Rivista il mulino

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Mr. Marino va al Campidoglio
, October 12, 2015

La parabola del Marino-marziano, che per settimane ci ha piacevolmente distratto da quisquilie come la riforma della Costituzione, ammette diverse morali-della-storia. Qui di seguito ne azzardo una facile facile: la politica la debbono fare i politici, perché richiede professionalità, competenze e sensibilità – fra le quali il senso del ridicolo – non necessariamente coincidenti con quelle richieste per emergere nella società civile. Altrimenti non si capirebbe come un uomo con il curriculum di Marino, per non parlare del suo cursus honorum, abbia potuto farsi stritolare così miseramente dagli ingranaggi della comunicazione. I quali, fra parentesi, sono proprio la parte più interessante della faccenda, irriducibile ai complotti immaginati dai supporter postumi del sindaco.

La parabola del marziano potrebbe essere raccontata come un remake di Mr. Smith va a Washington (1939): il film di Frank Capra, protagonista James Stewart, in cui un boy scout viene eletto al Congresso degli Stati Uniti, su iniziativa di politicanti senza scrupoli, si ribella ai suoi burattinai e vince. Già il fatto che Marino abbia perso ci avverte quanto il remake sia distante dall’originale: come fosse stato girato da Quentin Tarantino su sceneggiatura di Homer Simpson, con Mel Gibson protagonista e immancabile macelleria finale. Persino le somiglianze fra i due plot, voglio dire, permettono di misurare la siderale lontananza fra la democrazia quasi-ideale di Mr. Smith e quel che ne resta in Mr. Marino.

Abolire le tasse: sì, ma come (e soprattutto perché)
L’«efficienza» delle tasse sulla casa
, October 5, 2015

Perché il governo ha deciso di cancellare le tasse sulla prima casa, anche e soprattutto agli italiani più abbienti? Proviamo a capirne le ragioni, punto per punto.

Primo. È una decisione che va in senso opposto rispetto alle convinzioni più volte manifestate dal primo ministro e dal ministro dell’Economia. Come documenta un articolo di Lidia Baratta apparso su Linkiesta,  ai tempi del governo Letta Renzi scriveva  che «per creare lavoro dobbiamo dare una visione per i prossimi vent’anni, il problema non è l’Imu». E nel programma del WikiPD (2011): «quel che serve è una rivoluzione copernicana del sistema fiscale che riduca la pressione sul reddito personale e sulle imprese e la accresca sugli immobili e sulle rendite finanziarie». Pier Carlo Padoan nel febbraio 2014 dichiarava a «la Repubblica»: «le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà, come l’Imu, mentre le tasse che, se abbassate, favoriscono di più la ripresa e l’occupazione sono quelle sul lavoro». Mentre l’attuale responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, così si era espresso nel dicembre 2013 a proposito dell’abolizione dell’Imu: «Una discussione incredibile, una battaglia ideologica. Era evidente a tutti che si trattava di tempo perso, visto che parliamo di un’imposta pari, in media, a 250 euro a famiglia all’anno e che quasi il 30 per cento della popolazione ne era già esente».

Che cosa insegna il caso del sistema sanitario britannico
Sanità: good value for money?
, September 28, 2015

Come è possibile che un ospedale sia “inadeguato” eppure “eccellente” nel curare i malati? A porsi questa domanda, che suona del tutto ragionevole, è Rupert Brooke, uno dei medici che lavorano all’Addenbrooke Hospital di Cambridge, commentando il rapporto pubblicato a seguito di una recente ispezione effettuata dalla Care Quality Commission. Nel documento si evidenziano diversi problemi di gestione, come la mancanza di infermieri in alcuni reparti, i tempi di attesa troppo lunghi per i pazienti non ricoverati, e l’uso di apparecchiature costose e poco funzionali. Tuttavia, nello stesso tempo, si riconoscono i pregi del servizio reso dalla struttura ospedaliera, evidenziando in particolare che le cure impartite sono eccellenti. Lo sconcerto di Brooke non è dovuto soltanto all’apparente incongruenza del rapporto – lo scopo primario di un ospedale non dovrebbe essere proprio curare i pazienti nel miglior modo possibile? A seguito della pubblicazione del documento, la struttura è stata sottoposta a “misure speciali” per ovviare ai problemi rilevati. Brooke osserva che tali provvedimenti sono destinati ad aumentare i costi – gli infermieri non lavorano gratis – e questo lascia immaginare nuove “misure speciali” in un non lontano futuro.

Barriere, cemento, filo spinato
Non c’è più tempo
, September 21, 2015

Dopo avere considerato per decenni il Muro di Berlino come simbolo dell’arretratezza culturale e ideologica, oggi scopriamo che l’Europa in cui abbiamo creduto è piena di barriere, filo spinato e cemento armato.

La strada compiuta dai primi accordi del dopoguerra verso una vera unione politica è tanta, forse non è mai stata sottolineata a sufficienza e ha sofferto dello stile così poco amichevole uscito dalle scrivanie di cristallo di Bruxelles. Tuttavia, il senso di appartenenza a un’idea davvero larga e comune, culturale ancor prima che politica, scompare di fronte ai drammi umanitari prodotti dalle nostre frontiere stato-nazionali.

Che fine ha fatto l’Europa unita che avevamo immaginato di poter realizzare, seppure poco alla volta? I due punti di riferimento che ci hanno permesso di sentirci parte di una entità più grande, non solo geografica, in certi momenti quasi di una comunità – Schengen e la moneta unica – sono a rischio. Ogni giorno emergono fratture e disconnessioni gravi, con alcuni Paesi membri sempre meno disponibili a ragionare in termini di politiche comuni.

Eppure negli anni gli appelli alla necessità di una maggiore integrazione non sono mancati. Ma sottovalutando le conseguenze del populismo e lasciando incompiuta la riunificazione europea post-’89, siamo arrivati alla situazione attuale.

Con i muri e le barriere ottieni anche una rimozione culturale dell’altro. Alla fine della guerra fredda, infatti, quando l’Europa si è ricomposta abbiamo fatto una fatica tremenda a ritrovarci. Basti pensare alle modalità con cui si è ottenuto l’allargamento dell’Ue: sono serviti cinque anni solo per formulare i criteri di Copenaghen, vale a dire una promessa vaga e scontata di integrazione europea, mentre da decenni i Paesi centroeuropei attendevano il loro “ritorno in Europa”. 

Quel caro, vecchio Labour
, September 14, 2015

Per spiegare la novità della politica britannica conviene fare qualche passo indietro, ritornando al 15 giugno scorso. Sono passate alcune settimane da quando è iniziata la campagna per eleggere il nuovo leader del Labour, ed ecco che un semisconosciuto parlamentare che si chiama Jeremy Corbyn viene scelto come candidato da un manipolo di parlamentari che appartengono all’ala sinistra del partito. Una candidatura di testimonianza? L’ultimo arrivato nella competizione per succedere a Ed Miliband è un backbencher che non ha esperienze di governo, e all’apparenza non si cura troppo della propria immagine. Dalle prime foto che appaiono sulla stampa internazionale si direbbe che abbia l’aspetto di uno di quei signori inglesi che vanno a godersi la pensione in Spagna o in Portogallo. Altro che Cool Britannia! Per partecipare alla consultazione aperta ai non iscritti (ebbene sì, anche a Westminster fanno le primarie) il meschino ha perfino bisogno di ottenere il sostegno di ben quindici parlamentari che non appartengono alla sinistra, ma mostrandosi fedeli alle tradizioni sportive d’oltremanica, offrono generosamente il proprio voto per “allargare il dibattito”. Insomma questo Corbyn sembra proprio l’odd man out, la volpe zoppa che ben presto verrà sbranata dalla muta scatenata dai media sulle tracce del gruppo da cui potrebbe un giorno venir fuori il prossimo Primo ministro del Regno Unito.

Passano alcune settimane, siamo al 15 luglio, e arriva la prima sorpresa. Unite, il sindacato che è anche il più importante finanziatore del Labour, annuncia il proprio sostegno per Corbyn. Seguito a ruota da altre organizzazioni dei lavoratori, come Cwu e Unison.