Rivista il mulino

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la nota
Le riforme del presidente
, May 20, 2013

Che la Convenzione per le riforme sia naufragata ancor prima di essere varata è forse una buona notizia. Aver accantonato un organo posto al di fuori delle stanze dei bottoni equivale ad aver scartato uno strumento (o qualcosa, nella sostanza, di molto simile) che in passato non ha mai funzionato, quando si pensava che ricorrendo a commissioni speciali (come la commissione Bozzi del 1984) o bicamerali (la “De Mita-Iotti” o la “D'Alema” del 1997) si sarebbe potuto fare quello che i leader delle forze politiche egemoni non hanno mai voluto fare: aggiornare la Costituzione nelle pagine lasciate volutamente aperte dalla Costituente (bicameralismo paritario, governo come comitato esecutivo della maggioranza, regioni deboli).

Una buona notizia, sì, ma non per tutti allo stesso modo (come nel caso di Stefano Rodotà, contrario alla Convenzione perché, come altri, sostanzialmente contrario a modificare comunque la Costituzione). Una buona notizia perché ci si potrebbe illudere che, dopo oltre quarant’anni di discussioni sterili, forse è arrivato il momento di fare sul serio; specie dopo il severo monito del presidente Napolitano, nell’alto discorso reso in occasione del suo secondo mandato.

L'Aquila, specchio del Paese
, May 13, 2013

Circondati da cifre e percentuali di ogni tipo, che ci raccontano lo stato in cui versa il nostro Paese, non dovremmo avere più bisogno d’altro per afferrarne il degrado e per comprendere la perdurante incapacità del nostro ceto politico di fare fronte comune nel contrastarlo. Complice la crisi economica che va ben al di là dei confini nazionali, sono soprattutto i numeri di questa stessa crisi, e delle sue conseguenze, ad essere messi in primo piano nei tanti rapporti periodici con cui istituti di ricerca italiani ed europei illustrano con impietosa regolarità lo stato dell’arte. Eppure, anche chi per mestiere è costretto a fare lettura regolare di questi veri e propri bollettini di guerra non può comprendere sino in fondo che cosa sia davvero il degrado civile e politico dell’Italia contemporanea, se non visita l’Aquila.

A quattro anni dal terremoto che la devastò nell’aprile 2009, la città appare oggi come la metafora di un declino che, poco alla volta, sta erodendo le basi stesse del vivere in comunità; così come della grave insufficienza che da anni segna la politica nel proporre soluzioni e rimedi di medio e lungo periodo. Al di là dell’emergenza, che molto spesso siamo bravissimi a gestire, ciò che resta è uno stato di abbandono e di insufficienza cronica.

La città è deserta. Ancora pattugliata da camionette dell’esercito, che nulla o quasi possono fare nei confronti degli episodi di sciacallaggio che continuano periodicamente. C’è un silenzio rotto soltanto da qualche demolizione (in verità rare, rispetto allo stato di molte costruzioni di nessun valore e che non sarà più possibile recuperare in alcun modo). I cantieri attivi sono pochi. Molti quelli partiti ma poi fermati per mancanza di fondi. Il teatro comunale, ad esempio, è stato riportato in vita grazie al lavoro dei suoi responsabili istituzionali, che hanno saputo mettere a frutto in maniera diretta e concreta i soldi subito raccolti con la solidarietà degli sms e della televisione. Ma la gara per l’appalto più grande, che dovrebbe finalmente far ripartire i lavori per ripristinarne il corpo principale, è ancora al palo. 

Il giusto compromesso
, May 6, 2013

Nella sua autobiografia, John Stuart Mill si sofferma diverse volte sulla propria esperienza politica, dapprima come amministratore e poi quale membro del Parlamento. In uno di questi passaggi, scrive che l’aver acquisito familiarità con le difficoltà che si incontrano nell’ottenere il consenso, e nel motivare grandi numeri di persone, lo ha portato a confrontarsi con “le necessità del compromesso, l’arte di sacrificare il non essenziale per preservare l’essenziale”.

Queste pagine di Mill sono di particolare interesse per noi, in un momento in cui proprio la necessità di un compromesso tra forze politiche che fino a ieri si sono combattute aspramente e che ancora oggi, pur avendo dato vita a un governo di coalizione, diffidano l’una dell’altra, è oggetto di controversia. Non sono poche le persone di entrambi gli schieramenti che vedono nell'accordo che ha portato alla nascita del governo presieduto da Enrico Letta il segno del tradimento. Che lo accettano a fatica, convinte come sono che esso sia figlio di una mancanza di rispetto nei confronti degli impegni presi con gli elettori.

Mi sembra particolarmente appropriato, in questo contesto, non eludere il problema posto da questi sentimenti.

Il laboratorio italiano
, April 29, 2013

La crisi politica italiana aperta dalle elezioni del 24 e 25 febbraio scorsi può essere analizzata sotto il profilo di criteri nazionali che in questo caso sono numerosi e costituiscono innegabilmente una specificità.

Innanzitutto, è aumentata l’astensione. I tre partiti di governo, Pd, Pdl e Udc, hanno perso 11 milioni di elettori rispetto al 2008. L’Udc è scomparso, il Pd è sull’orlo dell’implosione e il Pdl è tenuto insieme solo grazie al suo leader; mentre il Movimento 5 Stelle è diventato il primo partito italiano, con il 25,5% di voti alla Camera. La quadriglia bipolare che sembrava organizzata dal 2008 attorno al Pdl e al Pd, affiancati dalla Lega Nord e dall’Italia dei Valori, è così rimessa in causa. Oggi emerge un trittico squilibrato, con un bipolarismo eroso e un movimento che rifiuta la forma partito. Il meccanismo diabolico della legge elettorale ha provocato una situazione inestricabile di ingovernabilità. Perciò, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nuovamente eletto, ha ripreso in mano le carte per tentare di superare questa impasse. Ha sondato la disponibilità di Enrico Letta a formare un governo e ha chiaramente indicato un piano d’azione: un esecutivo di larghe intese che abbia l’incarico di riformare la legge elettorale

Lo schermo dell'obbedienza
, April 22, 2013

In giro per l’Italia, da Nord a Sud, le scuole materne si stanno riempiendo di telecamere. Ora si tratta di impianti a circuito chiuso, ora di webcam, ma sempre lo scopo è permettere ai genitori di controllare quel che accade ai propri figli. Li spiino dall’interno della scuola, rimanendo nascosti nella stanza accanto, o li scrutino sullo schermo di un computer, le mamme e i papà si sentono più tranquilli. I tempi sono grami, sostiene qualcuno di loro, e gli abusi sui minori sono all’ordine del giorno; naturalmente, in questo caso, l’occhio elettronico è orientato più sugli educatori che sui bambini. Altri invece immaginano di stare così vicino ai figli, e di seguirli anche da casa o dal posto di lavoro.

C’è chi di tutto questo si dispiace e si indigna. I primi a farlo, a buon diritto, sono ovviamente gli educatori, su cui grava un pregiudizio infame. Poi c’è chi paventa l’effetto dell’occhio elettronico sul rapporto educativo: che cosa potrà restare della sua spontaneità e della sua dolcezza, esposto com’è a una continua intrusione mediatica? Per altri ancora il senso di autonomia dei bambini rischia d’essere compromesso dal peso di un controllo angosciato e angosciante. E i più pessimisti si preoccupano che tale ossessione “onnivisiva” finisca per estendersi, passando dagli asili alle scuole e ai posti di lavoro.