Rivista il mulino

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la nota
Argini al populismo
, December 21, 2015

L’anno politico si chiude con due eventi che, in modi diversi, evocano il populismo – un oggetto classico della nostra riflessione. I risultati delle elezioni regionali francesi e la tormentata elezione dei tre giudici della Consulta italiana ci ricordano che i movimenti populisti non sono più una presenza occasionale, determinata da crisi economiche, ondate migratorie, attacchi terroristici. Piuttosto, sono lo sfondo di un paesaggio democratico terremotato da mediatizzazione e personalizzazione della politica, ineguaglianze crescenti, proletarizzazione dei ceti medi, fine del bipolarismo, e simili. Gli stessi eventi, d’altra parte, mostrano anche i limiti della deriva populista. Limiti interni: i populisti non possono stringere alleanze senza tradire le motivazioni anti-casta del proprio elettorato. Ma soprattutto limiti esterni: argini istituzionali.

In Francia, la mobilitazione repubblicana non sarebbe forse bastata a fermare il Front National senza un doppio turno che costringe alla convergenza al centro e taglia le ali estremiste: specie se si tratta di populisti di destra, che sfondano in provincia e nelle banlieue ma che non raggiungono il 10 per cento a Parigi. Poi, naturalmente, c’è doppio turno e doppio turno, proprio come c’è populismo e populismo. Viene da chiedersi, ad esempio, se il doppio turno funzioni sempre e contro tutti i populismi: anche contro quello del Movimento 5 Stelle, più trasversale di quello dell’Fn? Anche il doppio turno dell’Italicum, che rischia di sommare al ballottaggio i populismi grillino e leghista invece di eliderli, conferendo ai vincitori una maggioranza parlamentare spropositata?

In Italia, l’elezione dei tre giudici costituzionali mancanti alla trentaduesima votazione, con il contributo decisivo del Movimento 5 Stelle, suggerisce considerazioni analoghe. Le altissime maggioranze richieste per eleggere i giudici costituzionali – che nel 2016  dovranno comunque occuparsi dell’Italicum – hanno funzionato. I grillini sono stati costretti ad accordarsi con i dem, scontando i prevedibili maldipancia sulla rete, a stento tacitati dalla mozione di sfiducia anti-Boschi. 

Le conseguenze di scelte politiche scellerate per la formazione universitaria in Italia
L'università cambia. In peggio
, December 14, 2015

L’università italiana ha conosciuto negli ultimi setti anni straordinari cambiamenti: in molti casi, assai preoccupanti. Ha intrapreso un cammino in direzione assai diversa da quello compiuto negli ultimi decenni. Se ne dà una dettagliata ricostruzione nel Rapporto della Fondazione Res, curato da chi scrive, presentato giovedì scorso e di cui è disponibile online un’ampia sintesi. Tre fra i principali cambiamenti.

Uno. È diventata molto più piccola. Ha perso circa un quinto della sua dimensione in termini di studenti, docenti, personale non docente, corsi, finanziamento. Ha così seguito una direzione opposta a quella di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che stanno potenziando la propria istruzione superiore. Per di più, il percorso si è avviato a partire da una dimensione dell’università italiana già molto più contenuta rispetto ai Paesi comparabili. Non sorprende che l’Italia sia ultima fra i 28 Paesi dell’Unione europea per percentuale di giovani (30-34 anni) laureati. 

Due. Sembra essere ritornata a un carattere più classista. Per ciò che è possibile vedere, stanno rinunciando all’università molti giovani delle famiglie meno abbienti, provenienti dai diplomi più deboli (tecnici) e dai territori meno ricchi. Questo a causa sia di un aumento delle tasse universitarie (oltre il 50% in termini reali) che non ha paragoni se non nel caso inglese, e che colloca l’Italia ai primissimi posti fra i Paesi comparabili dell’Europa continentale

Numeri impressionanti di cui si parla troppo poco in un Paese ricco come il nostro
Bambini senza
, December 7, 2015

L’ultimo Rapporto annuale di Save the Children è un pugno nello stomaco. L’effetto su chi legge non è dovuto solo alla denuncia sociale che lo sorregge, e neanche alle belle immagini e alle storie riportate. C’è questo, ma anche molto di più. Il rapporto è frutto di un lavoro ben fatto e del tutto originale di documentazione sulla condizione dei minori in Italia che mostra come in questo caso, drammaticamente, coincidono visibilità sociale – ciò che attrae maggiormente l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica e suscita una reazione emotiva – e incidenza statistica – quanto (e dove) il fenomeno è effettivamente diffuso. Trentuno bambini morti per mano della mafia in Sicilia negli ultimi quattro anni sono un dato statistico rilevante che però parla anche ai nostri cuori. Due milioni di bambini poveri chiamano in causa la nostra idea di giustizia sociale anche per la grandezza del numero.

L’effetto pugno nello stomaco non si deve solo a questo. Il Rapporto ci fa toccare con mano cosa significa essere un bambino povero senza indulgere nel miserabilismo. Ci ricorda che in Italia vivono circa due milioni di minori in condizione di povertà relativa (con un reddito cioè al di sotto di 1.700 euro per una famiglia di quattro persone): sono uno su cinque. Nel Mezzogiorno diventano uno su tre, in Calabria uno su due. Il 7% dei bambini non riesce a festeggiare il suo compleanno e a invitare amici per giocare e mangiare insieme. Oltre il 10% dei minori (il 16% nel Mezzogiorno) non può partecipare a gite scolastiche o a eventi a pagamento organizzati dalle scuole, l’11% (il 15% nel Mezzogiorno) non dispone di uno spazio adeguato per studiare. 

Lavoro: parametri vecchi e parole feticcio
, November 30, 2015

«Chi non vuole discutere lo dica»: il giorno dopo le sue dichiarazioni, Giuliano Poletti reagisce alle critiche che avevano destato le sue parole di venerdì a proposito dello “sganciamento” delle retribuzioni dall’orario di lavoro. Innanzitutto tra i sindacati, ma non solo. Nell’intervista rilasciata ieri a «Il Sole 24 Ore», Poletti sostiene di non accettare “le distorsioni e le banalizzazioni”. Né le une né le altre fanno bene al dibattito, men che meno se si parla di occupazione. Ma occorrerebbe evitare il rischio proprio a partire da chi ha una veste istituzionale. Si dà il caso che, indipendentemente dalla sede in cui le parole vengono pronunciate, un ministro resti, sempre e comunque, tale. E se un ministro del Lavoro afferma pubblicamente che «l’orario di lavoro è un parametro vecchio» non può poi credere che ciò non scateni qualche reazione.

Polemiche a parte, ancora una volta la categoria chiave invocata nell’immaginare nuovi criteri di retribuzione è «flessibilità». Una parola trasformata negli anni in una sorta di vero e proprio feticcio della – troppo spesso presunta – modernizzazione del lavoro. Parlare, come fa Poletti, di «cambiamento del mondo del lavoro che incorpora sempre più elementi di responsabilità, motivazione e partecipazione attiva» può essere utile (e molto) solo a patto che non lo si faccia a senso unico, impostando il ragionamento e i presupposti di nuove forme contrattuali legati in primo luogo alla responsabilità e all’atteggiamento del lavoratore e tralasciando invece di considerare, quasi sempre, le dinamiche aziendali che responsabilità e motivazione dovrebbero promuovere.

Tuttavia, in un contesto fatto di dati economici che stentano a confermare i primi, tiepidi segnali di ottimismo (anche, secondo il ministro dell’Economia Padoan, a causa del rischio terrorismo) e in assenza di qualsivoglia riscontro sugli auspicati benefici effetti del Jobs act – per i quali, evidentemente, bisognerà attendere

In una prospettiva di guerra
, November 23, 2015

Nella settimana che è trascorsa da quando si è tenuta la seduta congiunta del Parlamento francese a Versailles abbiamo assistito a una drammatica sequenza di accadimenti che ha confermato una  sensazione diffusa: gli attacchi avvenuti a Parigi potrebbero segnare una svolta nella politica di sicurezza non solo della Francia, ma anche di diversi altri Paesi. Nel suo discorso davanti ai parlamentari il presidente Hollande ha annunciato le linee generali di una serie di interventi, alcuni dei quali, come l’estensione dello stato di emergenza, sono già stati attuati, e altri lo saranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La risposta della Francia si muove essenzialmente in due direzioni. Dal punto di vista interno, si annuncia un ampliamento dei poteri dell’esecutivo in circostanze in cui ci siano pericoli rilevanti per la sicurezza del Paese. Dal punto di vista esterno, c’è un aumento significativo dell’impegno militare francese nell’azione di contrasto delle forze dell’Isis in Siria, con un’intensificazione dei bombardamenti che dovrebbero diventare ancora più incisivi in seguito all’arrivo, nei prossimi giorni, della portaerei Charles De Gaulle a largo delle coste siriane. Tutto ciò nel contesto di una frenetica attività diplomatica volta a mettere insieme un’ampia coalizione militare, che comprenda i paesi dell’Unione europea e si estenda fino agli Stati Uniti e alla Russia, per annientare la minaccia costituita dall’Isis. Gli eventi di queste ultime ore a Bruxelles, e quelli dei giorni scorsi in Mali, fanno ritenere che questo orientamento di fondo della politica francese non è destinato a cambiare. La Francia, ha detto Hollande, è in guerra.

Ecco perché gli attacchi di Parigi potrebbero rappresentare uno spartiacque per la coscienza europea. Segnando un’inversione di tendenza rispetto al processo di edificazione, sul continente europeo, di quello che lo storico statunitense James Sheehan ha chiamato “the civilian state”.