Rivista il mulino

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la nota
Si fa presto a dire disagio
, December 16, 2013

Alla fine sono arrivati i forconi. È troppo presto per capire se e quali sviluppi assumerà questa protesta; se sarà riassorbita; se tornerà ad emergere in forme nuove. Ma una cosa è chiara già da tempo: il disagio sociale che ne è all’origine è assai profondo, e non scomparirà. L’Italia viaggia in terre incognite: se la speranza è che prevalgano sempre ragionevolezza e moderazione, la preoccupazione che ciò non avvenga è forte. Basata sui fatti.

Siamo in una crisi non solo profonda come intensità, ma anche straordinaria come durata. Conta l’intensità. Ma conta molto anche la durata: anni di difficoltà incidono sui patrimoni delle famiglie, sul tenore di vita, sulle prospettive dei giovani. Se vi sono difficoltà economiche gli italiani possono rinviare l’acquisto di una lavatrice o di un’automobile nuova; ma se la crisi persiste e la lavatrice o l’auto si rompe, ci si trova nell’impossibilità di sostituirla, con un peggioramento netto della qualità della vita. La crisi, poi, non è uguale per tutti: sta creando maggiori disuguaglianze, nuove fratture sociali. Colpiscono i volti delle persone, anche anziane, scese per strada a Torino.

Purtroppo, mancano prospettive positive. Si festeggia la fine del crollo del Pil. Bene; non era ovvio. Ma si festeggia ben sapendo che tutte le previsioni per i prossimi anni sono di crescita modestissima, non in grado di riassorbire la disoccupazione e di restituire potere d’acquisto. Chi può, va: come i giovani più qualificati. Ma questo, se dà sollievo individuale, aggrava la situazione collettiva, ritarda il possibile recupero.

La politica e le istituzioni hanno una credibilità in gran parte compromessa. Riflettiamo un attimo: le durissime ricette di Monti non hanno provocato che modeste proteste: perché erano condotte da uomini abbastanza credibili, vissute come inevitabili, accettate come sacrificio oggi per stare meglio domani. Ma il domani non arriva mai

Una buona notizia
, December 9, 2013

Piaccia o non piaccia, adesso la sinistra ha un nuovo capo. Onore a tutti coloro che ci hanno creduto sin dalla prima ora e a chi, smentendo molte previsioni, ieri è andato ancora una volta (o per la prima volta) a esprimere il proprio voto. La notizia della vittoria di Matteo Renzi con questi numeri, sia in termini di partecipazione sia in termini di preferenze rispetto agli altri due candidati, è una buona notizia per tutti gli uomini di buona volontà politica. Una nuova leadership, forte se non altro grazie a una investitura così decisa, è infatti un fatto positivo in un panorama politico come quello italiano sclerotizzato e schizofrenico. Anche per chi non ha mai creduto nella proposta politica renziana e non si è fidato del nuovismo strillato con rara efficacia.

In attesa di conoscere le analisi di dettaglio sul voto di ieri (sarà interessante capire, ad esempio, quanti hanno votato per la prima volta e quanti invece tra coloro che preferirono Bersani si sono lasciati convincere a rientrare sul sindaco di Firenze), resta il dato di una partecipazione molto ampia (su cui interviene nella sua analisi Luciano Fasano) che, come già era accaduto in passato, dà ossigeno a chi crede prima di tutto alla necessità di porre rimedio alla crisi della rappresentanza politica. Non è certo un caso se, nel suo discorso di ieri sera, come sempre molto americano e ancora troppo povero quanto a contenuti, Matteo Renzi è partito lancia in resta contro il VDay genovese di una settimana fa. “Noi” siamo la politica e con la politica si costruisce. “Noi” da adesso in avanti costruiremo. A nulla serve demolire. Uno schema tanto semplice quanto efficace, almeno quanto quello movimentista

Se l'Europa non piace
, December 2, 2013

Jurgen Habermas ha scritto: «[di] fronte al peso inaudito dei problemi sarebbe da attendersi che i politici, senza se e senza ma, finalmente mettessero le carte europee in tavola e con piglio aggressivo chiarissero alla popolazione il rapporto tra costi a breve termine e utilità vera, dunque l’importanza storica del progetto europeo. Dovrebbero superare la loro paura delle tendenze d’opinione emergenti dalle indagini demoscopiche e confidare nella forza persuasiva dei buoni argomenti. Davanti a un passo del genere tutti i governi interessati arretrano, tutti gli uomini politici per ora si tirano indietro. Molti si affidano invece a un populismo che essi stessi hanno allevato occultando un tema complesso e non amato. Alla soglia che dall’unione economica porta a quella politica dell’Europa, la politica sembra trattenere il fiato e stringere il capo tra le spalle». Due anni dopo la pubblicazione del saggio che contiene queste osservazioni (Zur Verfassung Europas. Ein Essay, Suhrkamp Verlag, 2011), la situazione non è cambiata in modo significativo: i governanti europei appaiono tuttora affetti dalla “cataplessia” diagnosticata da Habermas. Mentre si moltiplicano i segnali preoccupanti – l’ultimo, di queste ore, è la partecipazione di un delegato di Alba Dorata a un convegno promosso da Casa Pound a Roma – non si avverte un cambiamento di passo nell’iniziativa politica per prevenire l’onda dei populismi. Privi di tono muscolare, incapaci di articolare le proprie ragioni, i governanti europei trattengono il fiato stringendo le spalle.

Come si può spiegare questo atteggiamento? Per quel che riguarda il nostro Paese, uno spunto credo si possa trovare nelle memorie di Guido Carli, pubblicate nel 1993, mentre l’opinione pubblica italiana era alle prese con un’altra crisi, quella di Tangentopoli. Parlando delle prospettive della moneta unica europea, Carli osservava che «la teoria economica non dà risposte univoche sugli effetti distributivi di un’unione monetaria su un’area geografica nella quale coesistono economie con strutture diverse, con ordinamenti giuridici lontani tra loro».

Una situazione politica di stallo, senza ancora una nuova legge elettorale e con molte incertezze
Facciamo il punto
, November 25, 2013

Gli scissionisti PdL tengono in piedi un governo con mani legate e intanto la rinata Forza Italia lo massacra di botte. È quasi maramaldesco: neppure un governo forte e coeso sarebbe in grado di reggere per un anno e mezzo in questa crisi godendo del consenso popolare, immaginarsi un Letta-Alfano! La divisione di compiti tra le destre sembrerebbe dunque perfetta per il genio degli scontri bipolari urlati, in presenza di un Pd spaccato tra chi avrebbe voglia di far cadere il governo – certo non solo Renzi – e chi sta dalla parte di Letta e Napolitano: un “repeat” della situazione in cui si era venuto a trovare Veltroni nel 2008, impacciato dal sostegno all’impopolare governo Prodi 2. Ma la storia non si ripete mai, se non come farsa, una farsa tragica nel nostro caso: quali sono le differenze?

La prima è che siamo in una situazione tripolare, e chi si avvantaggerebbe di più da uno scontro urlato sono i 5 Stelle e non Forza Italia: Berlusconi decaduto e ai servizi sociali, indebolito dalla divisione del suo gruppo, appesantito dal sostegno che aveva dato a Letta-Napolitano, sarebbe ancora il regista della sua parte politica, ma non il protagonista dello scontro. La seconda è che le regole elettorali oggi sono in ballo, mentre allora il Porcellum non era in discussione. Se la Consulta ne proclamasse l’incostituzionalità per l’assenza di un limite inferiore al premio, com’è probabile, torneremmo nel proporzionale, a meno che si adotti la facile soluzione D’Alimonte –e per l’attribuzione chiedo venia a Pasquino che l’aveva anticipata tanti anni fa in un diverso contesto: un ballottaggio per il premio tra le due liste che hanno ottenuto i maggiori consensi. Ma questa “soluzione” non eliminerebbe la possibilità di risultati difformi tra Camera e Senato, e di conseguenza il caos.

www.comeguadagnaresoldi
, November 18, 2013

Tutto è cominciato così, secondo una delle adolescenti finite nello scandalo delle “baby prostitute dei Parioli”: da una ricerca su Google con la parola chiave “come guadagnare soldi”. È nella banalità di questa frase detta da una ragazzina al procuratore per giustificare la propria scelta, perché di scelta e non di costrizione si tratta, che troviamo la cifra di un fenomeno che va ben oltre il tema della prostituzione giovanile e del reato che commettono i clienti di prostitute minorenni. 

Ciò che è scioccante sul piano sociale e culturale, non è tanto la prostituzione giovanile in sé, fenomeno conosciuto e ampiamente studiato, ma il mix di razionalità, efficienza, cinismo che emerge sia dall’interrogatorio della ragazza più "grande" (15 anni) al Palazzo di Giustizia, che dalle conversazioni e dagli sms scambiati con i clienti. Non vi è l’ombra di un qualche senso di ripugnanza nel dover compiere atti sessuali con uomini adulti, che potrebbero essere i loro padri o nonni, né senso di colpa o di vergogna nell’ammetterlo esplicitamente, ma l’idea di fare qualcosa di normale, come i lavoretti estivi che molti studenti fanno per pagarsi le vacanze.  

Si coglie addirittura nei colloqui riportati su molti quotidiani nei giorni scorsi, la precisa e quasi orgogliosa rivendicazione che la loro è stata una scelta, che non sono vittime di qualche losco individuo, che sapevano quel che facevano. Niente a che fare col solito vittimismo con cui si presentano e in genere vengono presentate le giovani (spesso immigrate) finite nel giro della prostituzione.

La normalità del vendere il proprio corpo per denaro a 15 anni, dopo la scuola, non si discosta molto da altri casi che hanno trovato spazio nella cronaca di questi giorni. Mi riferisco, ad esempio, al caso riportato dal direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli delle “ragazze doccia”