Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Tre visioni sull'Europa
, April 7, 2014

Il dibattito italiano sui temi europei appare monco. E, indipendentemente da quelle che sono le idee di ognuno di noi, non è una buona cosa.

In Europa si confrontano tre grandi visioni, variamente rappresentate da schieramenti e partiti politici e quindi presenti come offerta alle prossime elezioni. Come ben noto, c’è una forte e crescente tendenza euroscettica (o antieuropea). Molti pensano che l’integrazione comunitaria sia andata troppo in là, in particolare con la costruzione della moneta unica, e che sia opportuno avere meno Europa e tornare a più forti sovranità nazionali. Ad essa si contrappone una visione che si potrebbe definire eurorealista. Le regole europee sono il frutto di un lungo e complesso processo decisionale comune. Sono giuste; comunque, non si possono più cambiare. I profondi problemi – in primo luogo di disoccupazione – che si registrano in tanti Paesi comunitari non sono conseguenza di queste regole, ma di politiche nazionali sbagliate, innanzitutto per quanto riguarda spesa, deficit e debito pubblico. Inutile lamentarsi; anzi, l’Europa ci aiuta. Ci costringe, attraverso il suo “vincolo estero”, a cambiare i nostri Paesi. Come dice il nostro nuovo presidente del Consiglio, il debito pubblico italiano va ridotto innanzitutto per i nostri figli, e non solo perché l’Europa ce lo chiede. C’è infine una terza visione, forse definibile euroriformatrice.

Il manager, il precario e il rancore che cresce
, March 31, 2014

Da quanti anni sentiamo parlare di questione giovanile? Tutti i dati di cui disponiamo indicano che essere giovani nel nostro Paese è sempre più complicato. La difficoltà di trovare un’occupazione che premi un determinato percorso di studi è stata via via sostituita dalla difficoltà di trovare un lavoro stabile tout court, anche per via della concorrenza che viene dall’immigrazione. Puntare sull’ambiziosa idea di mettere su famiglia sembra in molti casi impossibile, ma nel frattempo i media, con un atteggiamento misto tra critica efficientista e simpatica comprensione mammesca, sottolineano l’alta percentuale di giovani italiani che tardano a staccarsi dalla famiglia di origine: comunque fanno, fanno male. Alcuni si lamentano di non riuscire a trovare un lavoro, ma in realtà “non si adattano”. Altri si lamentano di trovare soltanto lavori precari e malpagati, ma in realtà dovrebbero “baciarsi i gomiti” perché la crisi colpisce tutti. Per decenni i demografi hanno avvertito che l’invecchiamento della popolazione era contenuto a stento dalle nuove generazioni di immigrati. E una società sempre più vecchia a un certo punto avrebbe avuto conseguenze drammatiche.

Nel frattempo trascorrevano i decenni, e la rilevanza sociale di una popolazione anziana si tramutava poco alla volta in rilevanza politica. I sindacati dei pensionati prendevano il posto nel cuore dei partiti dei sindacati dei lavoratori, e la giusta e doverosa tutela di una serena vecchiaia diventava la prima preoccupazione per molte azioni di governo sparse sul territorio, di comune in comune.

La politica saprà risanare se stessa?
, March 24, 2014

A Matteo Renzi non mancano certo il coraggio e la disinvoltura per esprimere le proprie idee. Si tratta, come è già stato osservato, di un nuovo modo di comunicare; ma forse è “nuovo” solo qui da noi, dove alla chiarezza delle parole da parte dei politici non siamo troppo abituati. Si sa che la chiarezza in politica è un’arma a doppio taglio: piace molto alla gente comune, che ama la favola di Andersen perché spezza il coro conformista sui bei vestiti dell’imperatore dicendo semplicemente “ma il re non ha niente addosso!”. Così ha detto Renzi di fronte a molti “bei vestiti” inesistenti di vecchie glorie del suo stesso partito, senza tralasciare arroganze e vanti di potenti lobby e organizzazioni. Tuttavia parlare chiaro presenta lo svantaggio di non poter più tornare indietro, senza perdere la faccia (per chi alla propria “faccia” ci tiene, almeno un po’). E ciò finisce per urtare e intimorire i tanti più o meno piccoli “imperatori” e feudatari del nostro Paese, che tutto accettano fuorché di vedere tagliati i propri privilegi.

È per questo che il premier raccoglie consenso in quella parte di Italia che non ne può più di aspettare riforme che non arrivano (da chi non trova lavoro a chi vorrebbe costruire un’impresa, ma trova sul suo cammino ogni sorta di ostacoli), mentre è osteggiato e atteso al varco da un’altra parte, politicamente trasversale, scettica sulla possibilità che le parole si traducano in fatti o, al contrario, timorosa proprio che ciò avvenga.

Renzi per primo sa che è questo il piano su cui si gioca la faccia, la realizzazione concreta delle promesse a livello italiano assai più che europeo. La sua credibilità dipende da quanto saprà fare nel portare a termine alcune riforme inderogabili. In primo luogo, com’è lui stesso a sostenere, uno dei problemi cruciali da affrontare e risolvere è modificare un apparato statale tanto elefantiaco quanto inefficiente.

Dagli amici mi guardi Iddio
, March 17, 2014

Quante volte abbiamo ripetuto che il Partito democratico, per manifestare tutto il suo potenziale di innovazione, doveva essere una cosa molto diversa dalla somma di due partiti o frammenti di partito della Prima Repubblica, gli ex comunisti e gli ex democristiani di sinistra! Così non è avvenuto sino alla fine del 2013, nonostante i frequenti elettroshock delle primarie, troppo spesso ammorbiditi da un voltaggio insufficiente e dalla prevalenza di candidati conservatori. Con un voltaggio adeguato e in presenza di un leader carismatico e innovatore, con molti anni di colpevole ritardo le primarie dell’8 dicembre scorso per la segreteria del partito sono state un detonatore esplosivo: la leadership conservatrice è stata sconfitta. Ma lo è stata veramente?

La mia risposta è positiva e sono sicuro che niente tornerà come prima. Due qualificazioni sono però necessarie. Per il modo in cui la sconfitta è avvenuta, per gli errori della leadership precedente e per la velocità impressa agli eventi dal vincitore, resta da fare un lungo lavoro di riflessione strategica su quale possa essere la natura e il ruolo della sinistra nel contesto sociale e istituzionale del nostro Paese: una sinistra liberale e, inevitabilmente, una sinistra più radicale. Questa riflessione era in buona misura maturata nel partito laburista prima della vittoria di Blair nel congresso del partito e poi nelle elezioni politiche del 1997. Da noi non lo è stata e dovrà esserlo nel prossimo futuro se nel partito dovranno confrontarsi linee liberali e radicali moderne… post-rottamazione. Questo ha però anche la conseguenza che Renzi si trova a governare un partito che non controlla e non lo capisce, mentre capiva alla perfezione “l’usato sicuro” di Bersani: il successo alle primarie è in buona misura frutto di opportunismo e disperazione, non di una convinzione profonda che la linea politica di Renzi (ma qual è poi?) sia quella giusta.

Un'Europa dei princìpi
, March 10, 2014

Da tempo, ormai, la politica estera ha un ruolo marginale nel dibattito pubblico italiano. Una rimozione che risale alla fine delle Guerra fredda, quando il nostro Paese, liberatosi del peso che la divisione in blocchi del continente aveva imposto alle vite di generazioni di europei, fu costretto a fare i conti con una crisi del sistema politico i cui effetti si avvertono ancora oggi, a più di venti anni di distanza. Completamente assorbiti dallo studio del proprio ombelico, gli italiani sembrano accorgersi di rado di ciò che accade oltre i confini nazionali. Soltanto eventi eccezionali, come catastrofi naturali, guerre o situazioni di grave tensione, del genere di quella che da alcune settimane scuote l'Ucraina, lacerano il velo della cronaca e dell'attualità politica nazionale costringendoci a rivolgere per qualche ora lo sguardo altrove.

Probabilmente questo atteggiamento di "evasione" rispetto alla dimensione politica delle vicende internazionali ha trovato alimento anche nel modo in cui gli italiani hanno vissuto il processo di unificazione europea. Lo spazio economico europeo apparve dischiudere la prospettiva di un benessere privo di costi sociali significativi, che avrebbe inaugurato un'era di progresso senza conflitto. Subito dopo la caduta del muro di Berlino questa visione del destino del nostro continente veniva spesso illustrata richiamando le tesi formulate da Francis Fukuyama nel suo libro sulla "fine della storia". In realtà, il lavoro dello studioso statunitense non era affatto un'apologia del progetto europeo. Rilette oggi, le pagine sul "market oriented authoritarianism" sono tutt'altro che rasserenanti.