Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Nostalgici
, May 12, 2014

Fanno quasi commuovere le immagini che accompagnano le parole di Edmondo Berselli lette da Gioele Dix a “Quel gran pezzo dell'Italia”. Non solo perché, come opportunamente recita il titolo della trasmissione, “Era già tutto scritto ma ci eravamo distratti”. Ma anche perché è come se tutto fosse accaduto invano. Come se (alla fine e come Berselli aveva al solito pronosticato), nel convincerci senza sforzi di essere circondati da molti, troppi soliti stronzi, non ci fossimo accorti che lì in mezzo c'eravamo anche noi.

Così, a più di trent'anni dalla fine del sogno di Berlinguer e a venti dalla discesa in campo del grande corruttore, quando capita di vedere i filmati di quei tempi si rischia di ritrovarsi inguaiati in inesauribili nostalgie. Cresce il numero di coloro che rimpiangono, loro sì, l'avevano capito subito, la vecchia, cara Prima Repubblica. Tutta in blocco, inclusi i dibattiti televisivi con sigaretta accesa e la presenza dell'immancabile rappresentate in quota socialdemocratica. C'è chi rimpiange i radicali di una volta e la loro capacità di portare avanti le battaglie giuste (e naturalmente c'è chi rimpiange sopra di tutto il sapere “portare avanti”, se non altro un discorso). E insieme chi non ha dimenticato tanto facilmente il fascino senza tempo del maglioncino bianco a collo alto indossato da un sempre più arrabbiato ma ancora giovane Pannella. Chi si ostina a non considerare affatto italiano un Giro d'Italia che parte sotto un vento gelido e un cielo grigio autunnale da Belfast, Irlanda. Manco a dirlo, c'è poi chi si è convinto, sempre prima di tutti gli altri, e dai medesimi vent'anni, forse trenta, che il calcio italiano non merita ormai più di uno sguardo distratto, naturalmente in televisione. E che dopo Riva, Rivera e Mazzola tutto è finito per sempre.

Per non dire di chi, testardo, rammenta con rammarico invocandone la santa resurrezione l'uso corretto dei piuttosto che, ovvero degli ovvero.

C'è però sempre la realtà a ridestarci dalle nostre facili nostalgie

Sembrare normale
, May 5, 2014

Da quando Matteo Renzi si è preso il Pd a passo di carica, l'attenzione di buona parte degli osservatori si è spostata - comprensibilmente - sul governo. Non era difficile immaginare che un Renzi premier avrebbe ben presto affiancato il Renzi segretario del partito, attirando su di sè lo sguardo di tutti, alleati e avversari, ansiosi di sapere se avrebbe retto alla prova del governo. Una cosa è fare campagna per le primarie, altra cosa è guidare un Paese come il nostro. A distanza di alcune settimane dal debutto del nuovo presidente del Consiglio, ci sono ora gli elementi per formulare un primo giudizio. Se non proprio un bilancio, almeno una valutazione non del tutto condizionata dal pregiudizio.

Non c'è dubbio che qualcosa si è mosso, e nella giusta direzione. A differenza dei suoi predecessori, Renzi ha manifestato una notevole capacità di far politica nell'unico modo che conta in democrazia, dando agli elettori l'impressione che il loro parere conti. Che magari saranno costretti a ulteriori rinunce, ma che stavolta i sacrifici saranno parte di un percorso su cui avranno l'opportunità di far sentire la propria voce, non il distillato di un'arcana sapienza di cui sono depositari solo i "tecnici", gli unici che abbiano titolo a parlare dell'interesse comune.

Grandi speranze
, April 28, 2014

Le imminenti elezioni europee e i toni accesi della campagna elettorale non permetteranno al presidente del Consiglio dei ministri di incassare, prima del 25 maggio, l’approvazione in prima lettura del progetto di riforma costituzionale presentato dal ministro Maria Elena Boschi. Non tutti i mali vengono per nuocere: ci sarà più tempo per discutere. Oggi, all’Università di Milano, i costituzionalisti italiani discutono i contenuti della riforma. Lunedì prossimo, presso la sede del Partito democratico, si potranno confrontare tecnici e rappresentanti politici, per tentare di sciogliere le fratture che separano la maggioranza renziana e la minoranza cuperliana. Tre sono i punti qualificanti della proposta: il superamento del parlamentarismo “perfetto e paritario” per un modello di bicameralismo asimmetrico; l’adeguamento del governo parlamentare alle più compiute democrazie europee, nelle quali l’indirizzo politico è codeterminato dall’esecutivo e dalla sola Camera bassa; la razionalizzazione dei rapporti e delle competenze tra Stato e regioni.

Dopo la “grande riforma” voluta dalla maggioranza che sosteneva Silvio Berlusconi nel 2005 (fallita nel referendum popolare del 2006), è la seconda volta in oltre trent’anni che un progetto di riforma costituzionale è ispirato da alcune chiare scelte d’indirizzo. Si evita, così, come è accaduto anche nella “commissione dei saggi” nominata dal governo di Enrico Letta, di fare girare a vuoto la discussione su modelli astratti, proprio per l’assenza di una direzione politica.

Nel complesso il progetto di riforma costituzionale tocca alcuni nervi scoperti: nonostante la polemica politica, su quei punti la riflessione ha raggiunto da tempo un consenso nettamente maggioritario. Non si possono nascondere alcuni profili problematici.

Renzi e Valls: le voci di una nuova sinistra?
, April 22, 2014

Matteo Renzi, da qualche tempo, suscita molta curiosità e interesse. Per la sua giovane età, per il suo stile, per la sua popolarità. È identificato come il salvatore dell’Italia, ma anche, talvolta, dell’Europa, per non dire della sinistra. Ora tocca a Manuel Valls, nominato primo ministro francese dal presidente Hollande dopo la disfatta socialista alle amministrative del 23 e 30 marzo scorsi, attirare l’attenzione dei media e degli osservatori. Ma quali sono i punti in comune e le differenze tra i due uomini politici?

Entrambi sono dei virtuosi della comunicazione, a proprio agio tanto in televisione quanto nelle occasioni pubbliche o sui social network: sono dei leader pienamente in sintonia con la democrazia del pubblico. Si mostrano determinati, decisi ad agire, risoluti, a volte rudi e persino un po’ autoritari, ma in linea con l’aspirazione di molti loro connazionali di disporre di un capitano che indichi loro la rotta. Entrambi appaiono svincolati dalle ideologie e pronti a spiazzare la propria parte politica per lanciare riforme in favore delle imprese, del lavoro e del potere di acquisto dei salari più bassi. Intendono inoltre ridurre la spesa pubblica agendo sui costi della politica. Entrambi si scontrano con resistenze all’interno del loro partito e della loro maggioranza parlamentare, che contano di aggirare, tuttavia, facendo leva sulla popolarità di cui godono nell’opinione pubblica. Entrambi, infine, hanno la singolare capacità di attirare la simpatia degli elettori di orientamento diverso dal loro.

Dietro alla definizione delle attuali politiche monetarie si nasconde un interesse di classe?
Le oligarchie e il denaro
, April 14, 2014

Gli «econonerd» attendono sempre con trepidazione la nuova edizione del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Non tanto per le previsioni, quanto per i capitoli di analisi economica, sempre interessanti e stimolanti. Anche l’ultima edizione del rapporto non fa eccezione. In particolare, il terzo capitolo – pur se è presentato come un'analisi dei trend dei tassi di interesse reali (aggiustati per l’inflazione) – espone di fatto argomenti convincenti a favore dell’aumento degli obiettivi di inflazione al di sopra del 2%, il valore di riferimento attuale nei Paesi industrializzati.

È una conclusione coerente con le altre ricerche del Fondo. Il mese scorso, il blog dell’Fmi – ebbene sì, il Fmi ha un blog – ha discusso dei problemi creati dalla bassa inflazione, che è devastante quasi quanto una manifesta deflazione. Una delle precedenti edizioni del World Economic Outlook ha analizzato l’esperienza storica del debito elevato, rilevando che i Paesi disposti a lasciare che l’inflazione erodesse il loro debito (tra cui gli Stati Uniti) se la sono passata molto meglio di quelli che (ad esempio la Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale) si sono arroccati all’ortodossia monetaria e fiscale.

Tuttavia, risulta evidente che il Fondo non sente di poter affermare apertamente ciò che le sue analisi suggeriscono con chiarezza. Al contrario, il rapporto ricorre a eufemismi che preservano la possibilità di negare l’evidenza: l’analisi «potrebbe avere implicazioni per un appropriato quadro di politica monetaria».

Ma che cosa rende impronunciabile l’ovvio? Innanzitutto la potenza dell’opinione dominante. Ma poiché quest’ultima non viene dal nulla, sono sempre più convinto che la nostra incapacità di affrontare l’elevata disoccupazione abbia molto a che fare con gli interessi di classe.

Vediamo in primo luogo gli argomenti a favore di una maggiore inflazione.

Per molti non è difficile comprendere che un livello dei prezzi decrescente è una cosa negativa (nessuno vuole diventare come il Giappone, che ha combattuto con la deflazione sin dagli anni Novanta). Ciò che si fa più fatica a capire è che non esiste una linea rossa in corrispondenza dello zero: un’economia con un tasso di inflazione allo 0,5% avrà molti degli stessi problemi di un’economia con una deflazione dello 0,5%. È questo il senso dell’avvertimento del Fondo monetario internazionale: a causa della bassa inflazione l’Europa corre il rischio di una stagnazione sul modello di quella giapponese, anche se, letteralmente, non c’è (ancora) deflazione.

Un’inflazione moderata è utile a molti scopi. È positiva per i debitori – e quindi per l’economia nel suo complesso, quando lo stock esistente di debito frena la crescita e la creazione di posti di lavoro. Incoraggia le persone a spendere piuttosto che a tenere fermo il denaro – un’altra buona cosa in un’economia depressa. E può servire come una sorta di lubrificante economico, facilitando l’aggiustamento di prezzi e salari a fronte di una domanda variabile.

Ma qual è il tasso di inflazione adeguato?