Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Che tipo di presidente della Repubblica serve all’Italia?
Autorevole, innanzitutto
, April 15, 2013

Che tipo di presidente della Repubblica serve all’Italia? In primo luogo un presidente che sia un custode e un garante della Costituzione, vale a dire che difenda le istituzioni da forzature populiste e demagogiche. Finora il clima sociale non si è praticamente mai increspato, segnando una bonaccia quasi costante, e quindi il sistema non è stato sottoposto a tensioni forti. Ma non è detto che, perdurando la crisi, anche questo stato di quiete perduri; e il nostro Paese ha una triste tradizione di violenza politica e sociale. È vero che non ci sono più né le ideologie millenaristiche né i fautori dell’ordine e della gerarchia, ma l’esasperazione nei confronti dei partiti e delle stesse istituzioni (ma anche delle banche, addirittura più invise dei partiti detto en passant: dati Swg aprile 2013) può portare a esplosioni incontrollate. Fin qui il ribollire di ansie e frustrazioni si è soprattutto riversato nel Movimento 5 Stelle, travolto da un successo imprevisto e di difficile gestione. Per il futuro non sappiamo. Quindi, un presidente che abbia la propria bussola ideale nella Costituzione assicura una gestione ferma e sicura di fronte a possibili – e anch’essi imprevedibili – scenari di crisi sociale e, inevitabilmente, politica.

In secondo luogo serve un presidente che abbia un riconoscimento internazionale.

Senza governo
, April 8, 2013

Nelle confuse discussioni degli ultimi giorni, è emersa una singolare opinione secondo cui, per l’Italia, avere un governo in questo momento non sarebbe poi così importante. Basterebbe far funzionare il Parlamento, mantenendo in carica l’esecutivo Monti per l’ordinaria amministrazione. È un’opinione non condivisibile per diversi motivi.

Il primo, e più importante, è che l’Italia ha bisogno di partecipare con un governo con pieni poteri al policy-making europeo. L’Europa sta scherzando col fuoco: la sua complessiva impostazione di politica economica è ancora dominata dal partito estremista del rigore di bilancio, secondo il quale l’unica cosa importante sono i saldi di finanza pubblica degli Stati membri. Ma con questo fuoco rischiamo di bruciarci noi, insieme agli altri Paesi del Sud. Questa politica economica produce effetti asimmetrici, e rischia di rendere permanente la depressione economica in molti Paesi, fra cui il nostro. Con conseguenze difficili da immaginare, ma che possono portare, all’estremo, fino alla disintegrazione dell’euro o oltre ancora. Una simile politica, per quanto possibile, va contrastata. Con maggiore flessibilità, soprattutto relativa ai tempi, nel fissare gli obiettivi di finanza pubblica, lasciando qualche margine maggiore a politiche espansive. Con una maggiore capacità di guardare al lungo periodo, cercando spazi per sottrarre almeno alcune categorie di investimenti pubblici, quelli che servono alla competitività dell’economia europea, dai vincoli più stringenti.

Alfabetizzazione e politica
, April 2, 2013

Nei giorni scorsi un articolo di Simonetta Fiori ha messo di nuovo in luce un fenomeno che meriterebbe più attenzione. Tra i Paesi avanzati l’Italia mostra livelli di alfabetizzazione degli adulti molto bassi. Questo significa che, nonostante gli indubbi progressi raggiunti dalla scolarizzazione, le capacità essenziali di lettura e comprensione, scrittura e calcolo sono del tutto insoddisfacenti. Solo il 20% circa degli adulti italiani possiede tali capacità, secondo i dati forniti dalle indagini comparate dell’Ocse. Proprio su questo fenomeno aveva già lanciato un grido di allarme, pochi mesi fa, Tullio De Mauro dalle colonne del «Mulino» (n. 6, 2012). Vale la pena tornarci in questo momento, nel quale il Paese attraversa una delle crisi politiche più gravi della sua storia, ponendoci una domanda: può esserci un nesso tra bassi livelli di alfabetizzazione sostanziale e politica? 

Naturalmente, è bene mettere subito le mani avanti. Non c’è da aspettarsi alcun rapporto semplice e diretto tra i due fenomeni. Sarebbe ingenuo e fuorviante ipotizzare semplicemente che bassi standard culturali di base siano la causa principale della cattiva qualità della politica. In questo campo le cose sono molto più complicate.

Alla ricerca di un capo dello Stato in cui i cittadini possano trovare ancora imparzialità e autorevolezza
Un padre ri-costituente
, March 25, 2013

“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia, mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia”. Così l’articolo 94 della Costituzione ribadisce il particolarissimo bicameralismo italiano, nato a in un Paese ancora profondamente devastato dalla guerra, con un’Assemblea costituente dominata dall’esigenza di un garantismo fortissimo. Come disse Giuseppe Dossetti nell’intervista che rilasciò a Leopoldo Elia e Pietro Scoppola nel 1984, “il bicameralismo, un garantismo eccessivo, perché ancora si era sotto l’ossessione del passaggio alla maggioranza del Partito comunista” (A colloquio con Dossetti e Lazzati, 2003, p. 63). Un bicameralismo che, secondo molti osservatori, porta con sé i germi di quell’ingovernabilità sancita, proprio in questi giorni e forse irrimediabilmente, dalla legge elettorale fortemente voluta dal governo Berlusconi III e dall’allora ministro Calderoli (che, per inciso, è lo stesso appena nominato vicepresidente del Senato). Era il 1o novembre 2006, quando Giovanni Sartori discuteva del “Porcellum” da eliminare: ma sei anni non sono bastati per porvi rimedio. Con in particolare l’ultimo periodo, quello intercorso tra l’avvio del governo di Mario Monti (novembre 2011) e le sue dimissioni (dicembre 2012), gettato alle ortiche.

L’assurda, seppure tecnicamente del tutto comprensibile, impasse in cui si trova il nostro sistema politico-istituzionale appare dunque largamente dovuta a questa infelice sovrapposizione, tra una Costituzione che tanto enfaticamente (e con una retorica a volte insopportabile) amiamo definire “la più bella del mondo”; e le modifiche apportate nel 2005 alla legge che definisce i criteri di attribuzione dei seggi nelle due Camere.

Con un equilibrio tra le forze presenti in Parlamento, in Senato specificamente, che sembra rendere impraticabile la fiducia a qualsivoglia governo politico, l’attenzione è ora vivissima sulla figura del capo dello Stato. Proviamo a riepilogare.

La contraddizione di un non-partito
Sporcarsi le mani
, March 18, 2013

Come la Lepre marzolina di Alice nel paese delle meraviglie festeggiava, insieme al Cappellaio Matto e al Ghiro, il non-compleanno che dura 364 giorni all’anno invece di uno solo, Beppe Grillo e i suoi seguaci hanno deciso di portare in Parlamento un non-partito con la comodità di realizzare il sogno di un movimento extra-parlamentare incardinato nell’antiquato Parlamento italiano. Buon non-compleanno! Buon non-partito!

È estremamente istruttivo osservare come in molti abbiano ribaltato il loro atteggiamento verso il M5S dall’oggi al domani, ossia dal giorno prima delle elezioni al giorno dopo, quando è risultato chiaro che il non-partito di Grillo aveva stravinto le elezioni segnando una svolta radicale nella politica italiana, sconvolgendo le basi sociali e i radicamenti territoriali dei partiti, sempre più delegittimati e sfiduciati dai cittadini italiani. Il non-partito a 5 stelle, si è osservato sulla base di recenti sondaggi, si presenta infatti come formato da operai (ma non era quella una volta la base della sinistra?) e da lavoratori autonomi (ma non era questa la base del centrodestra?).