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I giovani dell’età di mezzo
, January 27, 2014

La generazione dei quarantenni urge alle porte del Paese, rivendica una presenza in politica, nelle professioni, nella cultura, nell’università. Offuscata, ignorata, paternalisticamente blandita  dalla generazione dei padri/madri, è  invecchiata “in panchina”, come recita il sottotitolo autoironico del  pamphlet di Andrea Scanzi, che di questa “generazione di mezzo” è un rappresentante noto.

Quando Enrico Letta ha proclamato che il 2013 sarebbe stato l’anno della “svolta generazionale”, non pensava solo a se stesso (nato nel 1966), ma ad altri attuali protagonisti della vita politica italiana, come Angelino Alfano (nato nel 1970) e, soprattutto, Matteo Renzi, il più giovane (nato nel 1975), che della “rottamazione”, ossia del ricambio generazionale, usando i termini neutri della demografia, o dell’uccisione del padre, usando quelli emotivamente forti della psicanalisi, ha fatto il suo primo cavallo di battaglia.

Che il nostro sia stato e sia ancora un Paese gerontocratico, oltreché maschile (nelle banche, nelle imprese, nell’Università e in quasi tutte le organizzazioni che contano) è ampiamente dimostrato dai dati sfornati dagli istituti di statistica nazionali ed europei e non occorre ritornarci sopra. Fanno bene quindi i giovani, in particolare quelli che da un bel po’ hanno varcato la “linea d’ombra”, a chiedere a gran voce un cambiamento. Il problema non è certo questo: hanno ragioni da vendere. Il problema è che tutti - adolescenti, giovani, meno giovani, anziani, vecchi -  vogliono, quasi agognano a questo cambiamento, desiderano smuovere la palude in cui da vent’anni come italiani siamo immersi fino al collo.  

L’idea che non funziona è che dietro i quarantenni e quasi-quarantenni, cresciuti negli anni Ottanta, tra la cupezza del terrorismo, la calda protezione della famiglia, e il mondo guasto là fuori, con le ideologie rottamate ben prima degli ideologi, senza poter rielaborare ed eventualmente contestare una memoria storica che la generazione dei padri (che è poi quella “mitica” del ’68) non è stata capace di trasmettere, ci sia davvero una “generazione”, ossia qualcosa di più di un insieme eterogeneo e disperso di coetanei o quasi-coetanei. La generazione, come la conoscono i sociologi, fin dai tempi del famoso testo di Karl Mannheim del 1928 (Il problema delle generazioni), non è definita dal mero dato biologico, il succedersi di vita e morte, la casualità dell’essere venuti al mondo negli stessi anni.

La generazione va ben oltre il mero dato anagrafico. Infatti non tutti coloro che hanno la stessa età fanno parte di una  generazione, perché per farne parte è necessario che si crei un’“unità di generazione”, un legame stretto, che implica un senso di appartenenza, una reazione comune e un comune orientamento rispetto ai particolari eventi e alle  esperienze storiche vissute. La generazione, nei termini indicati da Mannheim, diventa una sorta di soggetto collettivo con una identità, stili di pensiero, modi di agire e di rapportarsi al mondo specifici, irripetibili, come specifiche e irripetibili sono le esperienze storiche rilevanti che li hanno formati (guerre, rivoluzioni, movimenti collettivi).

I giovani dell’età di mezzo, non posseggono nessuna di queste caratteristiche. Individualisti, perché questi sono i valori dominanti, si affannano per essere riconosciuti. Giusto. Ma lo possono essere dagli altri e da se stessi con molta più fatica di quella che, nel bene e nel male, è stata l’unica generazione del dopoguerra: la generazione del ’68. Non avendo una visione del mondo e della società che li accomuni, né un linguaggio e uno stile di vita condivisi, si devono accontentare di competere con i più giovani e i più vecchi per mostrare il loro valore, singolarmente, senza scorciatoie generazionali. Hanno il compito della prova. Renzi questo lo sa benissimo. Ma attenzione, come recita il titolo del libro prima citato, preso a prestito da una canzone di Ligabue, “Non è tempo per noi”. Aggiungo: è tempo per tutti quelli che hanno idee e vogliono impegnarsi : “E il solo fatto di specchiarci in Ligabue – dice ironicamente Scanzi – fa capire che abbiamo sbagliato pure i Battisti di riferimento”.

Una questione assai poco privata
, January 20, 2014

Esattamente un secolo fa, gennaio 1914, la Francia si trovava nel pieno di una bufera politica alimentata da rivelazioni scandalistiche. Nel corso di una campagna stampa contro il ministro delle Finanze, Joseph Caillaux, “Le Figaro” non aveva esitato a pubblicare una serie di lettere piccanti inviate qualche anno prima dall’uomo politico – ancora sposato con la prima moglie – all’amante Henriette, con la quale era nel frattempo convolato a nozze. I pressanti appelli di Caillaux al rispetto della vita privata non ottennero particolare ascolto. Tanto più che il 16 marzo 1914 Henriette decise di mondare l’onore ferito uccidendo a colpi di rivoltella il direttore del quotidiano, Gason Calmette, e obbligando il marito alle dimissioni. Era andata meglio, qualche anno prima ad Aristide Briand, la cui luminosa carriera politica (undici volte primo ministro e premio Nobel per la pace nel 1926) aveva rischiato di interrompersi anzitempo in un prato, dove era stato sorpreso da un commissario di polizia in flagrante delitto di adulterio. L’assoluzione in appello non risparmiò a Briand il tagliente sarcasmo della stampa, che non aveva ancora smesso di burlarsi del presidente della Repubblica, Félix Faure, deceduto di arresto cardiaco il 16 febbraio 1899 all’Eliseo, mentre espletava una pratica sessuale con l’amante. Il che lo rese senz’altro più celebre per le circostanze della morte che per i meriti politici.

Non è dunque una novità che i “grandi” ispirino una curiosità che travalica la loro funzione pubblica. Gli uomini di Stato esemplari, d’altronde, non hanno mai impedito che si celebrassero le proprie virtù private. Allo stesso modo la consegna del silenzio per quelli meno saggi difficilmente è stata praticabile. Storicamente, la pretesa degli uomini politici di farsi doganieri dell’incerta frontiera tra pubblico e privato è un’aspirazione rischiosa. Soprattutto nei periodi di difficoltà collettive, quando l’opinione pubblica poco gradisce assistere alla felicità privata dei governanti. Così era cent’anni fa nella Francia in preda alle tensioni internazionali che avrebbero condotto al primo conflitto mondiale; così è oggi, con le casse nazionali svuotate dalla crisi economica.

Certo, a differenza di Sarkozy – che aveva utilizzato lo stesso settimanale, “Closer”, per pubblicizzare la nascente love story con Carlà – Hollande non ha fatto nulla per portare agli onori delle cronache la propria, illudendosi che un casco integrale e una serpentina motociclistica potessero celare le private intemperanze.

Ripensando a Bobbio, dieci anni dopo
L’intellettuale come mediatore
, January 13, 2014

A pochi giorni dal decennale della scomparsa di Norberto Bobbio è naturale che si abbia la sensazione di assistere a una ripresa di interesse per il suo pensiero e per la sua eredità intellettuale. Diverse case editrici celebrano l’anniversario annunciando ristampe dei suoi libri e nuove collezioni di scritti, messe insieme scavando più a fondo nel giacimento di una produzione sterminata, disseminata tra atti di convegni, raccolte di saggi, riviste accademiche, periodici politici e quotidiani. Non c’è dubbio che tali iniziative, e gli incontri di studio che si terranno in diverse città italiane, ci daranno spunti per riflettere. Non solo su ciò che Bobbio ha pensato e scritto, ma anche su chi è stato. Cosa ha rappresentato per la cultura del nostro Paese questo schivo professore torinese. Anche i suoi ammiratori credo ammetterebbero che Bobbio non ha scosso i fondamenti di una disciplina, come fecero Bertrand Russell e Albert Einstein, oppure ispirato movimenti di pensiero di respiro internazionale, come fece Jean-Paul Sartre. Bobbio era uno studioso rigoroso, un ottimo insegnante, ma non fu la cattedra a dar peso alle sue parole. Lo ascoltavamo, ne leggevamo gli interventi, perché aveva ricordato a un Paese ancora tramortito da venti anni di dittatura e ferito dalla guerra che le idee sono importanti. Che sottovalutarne il potere può avere alla lunga esiti disastrosi. Mi pare che – a prescindere da quel che ciascuno pensi del suo valore come filosofo, o della fertilità della sua eredità ideale e politica – ci sia una valutazione che potrebbe essere largamente condivisa, ovvero che egli è stato il più influente intellettuale pubblico italiano della seconda metà del XX secolo. L’unico ad avere un ruolo paragonabile a quello che Croce ebbe nei decenni precedenti alla seconda guerra mondiale. L’autorità che tutti gli riconoscevano quando è morto – persino coloro che, forse proprio per questo, sentivano il bisogno di denigrarlo – dipendeva da tale ruolo.

Ripercorrendo i suoi numerosi scritti sulla figura dell’intellettuale si coglie immediatamente questo tratto caratteristico. La generazione cresciuta col fascismo si affaccia alla democrazia con un misto di entusiasmo e timore.

Il rischio europeo
, January 7, 2014

L’appuntamento più importante del 2014 saranno le elezioni per il Parlamento europeo. È l’ottava volta che siamo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti nel consesso più importante dell’Europa a 28 Stati. Le incognite che circondano queste elezioni sono tuttavia molte. Come bene ha messo in rilievo “The Economist” (nel dossier The World in 2014, p. 35), sono due gli esiti più probabili: il netto calo dei partecipanti al voto e il successo dei partiti antieuropei. La domanda per la democrazia europea passava per la creazione di un’Assemblea eletta direttamente da tutti i cittadini degli Stati membri. Il sogno di Altiero Spinelli e di altri si è realizzato solo nel 1979, ma da allora in poi l’affluenza è stata in costante e preoccupante calo. Siamo passati dal 62% nel 1979, al 59% nel 1984, al 58% nel 1989, al 57% nel 1994, al 50% nel 1999, per poi scendere al 45% e al 43% rispettivamente nel 2004 e nel 2009. L’attesa per il voto di maggio 2014 è per una percentuale ancora inferiore: un dato intorno al 40% confermerà non tanto il declamato “deficit democratico” delle istituzioni, quanto lo scarsissimo senso di appartenenza dei cittadini europei all’Europa come “Stato”.

Il secondo scenario sarà una piena affermazione di quel “sentimento antieuropeo” che è già molto diffuso nel nostro continente, che troverà modo di esprimersi attraverso forze politiche nazionali antisistema, nel senso della loro istituzionale contrarietà al processo di integrazione. Di conseguenza, il nuovo Parlamento non solo godrà di una bassa legittimazione democratica, per effetto della scarsa affluenza al voto, ma, soprattutto, sarà composto in larga misura da partiti che vorranno ritardare ulteriormente o ostacolare il già difficile percorso verso l’Europa unita. 

Gli ordini sono ordini
, December 23, 2013

«Ho eseguito un ordine», dice un operatore del centro di accoglienza di Lampedusa, dopo che un filmato “clandestino” ha mostrato a noi e agli Europei che cosa nel nostro Paese si intenda per accoglienza, quando si tratta di migranti. Befehl ist Befehl, verrebbe da dire. E sbaglieremmo. Il riferimento diretto o indiretto all’obbedienza che nei Lager si prestava all’ordine di sterminare, è fuorviante, e alla fine banalizzante. Certo, a chi si giustifica d’un comportamento vergognoso appellandosi alla dipendenza gerarchica ­– e magari al timore d’essere privati del posto di lavoro –, a quello, dunque, ben si può rispondere che si è morali o immorali in proprio, mai in conto terzi, e mai in subordine alla convenienza economica.

Lo stesso valeva per gli aguzzini dei campi di sterminio, e per i loro burocrati. Ma in entrambi i casi, in quello lontano nel tempo e in quello vicino, il Befehl ist Befehl spiega ben poco. Se si parte dalla moralità di quanti negano libertà, dignità e vita a un essere umano, non c’è poi da stupirsi se si finisce per considerarli (grandi o piccoli) mostri, e per ipotizzare la categoria appunto morale di Male, se non di Male assoluto.

Non è il Male, all’opera nel filmato messo in onda dal Tg2. All’opera vi è piuttosto la conseguenza, una delle conseguenze di una macchina politica e sociale complessa. Al livello più immediato di tale macchina, “lavorano” i milioni di euro che alimentano il mercato dell’accoglienza. In questo mercato si fanno concorrenza società e cooperative per le quali ogni “accolto” è un’entrata. Quanti più esseri umani sono stipati in un centro, e quanto più basso è il loro costo, tanto più trionfa il principio sovrano della produttività e del profitto.

Se ci si illude che ci sia solo questo, dietro le immagini di uomini nudi sottoposti a docce “terapeutiche”, se ne conclude che basti imporre agli imprenditori dell’assistenza criteri logistici civili, per così dire. Ma in questo modo, ancora una volta, tutto viene banalizzato, immaginando che a offendere la libertà, la dignità e le vite delle vittime sia una categoria morale, per quanto ora di moralità economica.

Se si vuole comprendere qualcosa, nei fatti di Lampedusa, conviene partire da una domanda che non contenga già in sé la risposta. Perché uomini normali, come sono gli operatori del centro, non hanno remore a degradare altri uomini? Perché basta loro un ordine per fare cose che, in altre situazioni, troverebbero vergognose?