Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Memoria corta, e altre vergogne
, October 21, 2013

Salvatore, Yara, Joseph, Amud, Kitty e Karim se ne stanno protetti e accuditi a Menfi, in una villetta che i giornali  e le televisioni amano chiamare l'orfanotrofio del mare. L'11 ottobre Salvatore, Yara, Joseph, Amud, Kitty e Karim erano a bordo del barcone su cui prima avevano sparato a mitraglia le motovedette libiche, e che poi s'era rovesciato. Ora appunto sono qui, nella Valle del Belice, al sicuro. Non si sa chi siano, né da dove vengano. Anche i nomi sono incerti o di fantasia. In ogni caso, sfogliando le pagine dei giornali o passando da un tg all'altro, è facile commuoversi per loro, e anche per chi li protegge e li accudisce. Quasi ci pare che questo misero Paese, il nostro, oggi abbia la coscienza più leggera. Fin qui la buona, l'ottima notizia. Appena un po' più in là – un po' più in là dell'orfanotrofio del mare e dalla commozione mediatica – resta l'indecente realtà, insieme con una propensione anche più indecente a dimenticare.

Un paio di settimane fa, i nostri senatori hanno tentato in maggioranza di cancellare la vergogna della legge Bossi-Fini, o almeno di quella sua parte che della povertà, della paura e della disperazione ha fatto un reato. Lo hanno tentato in gran fretta, per la vergogna, appunto. Ma vergognoso è che una minoranza consistente si sia opposta. E vergognoso è che il capo del Movimento cinque stelle abbia sconfessato i suoi, che quel tentativo hanno sostenuto. Se nel programma elettorale avessimo proposto di abolire il reato di clandestinità, ha tuonato, la percentuale dei nostri voti sarebbe stata da prefisso telefonico. Una vergogna, appunto. Ma è ancora più vergognoso il fatto che proprio così sarebbe accaduto.

Il nostro è un Paese in cui paura e odio sono stati diffusi, allevati, coccolati per più di vent'anni. Hanno cominciato i leghisti, che degli immigrati dal nostro Sud hanno fatto il capro espiatorio capace di farli arrivare a Roma, e che poi – dal momento che anche i terroni votano – li hanno sostituiti via via con albanesi, maghrebini, rumeni, rom... La loro strategia funzionava. Funzionava a tal punto, da diventare il cuore del marketing elettorale (per usare un'espressione di cui ci si dovrebbe vergognare, ma di cui nessuno sembra vergognarsi). Convinti dai risultati, oltre che sorretti da una vocazione genetica, come i leghisti hanno presto fatto gli altri partiti di destra. E una gran parte del centrosinistra li ha seguiti a ruota, magari non accanendosi come loro contro gli stranieri, ma certo evitando di difendere le ragioni della loro (e nostra) dignità. Lo ha fatto per ignavia e insipienza politica, e per timore delle percentuali da prefisso telefonico che oggi continuano a spaventare il capo della cosiddetta antipolitica.

Così è andata, fino a ieri. Per più di vent'anni, il solo argomento che abbia spostato voti è stato quello della paura e dell'odio. Di paura e odio s'è nutrito il potere, fino a ieri. E oggi? Oggi sembra che torni a essere così, se la guida suprema del cambiamento può mettere in pratica impunemente la lezione veteroleghista, reato di clandestinità e ius soli compresi. D'altra parte, gli conviene. Gli conviene perché gli Italiani sono (sono diventati?) in gran parte criptorazzisti, se non razzisti.

Di tutto questo ci siamo dimenticati, in un mese d'ottobre zeppo di morti, di "clandestini" morti. In particolare, politici e giornalisti si sono dimenticati di ricordare – perdonate il bisticcio verbale – che ne siamo responsabili noi, più della povertà, della paura, della disperazione. Al di là della commozione, al di là della gratitudine per gli uomini e le donne dell'orfanotrofio del mare, dovremmo farci una domanda dolorosa e onesta: chi ha ucciso, davvero, i padri e le madri di Salvatore, Yara, Joseph, Amud, Kitty e Karim, o comunque si chiamino?

Volenti o nolenti, l’Europa resta il cardine. Peccato che se ne parli sempre troppo poco, salvo poi lagnarsene
Meno vincoli, più ragionevolezza
, October 14, 2013

Negli ultimi mesi le istituzioni europee, fra le quali prevale orami nettamente il ruolo intergovernativo del Consiglio rispetto alla Commissione, hanno completato il quadro delle regole sulla finanza pubblica e la politica economica per gli stati membri. Si è definita nei dettagli una cornice di vincoli, basati sul principio che la solidità dei bilanci pubblici sia il più importante obiettivo da raggiungere, anche se questo obbliga i paesi in difficoltà a politiche restrittive in un periodo di perdurante recessione. Persino il Fondo Monetario ha criticato l’eccesso di austerità a cui sono vincolati i paesi europei; molti economisti, fra cui recentemente Paul De Grauwe, stanno convincentemente argomentando come questo approccio di politica economica stia rendendo la crisi economica più lunga e profonda invece di contribuire a risolverla. Mancano, nel quadro europeo, quei meccanismi che possano consentire ai paesi in difficoltà di riprendere un percorso di crescita, e si sta creando una grave frattura fra il Nord e il Sud dell’Europa: su questi temi mi permetto di rimandare a un mio saggio in uscita sul “Mulino”.

La discussione in Italia su queste fondamentali questioni è bizzarra. Da un lato si diffonde una protesta cieca contro tutto quello che è europeo, e cresce la sfiducia verso l’Unione e le istituzioni comunitarie, come documentato da ultimo da una recentissima rilevazione demoscopica curata da Ilvo Diamanti. 

Lampedusa, Europa
, October 3, 2013

«Italy has, once again, shown that it is ill-prepared for what seems to be a new surge of mixed migration flows. The Government seems to have learnt few, if any, lessons from its experiences in 2011.» Il tragico naufragio di questa mattina a Lampedusa arriva a un giorno soltanto dall'ennesima condanna del Consiglio d’Europa sulle politiche italiane per l’immigrazione.

Non è la prima volta che Strasburgo giudica le politiche dell’Italia in materia «sbagliate o controproducenti». Nell’ultimo Rapporto, approvato all’unanimità dalla Commissione migrazioni, si criticano di nuovo e senza mezzi termini le misure prese in questi ultimi anni dall’Italia per gestire i flussi migratori, e si sottolinea l’incapacità del nostro Paese di «gestire un flusso che è e resterà continuo».

Si criticano i ritorni forzati di immigrati nei loro Paesi di origine, dove spesso rischiano la vita, la gestione dei Cpt. Si critica l’abitudine di dichiarare lo stato d’emergenza per «adottare misure straordinarie al di là dei limiti fissati dalle leggi nazionali e internazionali». Inoltre, si sostiene che «a causa di sistemi di intercettazione e di dissuasione inadeguati», l’Italia si è di fatto trasformata in una calamita per l'immigrazione, in particolare per gli immigrati che cercano una vita migliore. Lo sapevamo da noi, verrebbe da dire, grazie.

Evidentemente la strada sinora seguita dall’Italia non è servita a convincere gli altri Stati membri che la responsabilità per i flussi in arrivo sulle coste italiane debba essere condivisa.

Una frase infelice e un Paese arretrato
Tutti della stessa pasta
, September 30, 2013

Guido Barilla ha pronunciato una frase dalle tonalità certo omofobe, ma più ancora o più semplicemente molto tradizionaliste: “non farò mai uno spot con una famiglia omosessuale”. Nel farlo, non essendo uno stupido, non pensava certo di agitare un vessillo ideologico, ma era convinto più che altro di rivolgersi al suo target pubblicitario, ossia la famiglia italiana tradizionale con i suoi valori e con il suo immaginario condiviso.

Le voci che prontamente si sono levate da parte di suoi concorrenti industriali, con conseguenti aperture alle famiglie gay e lesbiche, hanno l’evidente scopo di occupare uno spazio di nicchia, prezioso, ma poco numeroso, che le parole (e gli spot) di Barilla hanno lasciato scoperto e magari di rosicchiare anche quello di famiglie etero, ma progressiste e critiche verso gli stereotipi dominanti in Italia.

Qui sta il punto che vorrei sottolineare. Gli imprenditori fanno il loro mestiere, vendere il loro prodotto. Ma se si sceglie di fare uno spot anticonformista, con due maschi che si baciano, oppure con immagini scettiche e ironiche rispetto alla religione (come una marca di caffè ha fatto) è perché ci si immagina di venire poi premiati nelle vendite di quel particolare prodotto. Non certo di cambiare il mondo. Il passo falso di Barilla, sul piano commerciale, potrebbe essere stato quello di non considerare che con le sue parole toccava un tasto sensibile; e che all’estero – in Europa ma anche negli Stati Uniti, dove il marchio è molto diffuso – non solo la famiglia ha subìto  trasformazioni strutturali molto più radicali che in Italia (famiglie omosessuali, monogenitoriali, convivenze ecc.), ma la cultura che la riguarda è enormemente più avanzata della nostra. 

Sulle accuse di stampo populista rivolte a Giuliano Amato e la sua nomina a giudice costituzionale
Due parole in difesa di Amato
, September 17, 2013

La mia prima reazione alla nomina di Giuliano Amato a giudice costituzionale è stata: “peccato!” Peccato che un vero uomo di Stato venga sottratto per nove anni – dunque, data la sua età, per sempre – a compiti operativi in una situazione che avrebbe un grande bisogno delle sue competenze. Ma se Giuliano ha accettato la nomina, vuol dire che disperava che compiti siffatti potessero essergli affidati e la Corte è senz’altro un luogo in cui le sue capacità e il suo equilibrio potranno essere utili al Paese. Mi sono bastate le reazioni alla sua nomina da parte delle forze politiche di estrema destra e sinistra (Travaglio di sinistra? Grillo di sinistra?), e soprattutto l’assenza di commenti impegnativi da parte delle grandi forze di centrodestra e centrosinistra, per convincermi che ha fatto bene ad accettare.

Il livore, la volgarità, l’ignoranza che esprimevano alcuni degli articoli che ho letto in questi giorni meritano un commento e bene ha fatto Gian Arturo Ferrari a esprimere la sua indignazione sul «Corriere della Sera»: sono la fotografia di un Paese che dubito possa mai avvicinarsi alle nazioni civili del nostro continente. Ma meritano un commento, al di là del modo in cui sono espresse, soprattutto le accuse che ad Amato vengono rivolte.
Tre, in sostanza, e le enumero in ordine di importanza crescente.

La prima è così ridicola che quasi mi vergogno a riportarla: l’entità dei suoi redditi pensionistici, frutto del numero e dell’importanza delle funzioni che ha svolto nella sua vita. Lascio da parte il fatto che per almeno una di queste, lautamente ricompensata, l’interessato abbia rifiutato l’emolumento corrispondente: per tutte le altre, il compenso e i diritti conseguenti sono stati tutti calcolati secondo la legge e l’obbligo d’imposta regolarmente assolto. La loro somma dà sicuramente luogo a un reddito elevato, ma non così elevato come quello di molti manager e dei migliori professionisti, per non dire di imprenditori e finanzieri quasi ignoti al grande pubblico. Ma ci si rende conto delle competenze e delle capacità di Giuliano Amato?