Rivista il mulino

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Mentre in Europa si discute, la Grecia rischia il default
Grexit?
, May 4, 2015

Siamo a un punto di svolta del dramma greco. Nel corso di maggio il governo Tsipras dovrebbe ripagare due rate dei prestiti che gli sono stati concessi dal Fondo monetario, e altre scadenze più impegnative seguono d’appresso, nell’estate. Ma non ha le risorse per farlo, a meno di non rimangiarsi le promesse di allentare le condizioni di austerità cui la Grecia è sottoposta e che già sono costate la perdita di più di un quinto del suo reddito nazionale. I creditori, la cosiddetta Troika (Fondo monetario, Commissione europea e Banca centrale europea), insistono però sul pieno rispetto delle condizioni sulla base delle quali i crediti erano stati concessi al precedente governo. E la Bce esita, in questa situazione, a fornire ulteriore liquidità di emergenza. La Grecia non respinge un programma di riforme strutturali severe: respinge quelle imposte dalla Troika al governo Samaras, sia sulla base dei risultati disastrosi che esse hanno prodotto, sia del mandato che il governo Tsipras ha ottenuto dagli elettori. I negoziati sul nuovo programma sinora non sono andati a buon fine, un’estensione dei crediti o la liquidità necessaria a ripagarli non sono in vista, il rischio di un default sempre più minaccioso.

Questo è il modo più breve in cui la storia può essere raccontata: un’analisi meno sommaria è contenuta nell’articolo di Marco Pagano che pubblicheremo nel prossimo numero della rivista. Che cosa può succedere se sia il governo greco, sia i creditori tengono duro sulle loro posizioni? Quali sarebbero le conseguenze di un default, del rifiuto della Grecia di ripagare il suo debito nei tempi e con le modalità concordate? È preoccupante notare come il partito dell’austerità, capitanato dal ministro delle Finanze tedesco Schäuble e dagli economisti a lui vicini, stia da tempo minimizzando le conseguenze negative che un default avrebbe sulla tenuta dell’Unione monetaria e sulla situazione economica dei Paesi che ne fanno parte – salvo la Grecia, ovviamente - e stia invece sottolineando quelle conseguenti ad ulteriori concessioni non accompagnate dal rispetto dei vecchi patti.

Le stragi di migranti che minano l’Unione
, April 27, 2015

«La natura accorda a ogni uomo il diritto di uscire dal proprio Paese […] Ogni uomo ha inoltre il diritto di cambiare patria, può rinunciare a quella in cui è nato per sceglierne un’altra». Vale la pena di ricordare queste parole, scritte da Condorcet nel 1791, e assumerle come premessa per discutere del modo in cui l’Europa sta affrontando l’emergenza provocata dal numero sempre crescente di persone che tentano di varcarne illegalmente i confini. Ciò che accade, infatti, non riguarda soltanto la sicurezza o il benessere di chi già gode della protezione delle nostre leggi, cittadini o residenti legali, ma anche il riconoscimento di diritti umani. Una politica di apertura indiscriminata delle frontiere sarebbe irragionevole, per le conseguenze in termini di ordine pubblico e di stabilità economica che essa avrebbe, ma non possiamo ignorare che il modo in cui l’emergenza è stata affrontata fino ad ora ha serie conseguenze sul piano morale. Che mettono in discussione la nostra stessa identità come cittadini di una repubblica ideale.

Rammentare a noi stessi che la costruzione europea non si è alimentata soltanto di interessi economici è importante anche perché quella dei migranti che perdono la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo non è l’unica crisi umanitaria che mette in discussione le ragioni del progetto europeo. Anche all’interno dei confini dell’Unione l’incapacità di uscire dal circolo vizioso innescato da una visione del contratto sociale retta unicamente dall’idea dello scambio economico ci sta portando sempre più vicini al fallimento dell’ideale europeo.

Basta dare uno sguardo al modo in cui le scelte recenti in materia di governo dei flussi migratori vengono interpretate da osservatori esterni per rendersi conto che abbiamo sperperato quasi del tutto il capitale morale accumulato in questi anni. La fortezza Europa, come ha scritto Kenan Malik, ha creato una barriera emozionale intorno al Continente che sta mettendo in discussione la nostra sensibilità nei confronti delle violazioni dei diritti umani anche quando avvengono a un passo da casa. Questo è il risultato prevedibile della scelta miope di trattare la questione dei migranti come se fosse esclusivamente una questione di ordine pubblico. 

L'Italia e il rapporto con l'Europa
, April 20, 2015

Con l’ennesima tragedia di migranti annegati nel canale di Sicilia si ripropone il tema, delicatissimo, del rapporto del nostro Paese con l’Unione europea. Rilevare l’inefficienza di Bruxelles sulla questione del governo dei flussi migratori che dalle zone di guerra limitrofe si riversano sul nostro continente è come sparare sulla Croce Rossa. Peraltro, nel contesto attuale aspettarsi che l’Unione sia in grado di rispondere seriamente a questa emergenza è piuttosto difficile.

Lo scatenarsi di pulsioni populiste di fronte al timore sempre più generalizzato che siano irreversibilmente finiti i famosi anni biblici delle vacche grasse è osservabile ovunque. In Italia non siamo affatto immuni da questo contagio, anzi dobbiamo sopportarlo in diretta, perché è sulle nostre sponde che si dirige la gran parte dei flussi migratori.

La domanda allora è: ma noi siamo in grado di reggere questa pressione, innanzitutto dal punto di vista psicologico? Il dubbio è notevole, non solo perché si tratta dei tipici fenomeni dai contorni oscuri e con la caratteristica di far presagire capovolgimenti epocali,

Le donne non fanno notizia
, April 13, 2015

Si sta concludendo in questi giorni la raccolta dati per la quinta edizione del Global Media Monitoring Project (Gmmp). Una rete di ricercatrici e ricercatori di più di cento Paesi ha monitorato la presenza delle donne nelle notizie riportate nei media principali, dai giornali televisivi e radiofonici, ai quotidiani, ai siti internet di news, a Twitter.

Guardare ai rapporti delle passate edizioni dà parecchio da pensare. Se in generale nel mondo, fra i professionisti della notizia, la presenza di donne è alta (circa il 40%) e per alcuni media è in crescita, cosa diversa è per la presenza delle donne nelle notizie. Ancora nel 2010, a livello mondiale, solo il 24% delle persone menzionate nelle notizie erano donne. Quando le donne intervenivano nelle notizie in qualità di soggetti principali avevano una probabilità doppia rispetto agli uomini di essere ritratte come vittime. Inoltre, le donne intervenivano come "parere esperto", cioè in posizione di autorità, solo nel 20% dei casi, mentre come latrici dell'"opinione popolare" nel 44% dei casi. E in Italia? Nei dati dell'ultimo monitoraggio le donne costituivano il 19% delle persone citate nelle notizie, cinque punti sotto la pur bassa percentuale mondiale. Le donne comparivano come vittime tre volte più spesso degli uomini. Erano intervistate come esperte solo nel 14% dei casi, mentre intervenivano come latrici dell'"opinione popolare" nel 57% dei casi. Insomma, i soliti record negativi a cui il nostro paese è abituato quando si tratta di questioni di genere.

Le guerre culturali negli Stati Uniti non accennano a diminuire
Discriminare per legge
, April 8, 2015

Lo scontro culturale sui diritti e sulle libertà individuali e collettive domina il dibattito politico statunitense e alimenta le divisioni fra i due maggiori partiti. Ancor più che a livello federale, lo si osserva in ambito statale, soprattutto laddove i conservatori del partito repubblicano controllano legislativo ed esecutivo. Negli Stati del “profondo rosso”, i conservatori sono in grado di promuovere iniziative legislative che devono mettere argine a quello che considerano un pericoloso processo di secolarizzazione e di relativismo etico e culturale.

È di questi giorni la battaglia combattuta in nome della difesa delle libertà religiose. Tema nobile, che richiama uno dei diritti fondamentali dell’uomo ma che, nel contesto statunitense dove non c’è termine più scivoloso di “libertà”, diventa un’arma a doppio taglio per l’uso che ne stanno facendo soprattutto i conservatori. Più che difendere la libertà religiosa (implicitamente cristiana fondamentalista), l’obiettivo sembra quello di voler mettere in discussione i diritti e le libertà “degli altri” e in primis della comunità gay e lesbica. Secondo alcuni osservatori, poiché le sentenze delle corti stanno di fatto legalizzando i matrimoni same-sex, i conservatori utilizzano l’arma della difesa della libertà religiosa per recuperare quel terreno che si sta perdendo nelle aule dei tribunali.

In realtà, è proprio la Corte Suprema, con una sentenza del 2014 (Hobby Lobby Decision), a legittimare tale interpretazione della libertà religiosa sostenendo la legittimità per le imprese a conduzione familiare di rifiutare su tali basi l’obbligo di garantire ai propri dipendenti assicurazioni sanitarie, accesso alla contraccezione incluso. Così, in Georgia, i repubblicani conservatori hanno approvato in Senato una proposta di legge che, in nome della libertà religiosa, di fatto permetterebbe ai datori di lavoro di licenziare le donne che hanno abortito.