Rivista il mulino

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la nota
Il silenzio dell’Europa
, July 21, 2014

Dunque il Consiglio europeo che si è riunito a Bruxelles lo scorso 16 luglio non è arrivato a una decisione completa e definitiva sulla composizione della prossima Commissione e, com’è noto, sulla nomina dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (Pesc). È una pessima notizia per molte ragioni, non ultima il fatto, come ha sottolineato Romano Prodi, che in questo modo si ritarda di molto l’effettiva entrata in ruolo del semestre a guida italiana. Una volta designati, infatti, i commissari dovranno passare il vaglio del Parlamento. Con buona probabilità almeno qualcuno di loro non passerà l’esame parlamentare, e a quel punto sarà necessario un nuovo confronto. Dunque, ci saranno istituzioni funzionanti solo in autunno e difficilmente prima di fine ottobre potrà esserci un nuovo Consiglio in grado di prendere decisioni effettive. Il semestre italiano di cui tanto si è parlato nelle scorse settimane rischia dunque di subire una lunga preparazione e di durare nei fatti meno del previsto.

In particolare, e comprensibilmente, nei giorni scorsi l’attenzione si è incentrata proprio sulla decisione di rinviare di un mese e mezzo la nomina del sostituto di Lady Ashton, l’uscente ministro degli Esteri europeo che lascia l’incarico senza avere certo brillato per incisività. La decisione con la quale il capo del governo italiano ha cercato di imporre il suo ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha per ora avuto soprattutto come esito negativo questa dilazione, in un momento in cui la scena geopolitica internazionale appare profondamente scossa a non troppi chilometri di distanza dai palazzi di Strasburgo e Bruxelles. L’aggravarsi della crisi Ucraina, che ha avuto il suo apice mediatico nell’abbattimento di un aereo civile con quasi 300 persone a bordo, e l’avvio delle operazioni di terra da parte dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza costituiscono due momenti di grave turbolenza nella difficilissima tenuta degli equilibri internazionali. Secondo molti osservatori, del resto, era molto difficile che il nome di Mogherini potesse passare indenne dal vaglio di alcune cancellerie dell’Est, Lituania e Polonia in testa, dopo che proprio il ministro degli Esteri italiano il 7 luglio, e dunque a semestre avviato, aveva pensato bene di andare in visita ufficiale al Cremlino per garantire l’appoggio dell’Italia (e dell’Europa?) al gasdotto South Stream. Un progetto molto importante per Eni, che vede la partecipazione tra gli altri di Gazprom e che, prevedendo la costruzione di una linea che colleghi direttamente Russia ed Unione europea attraverso il Mar Nero e i Balcani, non passerebbe sul territorio ucraino. 

Racket allo stato nascente
, July 14, 2014

La settimana scorsa, a Torino, un episodio di cronaca ha attratto l’attenzione delle pagine locali dei quotidiani e ha riacceso il dibattito politico sulla sicurezza pubblica. Ma è un episodio che merita uno spazio e una riflessione maggiori, perché presenta un fenomeno di mafia allo “stato nascente”, colto cioè nel momento genetico ancora fluido, prima che si solidifichi in controllo capillare del territorio.

Lo scenario è quello di San Salvario, quartiere multietnico che si trova dietro la stazione centrale e che, dopo essersi trasformato da zona di degrado urbano a zona  ristrutturata dai nuovi residenti, in gran parte giovani, vivace culturalmente e con molti bar e luoghi di incontro, sta oggi vivendo un momento di perdita di identità di quartiere, dove i traffici illegali, da sempre presenti, proliferano e la movida imperversa, con tanto di comitati cittadini che si lamentano per il rumore e l’insicurezza. In questo contesto si scatena il putiferio quando un farmacista del quartiere scrive una mail in cui racconta dettagliatamente le sue due settimane di “ordinaria follia”, come lui stesso le definisce. Alla destinataria della mail – a capo del "movimento antimovida" – che, a sua volta, la diffonde a migliaia di indirizzi, è offerta una testimonianza sconvolgente.

Il Medioriente esplode
, July 7, 2014

Il Medioriente esplode. Il conflitto siriano e la guerra civile irachena decompongono un quadro  geopolitico che potrebbe presto vedere tracciati nuovi confini. La confessionalizzazione dei conflitti, in primo luogo quello infraislamico tra sunniti e sciiti, che vede protagonisti non solo  attori locali, regimi e oppositori, ma anche transnazionali, come i gruppi jihadisti e le potenze confessionali  protettrici, Arabia Saudita e Turchia per i sunniti, Iran per gli sciiti, non si lascia ridurre alle esigenze della Realpolitik. Il fattore identitario si sovrappone, dilatandolo, a quello nazionale. Quello in corso in Medioriente sembra il tentativo di dare forma ad assetti territoriali omogenei: su base etnica, confessionale, ideologica. Producendo una omologazione che pare rendere impossibile l'esistenza di società plurali.

In Siria il governo di Damasco ha riconquistato parte del controllo del territorio. Grazie al sostegno iraniano e degli Hezbollah, ai divergenti interessi di Ankara e Ryad, divise da ambizioni egemoniche e dal giudizio sui Fratelli Musulmani, ma anche alla convinzione della comunità internazionale che il trionfo in campo sunnita delle milizie jihadiste sarebbe peggiore della permanenza di Assad al potere. In Iraq l'avanzata dell'Isis, che controlla buona parte delle province sunnite, dando voce anche a chi non è islamista ma si batte contro un vendicativo potere sciita, manda in soffitta quel che rimane dello Stato unitario. Con i curdi che approfittano per rilanciare il sogno, contagioso, dell'indipendenza del Kurdistan.

Il futuro è qui (e noi non siamo pronti)
, July 1, 2014

Le università del nostro Paese stanno cambiando a causa di interventi legislativi e di innovazioni istituzionali. Allo stato attuale, l’impatto maggiore sulla vita quotidiana di docenti e ricercatori l’ha avuto la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione della ricerca (Anvur), cui la legislazione introdotta negli ultimi anni attribuisce competenze molteplici, che riguardano la valutazione della ricerca in senso stretto, ma si estendono anche al reclutamento e alla didattica. Chiunque frequenti l’ambiente accademico è al corrente delle vivaci polemiche che l’operato dell’Anvur ha scatenato. Un passaggio cruciale come dovrebbe essere quello di introdurre forme di accountability in un settore tradizionalmente geloso della propria autonomia è diventato purtroppo il fattore scatenante di una battaglia ideologica in cui non pochi hanno impiegato toni degni di miglior causa.

Alcuni aspetti discutibili nel disegno istituzionale dell’agenzia (che in molti casi opera di fatto come un organismo di policy, oltre che come un controllore), e non pochi errori che probabilmente si potevano evitare, hanno offerto il destro a chi voleva negare del tutto la legittimità della valutazione per mettere in discussione il principio stesso su cui essa si fonda.

Cento, non più di cento
, June 23, 2014

La carica dei cento senatori è un bel segnale. Il progetto iniziale di Matteo Renzi non poteva tenere. Un Senato destinato a essere senza identità, perché sommatoria indistinta di soggetti eterogenei, senza una chiara portata rappresentativa, si avvia ad avere finalmente una forma e un senso. La seconda Camera conterrà in tutto cento senatori, dei quali la stragrande maggioranza sarà espressione delle regioni, una piccola parte dei sindaci, e solo cinque nominati dal presidente della Repubblica. Nonostante rimanga del tutto inutile l’antiquata presenza di “ottimati” indicati dal Colle, aver cambiato nettamente i rapporti di forza tra regioni e comuni, a vantaggio delle prime, serve per dare al nuovo Senato un volto coerente con l’obiettivo della riforma costituzionale voluta dal governo.

Superare il bicameralismo paritario è un’esigenza storica e politica. L’Italia resta un unicum nel costituzionalismo liberaldemocratico, la cui spiegazione era tutta legata alla divisione del mondo in due blocchi, e alla parallela divisione italica tra democristiani e comunisti. Un Parlamento con due Camere identiche è un monstre dal punto di vista del processo decisionale: perché ogni decisione deve scontare il rischio di superare due discussioni estenuanti, magari in consessi privi della medesima maggioranza politica (com’è accaduto, da ultimo, l’indomani delle elezioni del 2013). Ma un Parlamento che rappresenta in due Camere lo stesso elettorato nazionale è un ossimoro dal punto di vista dello Stato regionale: in tutti i Paesi a struttura decentrata, le regioni (non i comuni) sono rappresentate nella seconda Camera, per assicurare il principio di divisione dei poteri anche in senso verticale, ossia tra lo Stato centrale e le autonomie territoriali, come ci hanno insegnato i padri fondatori degli Stati Uniti d’America.