Rivista il mulino

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Cresciuti con la crisi
, March 30, 2015

Crescere e diventare adulti per la generazione che era adolescente nel 2008, all’inizio della grande recessione, ha significato maturare aspettative e progetti in un tempo di crisi economica, sociale, morale globale.

Le esperienze della precarietà lavorativa, della frammentarietà delle carriere, della difficoltà nel raggiungimento di un’autonomia economica, della necessità di adeguare prontamente le proprie competenze a contesti in continuo mutamento, si inseriscono in un più complessivo scenario di trasformazioni che contribuiscono a creare un insieme nuovo di linguaggi, significati, pratiche, aspettative e aspirazioni che segnano una frattura rispetto al “mondo” delle generazioni precedenti. La globalizzazione, innanzitutto: l’inserimento in flussi globali di idee, immagini, informazioni, modelli di vita e di consumo che contribuiscono a modificare l’idea della soggettività, dell’appartenenza e dell’azione politica, rendendo comuni e scontati – nell’analisi sociologica, ma sempre più anche nel discorso comune – nozioni come quelle di “sfera pubblica diasporica”, “comunità trans-locali”, “società in rete’.

Lo sviluppo e la diffusione capillare delle tecnologie elettroniche costituiscono un secondo elemento che segna in modo nuovo e peculiare l’esperienza dei giovani contemporanei. Perennemente “connessi” e abituati a utilizzare linguaggi diversi e, a differenza della generazione precedente, meno preoccupati della coerenza. Oggi nei giovani appare accresciuta la capacità di adattarsi per non essere esclusi e perdere le scarse opportunità che via via si presentano loro. In questo articolato scenario, anche la congiuntura economica negativa – esperienza di regressione, riduzione, involuzione e delusione per le generazioni precedenti – può assumere un significato diverso agli occhi di una generazione per cui la crisi ha costituito esperienza comune e condivisa sin dall’adolescenza, il contesto “normale” in cui si è compiuta, o si sta per compiere, la transizione dalla scuola al lavoro, dall’infanzia al mondo adulto. 

L’altra faccia di Scampia
, March 23, 2015

Periferia, prossimità, poveri: queste sono le tre «p» al centro degli interventi più recenti di papa Bergoglio. La sua visita a Scampia di sabato le assomma tutte. Di nuovo si accendono i riflettori su Scampia: ai margini della città di Napoli, agli aspetti più truculenti della vita del quartiere si sono da sempre affiancate forme quotidiane di resistenza al degrado poste in atto dai residenti, a volte anche senza il supporto delle istituzioni e delle associazioni. Queste ultime sono state spesso oscurate dalla tendenza da parte dei media a rappresentare soltanto gli aspetti negativi o, all’opposto, a glorificare alcune isolate iniziative. Per anni Scampia è stato un quartiere dimenticato. Qualcuno più informato era a conoscenza di cosa fossero le Vele e forse delle condizioni di abbandono in cui queste si trovavano. Ogni tanto se ne parlava sui giornali locali. Quelli nazionali hanno cominciato ad interessarsi al quartiere nel 1990 in occasione della visita di Papa Wojtyla e nel 1997 quando fu abbattuta la prima Vela (senza entrare troppo nel merito dei problemi della zona), e poi di nuovo in concomitanza con la sequenza di omicidi efferati legati alle faide tra camorristi per il controllo del territorio e del traffico di droga a cavallo tra il 2004 e il 2005. Da quel momento Scampia diventa il simbolo per eccellenza del degrado e della criminalità e le Vele la rappresentazione del male. Il successo internazionale di Gomorra e della successiva serie televisiva tratta dal libro di Roberto Saviano, e la conseguente difficoltà di distinguere tra finzione letteraria e documentazione dei fatti hanno fatto il resto.

Alla rappresentazione di Scampia come situazione di degrado senza via di uscita, di un quartiere asservito alla camorra e di essa complice, negli anni se ne è affiancata a più riprese un’altra, di segno opposto – talvolta non meno stereotipata della prima – che vede in esso un perenne laboratorio di campioni sportivi e di creatività artistica. Indubbiamente tenere alta l’attenzione sul lavoro educativo delle associazioni, dei parroci e degli insegnanti che si muovono sul territorio è importante. E mostrare “l’altra faccia di Scampia”, quella della prossimità, serve a far cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica soprattutto nei confronti di chi ci vive. Ma ciò che sfugge ai due stereotipi contrapposti – il male dilagante e il bene che non si spegne – è l’area grigia ed estesa delle famiglie con serie difficoltà di vita: insomma la terza p, quella dei poveri. 

Anche in vista della manifestazione di Libera di sabato
La raccomandazione come terreno di cultura della mafia
, March 18, 2015

Le manifestazioni pubbliche, le folle e i giovani che riempiono le piazze delle nostre città in segno di protesta civile contro reati e delitti di mafia non possono che colmare il nostro animo di speranza, in particolare quando dietro di loro sta un impegno concreto per il riscatto dei beni sottratti alla collettività dalla mafia e recuperati invece al servizio pubblico. Ma proprio questa maturazione della coscienza nazionale e giovanile sul tema della mafia può ora consentirci di compiere un passo avanti. Non dobbiamo limitarci alla denuncia dei crimini mafiosi e delle complicità dei detentori del potere, politico o economico come se in fondo questi fossero fenomeni estranei, diavoli che possiamo respingere con esorcismi, con discorsi in piazza e lenzuoli bianchi o chiedendo leggi su leggi, nuove, ulteriori commissioni per la repressione della corruzione.

Tutto ciò, naturalmente, è necessario; e la nostra gratitudine verso tutti i volontari che si impegnano in questa lotta contro il potere mafioso e le sue collusioni è enorme. Ma non vorremmo che distogliesse dall’impegno personale a combattere comportamenti che sono dentro di noi e che si aggravano in questa situazione di disordine, resa tragica dalla crisi economica e dal malessere sociale.

Il vero e profondo terreno di cultura dei comportamenti mafiosi è la raccomandazione, particolarmente forte nel nostro Paese, a sostituire nella vita quotidiana la regola pubblica con l’affermazione dell’interesse privato tramite legami di famiglia, di clan, di Paese, di chiesa. A mio avviso è questo il vero terreno, il vero brodo in cui cresce la mafia, che non è estraneo ma spesso interno anche a chi protesta nelle piazze contro la mafia.

Al supermarket delle riforme
, March 9, 2015

C’è qualche piccolo segnale positivo nell’economia italiana, prodotto prevalentemente da cause esterne (prezzo del petrolio, cambio debole dell’euro, azione della Bce). D’altra parte, è da fuori confine che sono venuti tanti nostri guai recenti, ed è bene che da fuori confine venga qualche sollievo. Prendiamone atto, ma tuttavia senza gioire troppo. Il passo della ripresa è ancora debolissimo e soprattutto incerto; la distanza da recuperare, ad esempio in termini di posti di lavoro, ancora enorme; le cause, politiche ed economiche, della depressione europea e italiana sono ancora lì. Non è, con certezza, l’inizio di una vigorosa ripresa.

Ma un miglioramento, per quanto piccolo, aiuta: ricostruisce un po’ di fiducia; chissà se può provocare una ripresa di consumi e investimenti. Di più: può far riflettere sul nostro futuro senza l’assillo del brevissimo termine. E proprio questo ci serve: l’Italia non è solo vittima della depressione europea e delle folli politiche dell’austerità permanente che si stanno seguendo; è anche vittima di sue proprie debolezze e incertezze, ben visibili già almeno da inizio secolo, prima che la crisi internazionale e poi europea ci coinvolgesse.

Qui arriviamo su un terreno un po’ sconnesso: non c’è quasi aspetto della vita collettiva su cui non si annunci un processo di riforma. “Riforma” è diventata una parola magica, onnipresente; anche se a dir la verità il suo significato si è assai trasformato rispetto all’uso corrente nel passato; è diventato sinonimo di cambiamento in sé, senza che a volte ne siano chiare le motivazioni profonde, le finalità, le conseguenze distributive e sulla vita dei cittadini. Senza che siano chiare priorità e almeno qualche tratto di un disegno di una società e di un’economia che si vuole costruire; di un’Italia a cui si vuole arrivare.

Una democrazia capace di decidere
, March 5, 2015

Gli antirenziani della sinistra Pd dovrebbero anzitutto mettersi d’accordo con se stessi. Perché è difficile far quadrare le loro critiche contro “un Parlamento di nominati” con quelle contro Renzi dittatore, che mortifica il Parlamento impedendogli di discutere a fondo le proposte elaborate dal governo. Se il gruppo parlamentare Pd non è un’espressione della società civile – degli elettori di sinistra, nel caso – autonoma e indipendente dalle “nomine” del partito, per quale motivo, in Parlamento, esso dovrebbe avere la precedenza sulle decisioni di un governo guidato dal leader del partito, e legittimate da una stragrande maggioranza negli organi direttivi del partito stesso? Perché preferire i “nominati” al “nominante”?

Per favore, dicano come stanno realmente le cose: che, nonostante le pseudo primarie, in questo Parlamento i parlamentari erano stati nominati dalla precedente leadership del partito, prima della rivoluzione renziana. Dopo la rivoluzione una buona parte di essi si è accodata al carro del vincitore – per opportunismo o per genuino mutamento di convinzioni, qui non rileva – ma ne è restata una parte consistente che si oppone frontalmente a Renzi e agli orientamenti del suo governo: questa parte contrasta la legislazione che il governo sta cercando di far passare, continuando in Parlamento la battaglia che ha perso nel partito. Una battaglia politica, non una battaglia su sacri principi costituzionali che devono essere da tutti condivisi. Una battaglia non diversa – anche se motivata da idee politiche opposte – da quella che conducono Brunetta o la Meloni o Salvini o Grillo: anch’essi accusano Renzi di tendenze cesaristiche, di essere un dittatore. Proprio come la sinistra del Pd.