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II misero al bando tutte le professioni di fede che contrastassero con il credo niceno. «Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge», proclamano. E poi: «Gli altri li consideriamo persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici […] costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste». 

Ripartire da Taranto
, December 3, 2012

Quella dell’Ilva di Taranto è una storia italiana. Ha tanti degli ingredienti che ritroviamo nello sviluppo del nostro Paese, nel bene e nel male. Ma è anche una cartina al tornasole: per verificare se e quanto avremo la capacità di disegnare, un po’ alla volta, uno sviluppo diverso.

L’Ilva è un pezzo importante del nostro sistema manifatturiero. Ha una dimensione rilevantissima sull’economia locale, ma anche un ruolo decisivo a scala nazionale: per le forniture alle industrie a valle, per il saldo della nostra bilancia commerciale. È frutto della storia, per molti versi positiva, della nostra grande rincorsa industriale: dal Piano Sinigaglia alla siderurgia pubblica, al grande costante aumento della produzione negli anni del boom fino alla storica decisione di creare il Quarto Centro Siderurgico a Taranto e poi di raddoppiarlo. Nonostante tutte le difficoltà del quadro internazionale (fra nuovi produttori e nuovi materiali) e la crisi irreversibile dell’impresa pubblica, uno stabilimento che è rimasto competitivo, efficiente.

Allo stesso tempo, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’Ilva ha un impatto devastante sull’ambiente, moltiplicato dalle enormi dimensioni dello stabilimento. Ha condizionato negativamente tutta l’area di Taranto, con un inquinamento persistente e rilevante. Ha avuto effetti drammatici sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.