Rivista il mulino

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la nota
Senza un «disarmo» bilaterale che rinunci agli strumenti della propaganda più becera, la politica non può ripartire
Un’altra politica
, November 14, 2016

L’inaspettata vittoria di Trump ha ringalluzzito tutti quelli che scommettono che in politica l’unica lingua disponibile per vincere sia il populismo (e più becero è meglio è). In verità non occorreva aspettare l’8 novembre per cogliere il trend. In Italia sarebbe stato sufficiente guardarsi qualche talk show nei dibattiti sul referendum (ma anche prima), mentre in giro per l’Europa certo non mancavano le conferme di come si puntasse sempre più a parlare il linguaggio della cosiddetta «pancia» della gente.

L’uso di argomenti «da comizio», come si diceva una volta, è antico. Né il Pci né la Dc hanno mai fatto propaganda per consolidare la rispettiva presa con analisi degli scritti giovanili di Marx o con disamine del rapporto fra teologia tomista e teologia agostiniana. La differenza con oggi è che allora un po’ ci si vergognava degli argomenti da comizio e quando ci si confrontava fra membri delle classi dirigenti si cercava di tenere un tono più alto, di mostrare reciprocamente la propria capacità di fare analisi di livello. Senza mitizzare il passato, ma il trend era in parte questo.

Quando tutto ciò è diventato «mondo di ieri»? Se leggiamo il libro recente di Ernesto Galli Della Loggia, Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica, per certi versi sembra che tutto questo sia da far risalire alla diatriba per l’egemonia culturale iniziata in senso forte già nel 1948 e poi continuata; per altri versi sembra che il punto di svolta si collochi fra il 1968 con le rivolte giovanili e l’inizio degli anni Ottanta con la creazione del «mostro» Craxi (in senso etimologico: «mostro» come fenomeno che si impone per difficoltà di comprenderlo) a cui poi è succeduto il «mostro» Berlusconi.

Una critica argomentata alla proposta di congedo obbligatorio dal lavoro per i neo-padri
Meno diseguali e con più figli
, November 7, 2016

In occasione di un recente convegno milanese sulla condizione della donna nel mondo del lavoro il presidente dell’Inps Tito Boeri, commentando le cifre preoccupanti sulla disoccupazione che in Italia colpisce le donne con figli, ha avallato la proposta – già caldeggiata da tempo da più parti – di istituire un congedo di paternità obbligatorio di quindici giorni. Le ragioni per cui secondo Boeri il congedo obbligatorio aiuterebbe l’occupazione femminile sono due: da una parte l’esigenza di spezzare il circolo vizioso per cui gli uomini si trovano ad avere «maggior potere contrattuale nello stabilire chi deve lavorare e chi deve stare con i figli»; dall’altra il fatto che «i datori di lavoro considerano le donne con figli come un costo» e quindi tendono a discriminarle. A fronte dell’esigenza di dare una scossa allo status quo, Boeri ritiene che si possa fare ricorso anche a mezzi coercitivi per obbligare i padri a servirsi del congedo, infliggendo sanzioni ai recalcitranti. La notizia è subito rimbalzata sui media e sulle prime pagine di alcuni quotidiani, incontrando generale consenso e approvazione.

Qualche perplessità è stata espressa da Emma Bonino, che teme un’ingerenza indebita dello stato nella vita familiare. In realtà, si tratta di una preoccupazione infondata. Il congedo obbligatorio non conferisce allo Stato il potere di entrare nelle case degli italiani per controllare il loro ménage domestico; obbliga semplicemente gli uomini a non andare al lavoro per quindici giorni.

Conoscere per non odiare
, October 31, 2016

Il rifiuto da parte di alcuni abitanti di un paesino del ferrarese di accogliere un gruppo di giovani donne scappate dalla guerra e dalla follia omicida di Boko Aram suggerisce alcune considerazioni, in aggiunta a quelle espresse da Bruno Simili nella sua triste «cartolina dall’Italia». Non si tratta infatti di un caso isolato, anche se la sproporzione tra la reazione degli abitanti e la «pericolosità» di uno sparuto drappello di profughe ha destato scalpore.

Si potrebbe incolpare di questo e di altri episodi simili gruppi ed esponenti della destra becera che tendono ad assecondare nell’opinione pubblica ciò che Luigi Ferrajoli ha definito a suo tempo «il riflesso classista e razzista della equiparazione dei poveri, dei neri e degli immigrati ai delinquenti». E, del resto, le ragazze respinte sommavano tutti e tre questi elementi di stigmatizzazione. Ma ciò sarebbe troppo facile. Le barricate di Gorino si inseriscono piuttosto in un’onda lunga, della quale hanno fatto parte anche provvedimenti che hanno goduto di un ampio consenso politico, tendenti a perseguitare i soggetti in forza della loro identità o condizione (ad esempio trovarsi in uno stato di clandestinità o non avere una dimora stabile) e non per aver commesso un reato, nonché politiche di attivazione animate dalle migliori intenzioni tendenti alla infantilizzazione dei soggetti beneficiari, come è avvenuto nel caso dei

Il diffondersi della «gig economy» nelle società digitali
Si torna al cottimo?
, October 24, 2016

È ormai qualche tempo che si discute di come la nuova rivoluzione tecnologica abbia cambiato e stia cambiando radicalmente e profondamente le nostre vite e il nostro modo di lavorare, di trascorrere il tempo libero, di tenere le nostre relazioni sociali. Il progresso tecnologico ha certamente prodotto una società più ricca e avanzata, ma allo stesso tempo sta riorganizzando continuamente le possibilità di redistribuzione e i nuovi assetti tra «vincitori e perdenti», tra inclusi ed esclusi, favorendo principalmente quelli con il più alto livello di istruzione e formazione, con competenze gestionali, legate alla finanza e ai sistemi informatizzati e tecnologici.

Oggi con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale disponiamo delle cosiddette smart machines, macchine intelligenti che risolvono problemi meglio della maggior parte degli esseri umani: battono a scacchi i campioni, producono diagnosi mediche corrette, sostituiscono i guidatori. Nella digital economy le nuove tecnologie consentono la nascita di piattaforme dove domanda e offerta si incontrano riducendo drasticamente le intermediazioni e facendo scomparire figure professionali considerate ormai obsolete. Si diffonde quella che gergalmente viene definita la «gig economy» (dall’inglese lavoretto, compito o lavoro temporaneo e occasionale), ovvero un insieme di relazioni economiche dove le prestazioni lavorative continuative tendono a diminuire e dove

Presidenziali Usa 2016: il «central drama» dell’identità e il nemico in casa
Sesso (tanto), droga (pure) e poco rock’n’roll
, October 17, 2016

«Sex&Drugs&Rock’n Roll», cantavano Ian Dury and the Blockheads nell’ormai lontanissimo 1977. Eppure, dopo l’ennesima esternazione di Donald Trump – secondo la quale Hillary Clinton avrebbe vinto il secondo dibattito televisivo perché «dopata» – questo sembra essere il leitmotiv delle ultime, estenuanti, settimane di campagna elettorale. Ormai tutti non vedono l’ora che finisca anche perché dopo tanto «sesso», parecchia «droga» (non quella a cui si riferisce Trump, ma il «doping mediatico» che ha infarcito il dibattito politico sin dalle primarie) e poco rock’n’roll, non si capisce cosa altro potrebbe succedere da qui all’8 novembre. Sul «New York Times», l’autorevole Thomas Friedman ha proposto di vendere i biglietti per godersi lo spettacolo: li acquisterebbero da tutto il mondo e con il ricavato si potrebbe riportare il bilancio in attivo! La «London Review of Books», invece, ha fatto un elenco, infinito, di persone che non voteranno Trump: donne, africani-americani, messicani-americani, le persone riservate, i veterani del Vietnam, i pacifisti e così via. L’ironia è l’unica cosa che può salvare gli americani e il resto del mondo dallo spettacolo piuttosto desolante di una politica sul punto di implodere. Non solo i repubblicani sono ormai preda di una crisi di nervi, ma i democratici sono consapevole,